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L'analisi

Se non investiamo nel futuro rimarremo una generazione di nani

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Ci sono dei momenti in cui la storia sembra fermarsi. Il tempo si dilata, le incoerenze dei sistemi sociali ed economici emergono con forza, le convenzioni diventano deboli, le regole saltano, e con esse, la fiducia. Sono momenti drammatici in cui l’uomo si trova senza più riferimenti, solo con i propri errori, con le proprie debolezze e le proprie meschinità, spogliato com’è dai suoi riti e della sua quotidianità.
Siamo in uno di questi momenti. In Italia, nel momento in cui scrivo il coronavirus uccide oltre 700 persone al giorno, siamo rinchiusi nei nostri appartamenti e guardiamo smarriti nelle nostre webcam alla ricerca del calore umano che la virtualità non può offrire. Sogniamo di andare al ristorante, di andare a trovare un amico, di berci un caffè al bar sotto casa, sogniamo le cose più semplici, che davamo per scontate e che questa epidemia ci ha portato via.
E’ questo uno di quei momenti dove è richiesto uno sforzo eccezionale alla generazione che guida un paese. Così hanno fatto le generazioni precedenti quando hanno fronteggiato le crisi economiche, le guerre, le epidemie e le carestie. Pensiamo agli ultimi cent’anni. I nostri nonni hanno rialzato la testa dopo le nefandezze della Grande Guerra per ricostruire un paese all’interno di un Continente nel quale 40 milioni di persone si sono ammazzate per l’ingordigia e la scelleratezza degli Stati nazionali; i nostri genitori hanno sconfitto il fascismo, hanno fatto l’Italia costituzionale, la sanità universale, il welfare state, il sistema pensionistico, hanno costruito uno dei più competitivi settori produttivi del mondo e hanno messo fine alla parola guerra con quell’idea visionaria che oggi chiamiamo Europa.
E ora veniamo noi, i quaranta-sessant’enni, i nani di oggi, che poggiamo sulle spalle di quei giganti. Noi che siamo cresciuti in un contesto di pace e prosperità, fatto di diritti, di servizi low-cost, di sviluppo tecnologico ipersonico, di verità scientifica. Noi che prendiamo un volo a settimana, che abbiamo tutte le risposte nel nostro smartphone, che risolviamo i problemi quotidiani con un click, che viviamo nel mondo più sicuro di sempre, noi che reclamiamo diritti per ogni bizzarria.
Questo è il nostro momento. La storia attende una risposta da noi, e tale risposta deve essere di una forza senza precedenti. La casa brucia, e non possiamo spegnere un incendio con un bicchiere d’acqua. I 25 miliardi stanziati dal governo non sono che un palliativo: qualche spicciolo raccattato nelle pieghe di un bilancio stiracchiato, che si disperderanno nell’onda lunga della crisi economica che il coronavirus ha generato.
Sull’Italia gravano oltre 2.400 miliardi di debito pubblico, con un fardello come questo non andiamo da nessuna parte. Tuttavia, senza una pesante iniezione di liquidità e senza un piano di investimenti strutturali accompagnato dalle riforme necessarie non riusciremo ad evitare il default.
Non possiamo né voltarci dall’altra parte né svendere i nostri asset pubblici a qualche benefattore-predatore esterno, salvando la faccia e il portafoglio nel breve periodo, ma ipotecando il futuro delle generazioni a venire. Impariamo dal passato: nel 1866 il governo italiano per affrontare la III guerra d’Indipendenza decise di stanziare un “prestito forzoso redimibile” che evitava una patrimoniale ed in questo modo si evitò il collasso e si superò la guerra con l’annessione del Veneto all’Italia.
Analogamente ad allora, questo è il momento della solidarietà e dell’azione.
La nostra generazione, che detiene il patrimonio privato tra i più elevati del mondo, deve scuotersi e rilanciare un investimento sulle generazioni future. Deve investire nei propri figli, ridando loro un futuro di crescita e sviluppo di cui, guardandosi indietro, ci ringrazieranno.
Altrimenti rimarremo solo una generazione di nani, anche se stiamo sulle spalle dei giganti.
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