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Né statalista né aziendalista

Se la Gelmini riceve critiche da destra e da sinistra la strada è quella giusta

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Il disegno di legge per l’università presentato dal ministro Mariastella Gelmini ha già ricevuto una doppia bordata di attacchi. Il fuoco a tribordo è all’insegna dell’accusa: statalismo. A babordo l’accusa è: aziendalismo. Vien voglia di dire che due accuse tanto simmetriche si elidono e quindi che il ministro ha azzeccato la giusta misura. E in parte è così, ma non del tutto.
Sono propenso a dire che l’accusa più ingiusta è quella di tribordo che si è condita anche di paragoni alquanto azzardati: c’è chi, a proposito del fondo nazionale di merito per gli studenti ha evocato i littoriali mussoliniani… Non esageriamo, ragazzi. D’altra parte, è vero che una certa dose di centralismo e di regole stringenti sono stati introdotti. Ma quando l’autonomia viene intesa male e peggio usata, dando luogo a deviazioni aberranti, che altro si può fare? Concederne altra? In altri termini, seguire la prassi del cattivo medico che, di fronte all’insuccesso della terapia, invece di correggerla raddoppia la dose?

Il ddl non sopprime l’autonomia, ma stringe i bulloni laddove essa aveva prodotto risultati catastrofici. D’altra parte, il nostro è un sistema statale, e lo stato deve intervenire quando l’andazzo degenera. Oppure qualcuno pensa che una delle prime potenze industriali si possa permettere di chiudere il sistema universitario statale e aspettare che sorga spontaneamente un sistema universitario privato? Casomai – e vi tornerò tra poco – vi sarebbero ancora altri bulloni da stringere, soprattutto in tema di reclutamento, sebbene questa sia la parte migliore del ddl. Il quale va apprezzato per aver introdotto una fondamentale novità: la “tenure track” nel reclutamento, ovvero un periodo di prova prima dell’assunzione stabile, invece di andare alla disastrosa formazione di un terzo livello di docenza, secondo le richieste di alcuni sindacati, il che avrebbe fatto dell’Italia un’anomalia mondiale. La progressione della carriera è correttamente congegnata. La struttura generale della “governance” è semplificata, efficiente e abbastanza convincente.

L’accusa di statalismo mi pare quindi fuori luogo. Il criterio ispiratore del ddl è soprattutto quello del merito: se ogni volta che si introducono criteri meritocratici si grida allo statalismo e si reclama più autonomia, allora vuol dire che in realtà si vuole la deresponsabilizzazione.

Inoltre, non si tiene conto di un fatto importante. Le gravi discontinuità nel reclutamento e il fatto che il sistema finora adottato è servito soprattutto alla progressione di carriera interna, hanno prodotto un “gap” generazionale impressionante che lascia semivuota la fascia di docenza attorno ai cinquant’anni di età. Mentre sta iniziando un processo di pensionamento che avrà caratteristiche sempre più vertiginose, il “gap” porta in primo piano una fascia di docenti quarantenni che – lo dico a costo di sollevare un vespaio – non sono adeguati a sostenere il sistema. Difatti, si tratta troppo spesso di persone che non hanno conosciuto altro che l’università degradata delle migliaia di corsi di laurea e dei 150.000 corsi sminuzzati, con il sistema barocco dei crediti in cui si contano le ore o le pagine per credito, in cui la vita del docente è assorbita da innumerevoli incombenze burocratiche. Questa è l’università che hanno conosciuto, e non un’altra, a meno che non siano stati in certi paesi esteri.

Pertanto, in assenza di regole precise che si accompagnino – sperabilmente – a un alleggerimento del sistema e a una diminuzione dei corsi con necessari accorpamenti, il rischio è quello che si vada a una struttura sempre più autorefenziale, burocratica, poco sensibile ai contenuti e assorbita ossessivamente dagli adempimenti che molti giovani docenti sono stati abituati a credere siano la sostanza dell’attività universitaria. È molto male che non vi sia trasmissione di conoscenze ed esperienze in una istituzione culturale. Ma questa è la realtà cui bisogna far fronte, e farvi fronte lasciando il sistema alla cattiva autonomia di cui ha goduto finora significa assestargli il colpo finale.

