Se le morti sul lavoro fossero colpa delle troppe regole?

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Se le morti sul lavoro fossero colpa delle troppe regole?

08 Dicembre 2007

 Le “morti bianche” e gli incidenti (non mortali, ma gravi) sul lavoro – ha detto Romano Prodi il 20 ottobre scorso dopo un’ultima tragedia (allora avvenuta a Napoli) – sono un’emergenza nazionale. Ha scritto un messaggio alla Conferenza Nazionale sulle opere pubbliche ma successivamente – che si sappia – non ha fatto nulla. Già il primo maggio dal Presidente della Repubblica aveva lanciato un appello in materia di infortuni sul lavoro; proprio mentre lo diramava alla stampa, le agenzie  annunciavano due morti sul lavoro nella provincia di Cosenza. Il ritmo non è cambiato nei giorni seguenti. Nel  2006 ci sono stati un milione di incidenti e 1250 morti in 12 mesi: quattro al giorno, al netto dei festivi. Nei primi mesi del 2007, la situazione non è migliorata: oltre mille nei prime nove mesi. L’Italia ha il triste record , tra i Paesi dell’Ue, di essere quello con la più alta incidenza sia di infortuni sia di incidenti mortali sul posto di lavoro.

Quale ne è l’origine? La tendenza è di lanciare il dito accusatorio nei confronti delle imprese e di aggiungere nuovi orpelli alla miriade di controlli già in vigore. Vorrei proporre, sulla base della mia esperienza sia al Ministero del Lavoro sia all’Organizzazione Internazionale del Lavoro un’ipotesi tanto controcorrente da sembrare iconoclasta: le troppe regole (e la troppa confusione di regole su regole) fa sì che l’applicazione sia lasca e la vigilanza applicata poco e male da un ispettorato del lavoro pur volenteroso e ben intenzionato. In primo luogo, gli ispettori del lavoro che fanno bene il loro lavoro non vengono premiati ma accantonati e messi da parte (in termini tecnico-giuridici si potrebbe parlare di “mobbing”) in quanto danno fastidio in un ambiente abbastanza lasco anche a ragione delle numerose piccole caste che controllano il sistema. Non è un fenomeno soltanto italiano: un libro americano di successo appena tradotto nella nostra lingua (David Mosby e Michael Wiesssman “Il paradosso dell’eccellenza”, Etas) analizza perché in molte organizzazioni lavorare bene non vuole dire fare carriera, ma farsi la reputazione di “rompiscatole”. E’ la nomea attribuita a molti ispettori del lavoro che si impegnano egregiamente nei loro compiti mentre la progressione di grado è riserva di caccia di chi meglio si accomoda al sistema.

Di tale sistema un libro autobiografico di successo (Luigi Furini “Volevo solo vendere la pizza” Garzanti)  racconta le peripezie soprattutto con la normativa sul lavoro (ed in particolare sull’igiene e la sicurezza) di un giornalista cinquantenne il quale, senza prospettive di carriera e deluso, decise qualche anno fa di diventare un piccolo imprenditore aprendo una pizzeria per asporto (un negozietto di 30 metri con forno, banco e servizi igienici) per produrre e vendere pizza al taglio. La vicenda si è svolta non in quel Mezzogiorno che, a torto od a ragione, viene considerato pasticcione od in quella Roma ritenuta, a ragione o a torto, confusionaria, ma in quel di Pavia (dove la pubblica amministrazione è efficiente, il senso civico alto, il capitale sociale consistente ed il controllo sociale elevato). Dopo una mezza dozzina di corsi obbligatori (ma a caro prezzo) in igiene e sicurezza del lavoro, diecine di pratiche e di bolli, ispezioni e controlli di ogni genere, il nostro è tornato a fare il cronista, dopo una perdita di 100.000 euro, la chiusura della piccola bottega, il licenziamento di un paio di collaboratori ed un esaurimento nervoso. Il libro è divertente (per questo è giunto già alla quinta edizione) ma amaro. Non solo nei confronti della burocrazia ma delle miriade di regole nazionali, regionali, provinciali, comunali e del vero e proprio labirinto da esse creato.

 Nel lontano 1993 ciò era stata il tema di un convegno tenuto a Roma dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (agenzia dell’Onu non certo barricadiera od iperliberista e nei cui organi di governo sono rappresentati i sindacati): eloquente il titolo – la “grande fuga dal diritto del lavoro”. Lo aveva già scritto in un saggio mirabile un economista tra i beniamini della sinistra, Albert Hirschman: di fronte a troppe regole si scappa- nel sommerso, nell’alegale, ove non nell’illegale. Anche chi è preposto a vegliare alla loro applicazione non sa che pesci pigliare.

 Nella XIII e XIV legislatura, sulla scia di una serie di studi Ocse, si è messo l’accento sull’analisi dell’impatto e dei costi della deregolazione al fine di far dimagrire l’apparato normativo. Sono stati commissionati studi empirici per appurare i costi delle regole sulle imprese (nella consapevolezza che quando sono troppo alti, la tendenza a scappare diventa forte). Poco si sa dei risultati ottenuti: pare che si sia giunti a rilevazioni affidabili solo in pochi comparti (quali i vivai ed i forni%29. Nulla si sa in materia di nesso tra le troppe regole, la scarsa possibilità di applicarle e monitorarle, da un lato, e gli incidenti e le morti sul lavoro, dall’altro. Con l’attuale legislatura, l’enfasi è cambiata: l’accento è sul miglioramento della regolazione non sul suo drastico snellimento. Sono stati creati una serie di comitati a questo scopo: aspettiamo i risultati prima di valutarli. Forse, sarà necessario il calendario biblico.

 Dato che si continua a legiferare e regolare per l’eternità (in Italia non esiste una norma generale in base alla quale dopo un determinato numero di anni una legge ed una regola, se non riapprovata, è abrogata), l’Himalaya regolatorio cresce. E gli infortuni e le morti bianche pure.