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L'intervento

Se la fede nel lockdown spinge l’Europa verso una riorganizzazione statalista della società

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L’allineamento che si è verificato in questi giorni in nome di nuovi lockdown da parte dei governi dei principali stati d’Europa (Francia, Regno Unito, Germania), a cui si stanno rapidamente accodando gli esecutivi di paesi “vassalli” come Spagna e Italia, non può essere rubricato come una coincidenza. E’ piuttosto una evidente sintonia politico-culturale. Esiste evidentemente una “via europea” al “lockdownismo”: una vera e propria “visione del mondo” condivisa dalle – o imposta alle – classi politiche nel cuore del Vecchio Continente, che caratterizza, già dalla primavera scorsa, l’approccio al contrasto al Covid in un senso imperniato unicamente su chiusure di attività, restrizioni alla circolazione dei cittadini e alle attività sociali: in contrasto evidente con le strategie più pragmatiche e differenziate adottate in altre parti del  mondo (Stati Uniti e Brasile in primis), e anche in alcuni paesi europei, da quelli scandinavi a quelli slavi.

Questa ostinata determinazione a combattere la pandemia non attraverso misure di prevenzione e profilassi sanitaria, non attraverso le terapie e l’organizzazione ospedaliera, ma paralizzando le proprie società in una sorta di “letargo” portatore di recessione e disoccupazione è figlia di una ideologia: il “progressismo” globalista che vede come ostacoli al progresso la piccola e media impresa, il terziario non digitalizzato, la cultura e l’intrattenimento “in presenza”, e tutte le forme dell’economia localizzata che girano intorno alla socializzazione “fisica”, guardando invece con maggiore simpatia ai grandi gruppi imprenditoriali legati alle politiche industriali pubbliche e agli oligopoli dell’economia digitalizzata.

Le classi dirigenti dell’Unione europea – esemplarmente rappresentate dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen e sostenute dalle grandi istituzioni finanziarie internazionali – sostengono un progetto ambizioso di riconversione generale dell’economia che privilegerebbe la grande impresa sussidiata (l’insistenza della Commissione sulla “green economy” va in questo senso) e le grandi corporation hi tech, compensando la scomparsa del lavoro “tradizionale” con la stabilizzazione di redditi di cittadinanza statali, e in prospettiva con un “reddito universale”. Un progetto che presuppone ormai, in realtà, l’idea di una società “smaterializzata” e senza crescita: una sorta di tarda applicazione del decrescitismo di Serge Latouche in salsa iperstatalista. E che tradisce l’atteggiamento di élites continentali ormai familiarizzate con la senescenza delle loro società, sempre più anziane e sempre meno feconde, al punto da vedere la prospettiva di uno sviluppo futuro quasi come una iattura, più una minaccia per l’ecosistema che una promessa per gli uomini. In questa prospettiva, la produzione e la distribuzione verrebbero affidate sempre più  alla “app” e “gig” economy, i consumi vengono convogliati sempre più all’interno delle case e sulle piattaforme digitali, mentre ciò che rimane da fare necessariamente per via materiale sarebbe affidato alla manodopera “liquida”, a buon mercato, indefinitamente flessibile degli immigrati più o  meno irregolari, non a caso sempre oggetto di “accoglienza” praticamente illimitata, non certo dovuta a solidarietà umana.

Un tale approccio comporta una fisiologica tendenza alla “devitalizzazione” della società che include la stessa politica, sempre più affidata, in tale visione, ad una conduzione iper-tecnocratica, quando non lascia emergere addirittura disegni di ridisciplinamento apertamente autoritari.

La pandemia cinese è stata allora interpretata da gran parte di quelle classi politiche come una spinta alla riconversione dell’economia e dei consumi in senso “post-materialista” e decrescitista. I lockdown, applicati non a caso proprio sull’esempio della dittatura di Pechino, sono divenuti lo strumento privilegiato per far digerire alle opinioni pubbliche  un restringimento delle libertà e una svolta dirigista di dimensioni finora impensabili nelle società occidentali.

E’ particolarmente significativo, in proposito, il fatto che il segnale per l’applicazione di una “seconda ondata” di lockdown generali sia partito quasi all’unisono da Parigi e da Berlino, e sia stato avallato dalla von der Leyen e dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli, i quali hanno addirittura evocato la possibilità di un unico “lockdown europeo”. Ed altrettanto significativo è il fatto che il premier Britannico Boris Johnson – il cui paese è fuori dall’Unione, e che all’inizio della pandemia aveva manifestato l’intenzione di perseguire l’”immunità di gregge” e quella “protezione focalizzata” dei soggetti fragili oggi sostenuta anche dall’Oms (invano, per quanto riguarda la “vecchia Europa”) lasciando “aperta” per il resto la società – abbia poi rapidamente ceduto all’epoca alle pressioni “lockdowniste”, e in queste settimane abbia di nuovo, dopo un’iniziale tentativo di resistenza, riorientato l’azione del suo governo in tal senso, evidentemente di fronte a pressioni analoghe.

Schierati in prima fila in favore della “religione” del lockdown sono invece i leader di governo appartenenti al partito socialista europeo, come Sanchez in Spagna e gli esponenti del Pd e dei suoi satelliti (Leu) in Italia. Non è un caso che Nicola Zingaretti, il ministro della Salute Speranza e quello dei Beni culturali Franceschini siano quelli che con più decisione – e con il sostegno di una parte del Comitato scientifico evidentemente affiliata all’ortodossia piddina – invocano chiusure draconiane e generalizzate, mettendo in un angolo il M5S e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, o quanto meno giocando con lui la parte del “poliziotto cattivo”. La cultura autoritaria derivata dal comunismo, lo statalismo dirigistico e l’autoritarismo censorio del “politicamente corretto” si saldano in loro esemplarmente, al servizio di una saldatura tra lo strapotere dell’hi tech americanocentrico, la riconversione industriale sussidiata da Bruxelles e il regime “bio-securitario” di marca cinese.

 

 

 

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