Da questo punto di vista penso che il difetto principale del ddl consista nel fatto che la lista nazionale di idoneità sia aperta. Mi rendo perfettamente conto che questo modello – così come funziona, e bene, in Francia – prevede la lista aperta. Ma è facile prevedere che, con una così lunga lista di ricercatori in attesa di passare a una fascia di docenza e di associati in attesa di diventare ordinari, la prima lista nazionale includerà tutti. Non credo che questo sia pessimismo. Credo che sia semplice realismo. Pertanto, per evitare l’ennesimo ope legis, accompagnato da assunzioni locali che sarebbero ancor più “localistiche” dei concorsi attuali, sarebbe bene che, per un periodo transitorio, la lista fosse a numero programmato e che, poi, dopo il primo ciclo di sei anni previsto per la “tenure track”, a regime diventi aperta.

Veniamo ora all’accusa di aziendalismo, che è soprattutto avanzata da gran parte dell’opposizione e dei sindacati. A me pare molto esagerata, soprattutto se si confronta questo ddl con le prime versioni circolate. Tuttavia, qualche punto può essere aggiustato. Il potere del Senato accademico appare troppo evanescente, sebbene sia apprezzabile che il corpo docente sia responsabile degli aspetti didattico-scientifici. Si può anche rivedere la struttura del Consiglio di amministrazione per evitare rischi di una gestione simile alle ASL. E’ vero che i compiti dei due organismi sono distinti, ma una certa evanescenza dei poteri del Senato accademico potrebbe concentrarne troppo nel Consiglio di amministrazione e fare del Direttore generale il vero dominus dell’università.

In generale, colpisce un certo silenzio sul fronte della ricerca. E qui l’accusa di aziendalismo potrebbe aver maggiore fondamento, in quanto una università prevalentemente dedita alla didattica – in un paese privo di strutture di ricerca superiore e di “alte scuole” – condurrebbe a una dequalificazione e corrisponderebbe a una propensione alquanto ottusa di parte del mondo imprenditoriale italiano, ma soprattutto di quello che si occupa attivamente di dire all’università cosa deve fare e che appare interessato prevalentemente a una struttura didattica fortemente dipendente dalle esigenze produttive.

Quindi, il ruolo dell’università rispetto alla ricerca deve risaltare in modo più chiaro e deve essere difeso lo spazio e il ruolo della ricerca di base, senza cui tutto il sistema della ricerca è destinato al deperimento.

Infine, un’osservazione che non ha a che fare né con il tema dell’aziendalismo né con quello dello statalismo, bensì con quello della demagogia. Si elimini l’assurda pariteticità tra studenti e docenti in molti organi universitari e il potere eccessivo dato agli studenti nella valutazione dei docenti. Sia chiaro: la valutazione ci deve essere, e severa. Ma la valutazione si fa tra competenti, anche per quanto riguarda la didattica. Si ricordi un principio elementare: la via maestra per un docente al fine di farsi valutare bene è promuovere tutti. Il docente rigoroso, soprattutto nell’attuale rilassamento etico, è valutato male e destinato a una brutta fine. Perciò, se si conferisce questo enorme potere agli studenti, il risultato sarà un abbassamento di livello della preparazione. Certo: vi sarà anche una diminuzione dell’abbandono scolastico e molti più laureati in tempo. Già nel passato altri ministri hanno pensato bene di finanziare di più le università che miglioravano i parametri di abbandono e di laurea in tempo, e poi hanno proclamato ai quattro venti che la situazione era migliorata… Speriamo davvero che questa prassi poco intelligente venga definitivamente abbandonata.

Concludendo, questo ddl è un documento organico e coraggioso, che va emendato su alcuni punti importanti, ma che sarebbe assolutamente irresponsabile silurare e combattere a oltranza, invece di assumerlo come un’occasione per far riprendere all’università un cammino virtuoso.
 

