Il caso di Chance the Rapper

Se per il pop Usa il cristianesimo e la difesa del matrimonio diventano una bestemmia

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Il suo nome è Chancelor Jonathan Bennett, ma è meglio conosciuto come Chance the Rapper. Nato a Chicago nel 1993, a 26 anni è già uno dei più celebri esponenti “indipendenti” della musica soul/hip hop statunitense.

Il giovane artista proviene da una famiglia della classe media afroamericana, legata al Partito Democratico. Suo padre ha fatto parte nello staff del sindaco Rahm Emanuel e durante la presidenza di Barack Obama ha lavorato nel segretariato al lavoro.

Ma Chance è anche cresciuto in una zona ad alta densità criminale, in una della città più violente d’America, contrassegnata da un numero altissimo di omicidi. Nella sua adolescenza ha frequentato le zone più pericolose del mondo giovanile di South Chicago, vedendo morire molti suoi amici e compagni di scuola nei conflitti sanguinosi tra gang. Entrato nel mondo della musica ad appena 17 anni, ha sempre coniugato l’impegno artistico con quello sociale, soprattutto supportando progetti educativi nelle periferie più degradate (uno tra i quali promosso dalla stessa amministrazione Obama), e finanziando generosamente con soldi propri le scuole pubbliche della città. Ha inoltre appoggiato il movimento Black Lives Matter (sia pur senza parteciparvi direttamente), e alle elezioni presidenziali del 2016 ha pubblicamente espresso la sua preferenza per Hillary Clinton.

Il rapper dell’Illinois, insomma, può esibire un pedigree ed un profilo inequivocabilmente “di sinistra”. Certo, egli ha dato più volte prova della sua autonomia di giudizio, e anche della capacità di sfidare le opinioni dominanti nella sua area politico-culturale. Come quando, nel 2017, dopo l’elezione di Donald Trump ha difeso la legittimità della scetla del suo ispiratore, concittadino ed amico Kanye West, che aveva sostenuto pubblicamente il nuovo presidente, dichiarando: “Non tutti i neri devono per forza stare dalla parte dei Democratici”. Frase che potrebbe sembrare persino ovvia (una parte rilevante della comunità afroamericana ha sostenuto, contrariamente alle rappresentazioni convenzionali, the Donald), ma che nel contesto della Chicago obamian/clintoniana suonava come una sfida fortemente eterodossa (ed è stata infatti contestata all’epoca da molti suoi fans). In ogni caso, il giovane Bennett sembrerebbe avere tutte le “carte in regola” per ricevere “ad honorem” il gradimento dell’establishment liberal che oggi domina incontrastato il mondo dell’entertainment e la cultura pop nei paesi anglosassoni.

Eppure, i media legati a questo circuito e la critica musicale hanno  spesso manifestato freddezza, se non un’aperta antipatia, nei suoi confronti.

Come mai? Cos’è che in Chance non va, secondo i “guru” dell’estetica giovanile à la page?

E’ presto detto: la sua esplicita professione di fede cristiana, e la sua appassionata difesa del matrimonio e della famiglia oggi spesso spregiativamente chiamata “tradizionale”.

L’ultimo e più ambizioso album di Chance, The big day, appena pubblicato, è una gioiosa celebrazione in musica delle nozze celebrate lo scorso marzo tra l’artista e la sua fidanzata di lunga data, Kristen Corley, dalla quale nel 2015 ha avuto una figlia, e un grande atto di ringraziamento a Dio per le benedizioni elargite alla sua vita.

Chance ha alle spalle, come accennato, un’adolescenza di amicizie pericolose, oltre che di consumo di droghe e di vita sessuale disordinata – simile, in questo, a quella di tanti giovani americani della sua generazione. Proprio l’arrivo inatteso della piccola Kensli ha suscitato in lui uno choc decisivo, il desiderio di un cambiamento radicale di vita, ha rigenerato una relazione di coppia in piena crisi e lo ha condotto a riabbracciare in pieno la fede cristiana in cui era stato educato.

