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Se non si riformano le istituzioni non ci sarà una svolta

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Destano, francamente, sorpresa i molti osservatori e commentatori politici che in questi giorni hanno manifestato aspettative di una forte discontinuità, o delusione per una eccessiva continuità del nuovo esecutivo guidato da Matteo Renzi rispetto a quelli precedenti. Ora, che l'idea del "cambio di passo", di una presunta possibile svolta rappresentata da questo governo possa essere veicolata da Renzi stesso si comprende benissimo, per ovvi motivi di propaganda personale e di partito. Meno si comprende come smaliziati giornalisti, politici ed intellettuale possano crederci.

Certo, la drammatica situazione dell'economia italiana induce larga parte dell'opinione pubblica a sperare in svolte più o meno miracolose. Ma questa speranza attiene alla sfera dei sentimenti, e non dovrebbe condizionare quella dell'analisi politica. In realtà una valutazione fredda, esente da "wishful thinking", della genesi e della sostanza del nuovo esecutivo porta a concludere che esso rientra pienamente all'interno di una fenomenologia tipica della democrazia paralmentaristica di modello italiano, e, ancor più, di situazioni di stallo ed incertezza politica quale quella instauratasi in Italia dal 2011 in poi.

Esso nasce innanzitutto, secondo uno schema ripetutosi infinite volte dal 1944 in poi (per non dire già dall'epoca liberale prefascista), dalla consunzione interna di un governo precedente, dopo circa un anno di attività: periodo che costantemente rappresenta per gli esecutivi italiani il limite del fisiologico esaurimento di una forza propulsiva e l'inizio di quasi irresistibili pressioni e tensioni, alimentate da aspettative di avvicendamenti ministeriali e dalle divisioni interne ai partiti di una coalizione. Una tendenza che non era del tutto regredita nemmeno negli anni in cui il bipolarismo maggioritaristico sembrava aver attecchito nel paese, ma che certo si è accentuata a partire dal 2011, come dimostra la durata molto limitata dei governi Monti e Letta.

Più specificamente, nell'avvicendamento tra Letta e Renzi un ruolo decisivo è stato giocato, come è stato ampiamente notato da molti osservatori, dal dualismo interno al Partito Democratico tra premier e segretario dopo l'elezione di Renzi a quest'ultima carica: un dualismo che già in passato aveva prodotto una disarticolazione delle maggioranze di governo (vedi i noti, analoghi casi del conflitto tra Prodi e D'Alema, D'Alema e Veltroni, Prodi e Veltroni) e che ancor prima era stato un fenomeno ricorrente nella storia della Democrazia cristiana.

Renzi ha costruito la propria scalata alla segreteria facendosi collettore dei malumori antigovernativi a sinistra, e gli elettori che lo hanno plebiscitato alle primarie hanno rappresentato chiaramente fin dall'inizio per lui la massa di manovra utile a forzare gli equilibri  dell'esecutivo, con la possibile e prevedibile conseguenza di una crisi. Il neo-segretario Pd si è risolto a sfiduciare Letta quando ha capito che nemmeno le possibili riforme elettorali e istituzionali messe in cantiere dall’esecutivo precedente potevano invertire la tendenza inesorabile al calo dei consensi popolari al suo partito.

Ma questo non può certo voler dire che Renzi, quando ha deciso di andare a palazzo Chigi, fosse così ingenuo da pensare veramente (al di là di ovvie dichiarazioni di prammatica) di poter costruire un governo pienamente rispondente alla sua impronta e leadership. Realisticamente egli certo sa, da un lato, che la sua guida dell'esecutivo è resa strutturalmente debole dal fatto di non aver ricevuto alcuna legittimazione popolare; dall'altro, che egli può accedere e permanere alla carica di Presidente del Consiglio soltanto fondandosi su una maggioranza parlamentare sostanzialmente coincidente con le "piccole intese" della seconda parte del governo Letta.

I suoi tentativi di caratterizzare maggiormente il nuovo esecutivo come governo politico fondato su una guida personale non potevano che avere, come hanno avuto, un esito deludente. Se, nonostante questo, Renzi ha deciso di percorrere questa strada, chiaramente è perché egli ritiene comunque che la situazione preesistente sarebbe stata ancor più dannosa per i suoi obiettivi politici, e perché in ogni caso intende cercare di sfruttare al massimo la propria permanenza a palazzo Chigi per accrescere la propria popolarità. Ma come ciò potrà avvenire, nelle condizioni di estrema difficoltà in cui si troverà ad operare?

Evidentemente, egli ritiene di avere almeno la finestra temporale per mettere a segno alcuni provvedimenti simbolici, da potersi poi giocare in occasione delle elezioni, quando esse saranno non più rimandabili. E di recuperare consensi verso il Pd soprattutto dall'area grillina e antipolitica.

In conclusione, quanto può incidere un governo del genere sulla situazione del paese, e cosa dobbiamo aspettarci dalla sua azione? Nel complesso, more of the same di ciò che abbiamo visto con gli ultimi due, per di più con la presumibile tendenza del Quirinale a riprendersi il proprio ruolo di “supervisione” alle prime prove di debolezza della compagine. L'unica possibile variante a questo scenario potrebbe essere l'approvazione celere del tandem legislativo tra riforma elettorale  e riforma costituzionale del Senato.

Renzi proverà a giocarsi tutte le possibili occasioni di avvalorare la propria reputazione di decisore. Sempre se non si logorerà prima, e non arriverà alla soglia elettorale già privato della spinta di consenso di cui fino ad ora la sua figura ha goduto come simbolo di ricambio generazionale e spinta decisionistica.

Da qui a parlare di svolta epocale, come si attendono i più o meno interessati cantori di una presunta capacità salvifica del leader politico fiorentino, ce ne passa. Il precario equilibrio politico italiano precedente questo governo non era certo dovuto ad una inabilità di Letta, o del presidente Napolitano, ma a strutturali problemi di economia e politica interna ed estera: che potranno essere affrontati con decisione soltanto quando il sistema politico ed istituzionale italiano sarà stato riformato e messo in grado di esprimere una solida, inequivocabile investitura all'esecutivo attraverso l'espressione della sovranità popolare.

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