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3 COMMENTS

  1. Teoria e prassi
    Càpita, talvolta, di essere d’accordo coi princìpi ispiratori di una legge ma di paventarne al tempo stesso gli effetti. Un po’ di controllo in più sul lavoro degli atenei è santo e benedetto, e perfino la “tenure track” ci può stare. Ma se uno sta lavorando da anni all’obiettivo di essere assunto come ricercatore (cioè di farsi pagare per il lavoro che svolge già gratis) e per di più in una università del Sud, questa riforma gli fa l’effetto di una secchiata d’acqua gelata sulla schiena. Come, tanta fatica per un lavoro che dura solo sei anni? E poi, arrivederci e grazie, provi al liceo?

  2. Sì, la strada giusta per rendersi ridicoli
    Il Ministero di Maria Stella Gelmini ha varato la sua “riforma” universitaria, nata dall’assenza di un qualsiasi serio confronto con il mondo universitario (di sinistra come di destra). Minori cariche elettive e più nomine dall’alto, meno logica pubblica e più intervento privato. Ma, come ha fatto notare Paolo Bertinetti, Preside della Facoltà di Lingue dell’Università di Torino, “curiosamente le università private (che in realtà sono tutte lautamente sovvenzionate dallo Stato) sono escluse dalla legge: potranno continuare a fare quel che gli pare”. Inutile dire che, senza una benché minima esperienza pratica di gestione dell’attività universitaria, come è il caso del Ministro Gelmini, non è possibile “inventare” una riforma, al massimo si può procedere per slogan. E gli slogan abbondano: “gli studenti valuteranno i professori”, “i docenti avranno l’obbligo di certificare la loro presenza a lezione”, “1500 ore annue, delle quali almeno 350 dedicate a lezioni e servizi per gli studenti”, “scatti di stipendio solo ai proff migliori”, “riduzioni delle facoltà” (al massimo 12 per ogni università), “codice etico”, “abilitazione nazionale”, “ricercatori”. Soffermiamoci a riflettere punto per punto.

    1) Gli studenti valuteranno i professori. Su quale base? Insegno geografia e mi occupo di medioriente: troppe volte correggo esami in cui è scritto che La Mecca si trova a Gerusalemme, che l’islam è anteriore all’ebraismo, che il Tigri e l’Eufrate scorrono in Israele (persino nella specialistica!). Saranno questi studenti a dover valutare la mia professionalità? Nel caso, vedremo di adeguarci al vecchio 18 politico senza neppure dare uno sguardo agli elaborati e ci saremo assicurati un appoggio incondizionato! Tanto più che, per ottenere finanziamenti, bisognerà laureare a massa… tanto chi vorrà una solida preparazione, e avrà il denaro per permettersela, si rivolgerà alle Università private!

    2) I docenti avranno l’obbligo di certificare la loro presenza a lezione. Nella mia Facoltà (Lingue), all’Università di Torino, ciò accade già: per ritirare le chiavi dell’aula occorre segnare i propri dati, l’ora e firmare su apposito registro consegnato a mano da un addetto e la stessa cosa accade al termine della lezione. Ci chiederanno di “timbrare il cartellino”? Già ora andiamo a lezione febbricitanti, perché i semestri hanno contratto in maniera innaturale la didattica, continueremo a farlo col cartellino, ma quale tristezza!

    3) 1500 ore annue, delle quali almeno 350 dedicate a lezioni e servizi per gli studenti. Nelle 1500 ore verranno incluse le ore per la preparazione delle lezioni, per gli incontri con gli studenti, per la lettura e la correzione delle tesi, per lo svolgimento degli esami, per la correzione degli esami stessi, per i consigli di facoltà, di dipartimento, di sezione, di corso di studi e per la ricerca? Evviva!!! Il Ministro ci ha ridotto l’orario di lavoro… a meno che pensi che tutto questo si possa svolgere dietro una scrivania come in una bella azienda Fininvest, magari dopo aver timbrato il sopra menzionato cartellino dalle 8 alle 14 e dalle 14 alle 20. In questo caso sarà un amaro risveglio sotto diversi aspetti. Primo tra tutti per l’aspetto della ricerca: difficile fare ricerca sulle fonti idrogeologiche israeliane, per non fare che un esempio, restando seduti al computer dell’Università. Ma anche per l’aspetto umano: la studentessa lavoratrice romena che viene a casa mia, la sera, per la correzione della sua tesi perchè di giorno lavora sino alle 20.00, ad esempio, non potrà più farlo. Quella con figli che ha bisogno di alcune spiegazioni e allora, se fa bello, ci incontriamo ai giardinetti, neppure. Quella con la sclerosi multipla che non si può più muovere e allora vado io da lei… beh, in quel caso me ne fregherei del cartellino e continuerei a seguire la mia coscienza. Io come tutti i colleghi, ma forse il Ministro non sa che il bello di questo “lavoro” è proprio quello di poter offrire uno spaccato di umanità vera, qualcosa che rimarrà per tutta la vita, molto più profondo e solido di quattro aride nozioni.

