“Se non ci fosse stata la Shoah non sarei mai diventato uno scrittore”

LOCCIDENTALE_800x1600
LOCCIDENTALE_800x1600
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

“Se non ci fosse stata la Shoah non sarei mai diventato uno scrittore”

08 Marzo 2009

La memoria e l’immaginazione, ma anche la virtù dell’indulgenza e l’amore per l’uomo: questi, i temi più cari dello scrittore Aharon Appelfeld, scampato per miracolo al genocidio del popolo ebraico, ma non alle piaghe morali di quanto è accaduto. Una testimonianza che ancora oggi, all’età di 77 anni, resta comunque intrisa di un ottimismo prepotente.

La memoria e il ricordo sono i leitmotiv dei suoi romanzi, quasi tutti incentrati sulla sua biografia e sugli eventi tragici della seconda guerra mondiale. Che ruolo ha avuto la memoria storica nella sua vita?

La memoria è la vera essenza dell’ uomo e la garanzia della sua umanità. Cosa sarebbe un individuo senza il bagaglio della propria esperienza? Faccio un esempio. Anni fa un mio amico, uno degli orfani che come me, dopo la guerra, salpò alla volta della terra promessa, senza alcuna prospettiva tranne la forza e la perseveranza della giovinezza, mi confidò di non riuscire a trascorrere notte senza “rivedere” gli orrori del passato. Parafrasando Primo Levi, se un uomo non è che questo, un ammasso di sensazioni, ricordi e frammenti di vissuto che possono miracolosamente affiorare alla memoria dopo molti giorni e anni, cosa sarebbe un uomo privo della sua linfa più feconda se non una inutile e idiota tabula rasa?    

Lei ha raggiunto Israele nel 1946, trovando lo stato emergente in grande subbuglio. Qual è stata la prima esigenza dell’ “uomo nuovo”?

Avevo 13 anni, mi ero imbarcato solo, orfano come tutti i miei compagni di viaggio. La sensazione era quella di una grande disfatta. Sapevamo che per noi sarebbe stato impossibile assuefarci alla normalità e vivere come se la Shoah non fosse mai avvenuta. La sola idea di voler cancellare questa responsabilità mi appariva come un crimine.

Ci aveva salvati la solidarietà, ma a Gerusalemme non la pensavano così. Lo slogan era “costruire il nuovo ebreo”, e da nuove fondamenta. L’ottimismo che vigeva in terra santa era sorprendente, nessuno voleva impelagarsi nelle pastoie del recentissimo passato, si guardava al domani o all’immediato presente con il desiderio ansioso di sfuggire alla morte.

Lei è riuscito a dismettere i panni del perseguitato?

No, non ci sono riuscito. Non potevo semplicemente dimenticare. E’ vero, noi ebrei non riuscivamo a raccontare neppure ai nostri figli la minima parte di ciò a cui avevamo assistito. Penso che ci sentissimo degli idioti e allo stesso tempo non ci rendessimo conto della fortuna avuta.

Qual è stata la sua catarsi?

E’ stata la scrittura a rendermi ebreo. Ho imparato l’ebraico poco più che adolescente, sino al mio arrivo in Palestina non avevo frequentato nessuna scuola. Ho subito  iniziato a scrivere fiction, racconti inventati in cui potevo sfogare ansie e orrori repressi.  La letteratura mi ha decisamente salvato. Avevo smesso di pregare ma potevo scrivere.

Memoria e immaginazione: che cosa ha fatto di lei uno scrittore?

Non potevo vivere con tutte quelle immagini di morte. La memoria e la sua trasposizione mi hanno aiutato a salvarmi dalla devastazione interiore che provavo.  Senza i miei ricordi non sarei potuto sopravvivere e la mia vita si sarebbe accorciata di molto. Senza  memoria non avrei saputo dove attingere. Mi sentivo privo di coscienza, ma sentivo che dovevo creare qualcosa. Non volevo fare una semplice cronaca di fatti, ma trasfigurare i miei ricordi, far sentire emozioni e sentimenti. E’ l’emozione della ripetizione che accade ogni volta, l’arte che copia la vita. Con la memoria e l’immaginazione ci sentiamo parte di quello che non siamo. E di chi non c’è più. La memoria ci ripete che quel che è stato non è solo dentro di noi, ma è realmente accaduto, non è un ricordo vuoto. E’ l’unica via per sentire l’esperienza e portare dentro di noi mondi che testimoniano di altre esistenze.

Queste ultime affermazioni hanno un sapore laico; eppure, lei si considera un ebreo religioso.

Sono ebreo. Sono anche religioso, ma lo sono così intimamente e a modo mio che di questo non posso neppure parlare.

Se dovesse dare un consiglio agli israeliani ed uno ai palestinesi?

Pensare in direzione di un compromesso reale, accettabile da entrambe le parti, che fondi la propria esistenza nella possibilità reale di voler risolvere la questione. Un vero compromesso!

Una visione ottimistica…

L’ottimismo è una forma di amore permanente nei confronti dell’altro. Tutti gli ebrei sono conosciuti per essere grandi ironici e ottimisti, sempre disprezzati, è vero, prima in Europa e oggi nel mondo arabo, ma la sicurezza che un giorno Dio avrebbe svelato loro l’arcano mistero della Verità ha mantenuto in vita quel filo di speranza che li ha resi forti e ottimisti. L’ottimismo non è solo stupidità. È amore per l’essere umano in quanto essere umano, e fine a se stesso.