L’album Coloring book, pubblicato nel 2016, rappresentava già eloquentemente questa rivoluzione interiore, recuperando l’eredità del gospel per cantare la conversione dell’artista. Già questa svolta aveva spiazzato e scontentato qualche critico, che però lo aveva “perdonato” per la coloritura “sociale” di alcune canzoni (in particolare le toccanti Summer friends e Angels, dedicate alle giovani vittime della violenza urbana) e per la onesta, impietosa rappresentazione dei suoi ancora persistenti conflitti interiori. I custodi occhiuti del politicamente corretto nel mondo musicale, insomma, potevano salvare capra e cavoli dicendo che, sì, Chance era diventato un musicista ufficialmente “cristiano”, ma almeno rimaneva tormentato e problematico, oltre che “impegnato”.

Quegli schermi sono clamorosamente caduti, in questi giorni, con l’uscita di The big day. Nel nuovo album, infatti, la fede viene cantata da Chance con un entusiasmo senza più ombre, e la famiglia appare come una scelta convinta, vissuta con allegria e serenità. Le canzoni sono un’unica, ininterrotta colonna sonora di amore per la vita nella luce dell’amore cristiano.

Questo è veramente troppo per il perbenismo “al contrario” saldamente egemone nella cultura di massa mediatizzata americana e occidentale. Si tratta, evidentemente, di prese di posizione oggi “scandalose” ed “eretiche” per la cultura progressista ormai anche negli States, dove il laicismo ultrasecolarizzato non esercita ancora sul discorso pubblico progressista la vera e propria dittatura che esiste in Europa occidentale.

Dev’essere stata una sofferenza indicibile, per gli esteti radical-chic, ascoltare brani come I’ve got you (always and forever) (con citazioni della prima lettera di San Paolo ai Filippesi). O Found a good one (Single no more), in cui l’autore esulta per aver trovato miracolosamente la donna “fatta apposta per lui”. O Eternal, in cui si esalta la monogamia contro le avventure erotiche occasionali.

Ecco quindi che nelle recensioni alla nuova opera le perplessità a mezza bocca di ieri sono diventate esplicite prese di distanza. Danny Schwatz su “Rolling Stone” vede nell’album una banalizzazione edulcorata del matrimonio, e una sottovalutazione dei suoi problemi reali. Sheldon Pearce su “Pitchfork” (la rivista più autorevole della critica pop/rock contemporanea) accusa Chance di essere diventato pedante, “dogmatico”, e addirittura di sostenere un modello “patriarcale” di famiglia (etichetta infamante sempre in voga per chi osa contrastare l’ideologia relativista dominante). E Jon Caramanica sul “New York Times” arriva ad augurarsi sarcasticamente che presto il musicista di Chicago possa pubblicare un bel “divorce album”, a suo avviso potenzialmente molto più interessante.

Sono tutti segni di una tendenza sempre più esplicita al rigetto di personalità come Chance da parte del mainstream pop attuale. Un mainstream per cui ormai il cristianesimo in quanto tale è pressoché intollerabile, così come qualsiasi visione razionalista, realista e non relativista della realtà.

Se anche nell’atmosfera del libertarismo sessuale degli anni Settanta potevano essere ben accolti un inno all’amore eterno e religiosamente ispirato come Let’s get it on di Marvin Gaye o l’esaltazione della paternità in chiave religiosa di Isn’t she lovely di Stevie Wonder (per inciso, l’artista più amato da Chance), oggi viceversa per pubblicare opere simili un musicista necessiterebbe di un coraggio anticonformista davvero fuori dal comune, in grado di sfidare il muro monolitico dell’ortodossia in base alla quale viene considerato assolutamente normale che i musicisti r’n’b e hip hop cantino entusiasti un edonismo senza domani o una violenza senza speranza, ma viene condannata come bigotta e intollerante ogni visione del mondo ancorata al trascendente.

Al giovane Chancellor il coraggio pare non mancare. Speriamo non sia costretto, come altri, a cospargersi il capo di cenere e a farsi “rieducare” dai sacerdoti politicalcorrettisti.

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