    4) Scatti di stipendio solo ai proff migliori. E chi stabilisce, in tempi di vacche magre, quali sono i criteri per essere un bravo professore, migliore di altri? E’ più bravo il docente che vive in biblioteca, scrive tomi e viene invitato alle conferenze in tv? O è più bravo il docente che dà ai suoi studenti gli strumenti per riflettere, per andare al di là della nozione, che li incita alla ricerca? O quello che fa semplicemente il professore e lascia che la ricerca siano i ricercatori a farla, ma quando spiega ti incanta e staresti per ore a sentirlo? Chi dovremo penalizzare in questa nuova Università aziendale, di fatto priva di valori umani?

    5) Riduzione delle Facoltà (al massimo 12 per ogni Ateneo): a Torino ce ne sono 13. Chi facciamo fuori? Mettiamo i nomi in un cappello ed estraiamo a sorte? L’estrazione avverrà con il Ministro bendato? E a quei docenti e professori chi glielo dirà che sono inutili? Vediamo… è più inutile Scienze Politiche o Lettere? Lingue o Scienze della Formazione? Medicina o Scienze MFN? Giurisprudenza o Farmacia?

    6) Codice etico… vabbè, scusate, ma lo mettano prima in politica! Questo punto nemmeno lo discuto: quando i politici presenteranno un’etica pari almeno alla peggiore etica universitaria potremo tornare sull’argomento. E, già che ci siamo, un adeguamento degli stipendi dei parlamentari a quello dei professori!

    7) Abilitazione nazionale… cambia qualcosa? Sì, tutto sarà nelle mani di pochi potenti che potranno gestire gli “accordi” nazionali. In altre parole si tratta dell’esaltazione della baronia che, a parole e a titoli sui giornali, il Ministro afferma di voler combattere.

    8) Ricercatori: la loro figura è distrutta. Precari per sei anni a 1300 euro lordi al mese – quella dei 2100 era una bufala, ah che Ministro burlone! – e poi arrivederci e grazie: soltanto se le facoltà vorranno (e se avranno le risorse, che non sempre vanno di pari passo col merito ahimè!) potranno diventare associati. E’ falso dire che questa legge ha eliminato il precariato: lo ha introdotto e istituzionalizzato, anche perché, sino ad oggi, i concorsi a ricercatore erano tutti a tempo indeterminato. Senza parlare poi dell’affermazione secondo la quale si potrà diventare di ruolo già a 30 anni invece che a 36, ma chi l’ha raccontato al Ministro? Io sono diventata di ruolo a 28!

    Ma la Confindustria, per bocca di Gianfelice Rocca, ha dichiarato: “La Riforma approvata oggi risponde all’esigenza, condivisa da Confindustria, di porre l’Università italiana in condizione di competere ad armi pari con i migliori Atenei del mondo”. Mah, forse sarò ottusa o non riesco a comprendere a fondo il problema. Eppure non posso dimenticare che i nostri migliori “cervelli” trovano immediatamente impiego negli U.S.A., in Germania, in Francia, nel Regno Unito, in Giappone. Allora non posso fare a meno di chiedermi: chi li ha formati questi cervelli così ambiti all’estero? Li abbiamo formati noi: i professori fannulloni che questa riforma non fa che umiliare. Quale sarà il risultato? Ci sarà meno ricerca, minor passione, sempre maggiori difficoltà, laureati del tutto impreparati fino a quando anche noi decideremo di emigrare.

    Addio Italia!

    Daniela Santus

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