Home News “Se non immettiamo liquidità, l’Italia chiude bottega”. Intervista a Paolo Romani

Idee per il postvirus

“Se non immettiamo liquidità, l’Italia chiude bottega”. Intervista a Paolo Romani

“Se l’Italia non si mette in testa di mettere a disposizione del sistema Paese almeno 300 miliardi rischia di chiudere baracca e burattini”. Ne è convinto il senatore Paolo Romani di “Cambiamo!” che con i suoi colleghi di partito ha proposto un Prestito Nazionale per risollevare il sistema economico italiano del postvirus. A partire dal sistema produttivo lombardo, locomotiva d’Italia ora praticamente piegata in due dal Coronavirus.

Senatore, senza tanto girarci attorno possiamo dire che la vera emergenza nazionale è proprio la Lombardia?

Stando ai dati che ci vengono proposti, assolutamente si, purtroppo.

Ecco, ma perché la Lombardia è la Regione più colpita?

Con ogni probabilità il motivo vero è che la Lombardia ha un sistema economico così connesso e così ampio che, non avendo bloccato le attività produttive prima dell’ultimo dcpm, la mobilità sociale che le attività produttive impongono, a differenza dell’economia di prossimità più diffusa al sud, ha finito per influire molto negativamente sul fenomeno del contagio.

Quindi, la sproporzione del numero dei decessi ad esempio tra Lombardia e Veneto, le regioni dove tutto ha avuto inizio, secondo lei dipendono essenzialmente dall’impostazione del sistema produttivo e non, ad esempio, dal sistema sanitario?

No, è un discorso che prescinde dal sistema sanitario. Vede, anzitutto la Lombardia ha più del doppio degli abitanti del Veneto. In più, la connessione sociale dell’impianto produttivo della Lombardia è diverso da quello del Veneto. A Milano, ad esempio, arrivano quasi 700 mila persone al giorno per ragioni lavorative. Milano e la zona circostante conta già grosso modo 5 milioni di persone, gran parte delle quali per andare a lavorare utilizza mezzi di trasporto pubblici. Questo in Veneto non avviene, almeno nella misura e nella concentrazione con cui avviene in Provincia di Milano. Bergamo e Brescia, invece, hanno, sia pur su scala ridotta, un sistema simile. Per cui, a parte l’errore che è stato fatto all’ospedale di Alzano dove non si sono accorti per tempo del contagio e hanno infettato praticamente l’intero ospedale in un giorno, il sistema economico bergamasco è anch’esso ad altissima socializzazione sul sistema lavoro. Alla luce di ciò, ritengo che sia questa la ragione fondamentale per cui Milano, la zona di Milano, Bergamo, Brescia e in parte il lodigiano sono diventati focolai ben più importanti rispetto a quelli del Veneto.

L’insofferenza da parte della regione Lombardia nei confronti delle misure assunte dal governo è del tutto evidente. Eppure, come mai il Presidente Fontana non è intervenuto con ordinanze autonome di contenimento del contagio?

Tutti ci siamo chiesti come mai la Regione Lombardia, dopo aver dichiarato Codogno zona rossa, non abbia dichiarato zona rossa anche Bergamo, dove il focolaio era così esteso che era quasi obbligatorio chiudere tutto molto prima. Ma su questo non abbiamo avuto risposta. Come, del resto, tutti ci siamo chiesti come mai la Lombardia non abbia preso iniziativa di bloccare le attività produttive. E anche su questo risposte non sono state date.

E allora qual è il punto? Se pensiamo che i governatori delle regioni del Sud sono intervenuti più volte a suon di ordinanze…

A mio avviso, bloccare il sistema economico lombardo che – non dimentichiamolo – è la locomotiva economica del Paese era un intervento così forte che probabilmente la Regione Lombardia pretendeva che fosse il Governo nazionale ad assumersene la responsabilità. E se pensiamo che il sistema produttivo lombardo rappresenta il 25% del Pil nazionale, si possono anche comprendere le ragioni di una simile richiesta. Oggi con il blocco delle attività produttive ad esclusione delle attività comprese tra i servizi essenziali, finalmente abbiamo la possibilità di bloccare il contagio tra persone che andavano a lavorare. Ad ogni modo, c’è stata troppa incertezza e si sono persi giorni preziosi…

Dal suo punto di vista, arriverà il giorno in cui verrà differenziata la strategia di contenimento tra il Nord e il resto d’Italia che tutt’ora è una grande zona arancione?

Ormai, come confermato anche dall’ultimo dcpm, il blocco è totale. E a mio avviso è un errore perché non ha senso bloccare attività produttive di prossimità come quelle del Sud che non hanno bisogno di una mobilità sociale come avviene al Nord. Per cui, in questo caso, si rischia di bloccare quel poco che rimane di produttivo con effetti tutto sommato minimi dal punto di vista del contagio.

Come può ripartire l’Italia del postvirus?

L’azienda Italia produce 1800 miliardi all’anno, ovvero 150 miliardi al mese. Con un blocco di due mesi, come probabilmente accadrà, vuol dire che la perdita secca del sistema Paese viaggerà intorno ai 300 miliardi. E forse per riavviare le attività produttive sarà necessario anche qualche ulteriore contributo. Ecco perché se l’Italia non si mette in testa di mettere a disposizione del sistema Paese almeno 300 miliardi rischia di chiudere decisamente baracca e burattini.

In quest’ottica voi di “Cambiamo!” avete proposto il “Prestito nazionale”. Secondo lei, tale proposta è compatibile con il debito pubblico italiano?

Il sostegno e il rilancio del sistema economico nazionale è possibile solo immettendo liquidità nel sistema per sostenere le imprese e le famiglie, garantire la tenuta del sistema bancario e utilizzare quello che noi abbiamo chiamato un “bazooka” finanziario che restituisca fiducia al Paese. Un Prestito Nazionale, che raccolga fondi privati delle famiglie italiane adeguatamente remunerati e con scadenza trentennale, esclusivamente dedicato al rilancio economico, con una prima disponibilità di almeno 200 mld, completato anche attraverso una mega emissione di obbligazioni della CDP, fuori dal perimetro del debito pubblico, o con l’emissione di Eurobond, garantiti quindi dalla BCE. Per cui, il Prestito Nazionale proposto da noi non incide sul debito pubblico. E se teniamo conto del fatto che il 60% del nostro debito pubblico è in mano a creditori italiani, non credo ci sia un problema di sfiducia dei mercati internazionali, o perlomeno ci può essere ma è legato al restante 40% del debito.

 

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