Se Renzi diventa un pungiball

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Se Renzi diventa un pungiball

30 Ottobre 2017

Se Renzi diventa un pungiball. “Il pokerista di Rignano rilancia in continuazione nella speranza di far dimenticare le responsabilità e i conflitti d’interesse del suo governo rispetto alle questioni bancarie e al tempo stesso pensa di recuperare consensi attaccando, ma anche su questo rischia di aver fatto male i conti: i risparmiatori truffati hanno memoria lunga e la commissione d’inchiesta sulle banche, per quanto tardiva e inutile, rischia invece di portare alla luce nelle prossime settimane squarci di verità piuttosto imbarazzanti per l’ex premier e il suo stretto entourage, soprattutto a partire dall’audizione degli uomini di Bankitalia, governatore in testa” scrive Paolo Fior su Il Fatto del 27 ottobre. Mentre lo stesso giorno Federico Fubini sul Corriere della Sera dice che: “Con Visco, la Banca d’Italia è in mani integre”. E Massimo Giannini, ancora il 27 sulla Repubblica sostiene che invitando il suo partito a presentare una mozione di critica a Bankitalia Matteo Renzi  “non esita a compiere un ‘atto sedizioso’ alla Camera”.  Che quel teppista e avventuriero di Renzi alla fine si meriti tutto quel che gli capita, è pacifico. Ciò non rende, però, convincenti gli argomenti contro di lui sulla questione specifica Bankitalia: contesta Visco per ragioni elettorali, però c’è o non c’è materia per questa contestazione? “Sono poveri ma belli (nel caso integri ma inetti)” di Fubini: anche questo è un argomento debole. Mentre Giannini deve essersi proprio seccato ad essere stato rimosso dalla Rai per arrivare a dire che una mozione parlamentare è un “atto sedizioso”. Detto questo, l’unico argomento pro Visco un po’ serio, a cui accenna Fubini, è la richiesta di Mario Draghi di avere un suo uomo in via Nazionale. Il presidente della Bce è stato decisivo dopo i pasticci tedeschi, ben avvallati da Jean-Claude Trichet, per evitare uno sbandamento pericoloso dell’economia continentale, quindi gli si “doveva” qualcosa anche perché in vista non c’è niente di meglio: sarebbe stato opportuno però (c’era un artifizio che lo consentiva) riconfermare solo per due anni Visco in modo da ritornare sulla scelta per Bankitalia quando Draghi lascerà Francoforte. Peraltro noi viviamo in una situazione in cui la Bundesbank (e anche la Bundesverfassungsgericht di Karslruhe) difendono i tedeschi dall’Unione europea, mentre Bankitalia (e spesso anche la nostra Corte costituzionale) tendono a difendere l’Unione europea dagli italiani. Forse, varrebbe la pena di cambiare, almeno un po’, le cose.

Ps.  In coda a queste annotazioni, è interessante anche esaminare i giochetti in corso su chi ce l’ha più istituzionale. Ferdinando Giugliano sulla Repubblica del 28 ottobre sostiene, per vantarne il primato istituzionale, una tesi bizzarra su Paolo Gentiloni che non sarebbe un protagonista della politica, bensì un extraterrestre: “Il processo di nomina di Visco ha sancito l’assoluta indipendenza dell’istituzione dalla politica. Il presidente del Consiglio ha infatti proposto la riconferma del Governatore nonostante il principale partito che sostiene il suo governo si sia schierato per una discontinuità”. Insomma se sei indicato dal presidente del Consiglio sei indipendente, se invece nella tua scelta si tiene conto anche del Parlamento, no: una sorta di dose personale di politica contro l’abuso di dosi massicce? Anche una persona di livello come Stefano Folli mi pare che soprassieda un po’ troppo sulle questioni di garbo istituzionale sollevate dal caso Visco quando, sempre sulla Repubblica del 28, scrive: “Si suppone che i ministri vogliano rimettere il mandato anziché annunciare precedenti impegni”, spiegando come un ministro in contrasto con il proprio presidente del Consiglio dovrebbero dimettersi non andare in gita. Ma d’altra parte un Gentiloni (e anche un Ignazio Visco) che considerano indifferente un voto del Parlamento (pur non vincolante) non è che mi paiono tanto più istituzionali dei ministri in scampagnata. 

Un caso di “mano (quasi) morta”. “Heather Lind said the 93-year-old former president had ‘touched me from behind from his wheelchair’ and told a ‘dirty joke’  while posing for a photo”così una nota di BBC on line del 25 ottobre. Il povero vecchio George Bush sr appare in preda a una di quelle malattie che fanno cadere i freni inibitori e forse meriterebbe di non essere importunato con l’accusa di aver toccato dalla sua carrozzella il sedere di una ragazza fotografata con lui. Insomma se si considerano le sue condizioni, il suo è essenzialmente un caso di “mano (quasi) morta”.

Ah Bersà, guardati allo specchio! “Se siete entrati con Bersani usciti con Verdini cosa è successo?” dice Pierluigi Bersani rivolgendosi ai suoi ex compagni di partito sul Corriere della Sera del 27 ottobre. E guardarsi allo specchio? Oppure si ha paura, come una qualsiasi regina cattiva di una fiaba su Biancaneve, di che cosa l’impietosa lastra argentata potrebbe svelare della tua immagine?

Viva la Cina! Viva Mao! Viva Deng! Viva Xi Jinping! Non mancano gli entusiasmi per l’XI congresso del Partito comunista cinese. Gideon Rachman sul Financial Times del 24 ottobre scrive che: “The election of Donald Trump and the fracturing of the Ue have made it easier for China’s leaders to scorn western political practices”. L’elezione di Trump e le rotture dell’Unione europea hanno fatto disprezzare ai cinesi (e sembrerebbe anche a Rachman) le pratiche politiche occidentali. L’ex direttore dell’Economist Bill Emmott spiega poi sulla Repubblica del 27 ottobre come “l’invasione cinese cambierebbe davvero tutto sullo scenario asiatico”: se Pechino invadesse la Corea del Nord, Xi diverrebbe più o meno “fit to govern the world”. Non è male, però, tener conto oltre che degli entusiasti, di qualche preoccupazione che si registra anch’essa sulla stampa globale. Séverine Arsène su Le Mode del 26 ottobre racconta come Pechino stia – il progetto scatterà dal 2020 – per “attribuer aux citoyens, aux fonctionnaires et aux entreprises une note représentant la confiance dont ils sont dignes”, stia cioè per segnare ogni cittadino, funzionario e impresa cinese con un codice sui suoi comportamenti telematici più o meno meritevoli. Qualcuno ha detto che questa sarebbe un’iniziativa che farà impallidire quelle immaginate da George Orwell nel suo “1984”. Interessante anche l’articolo a cura di James Kynge, Lucy Hornby e Jamil Anderlini sul Financial Times del 26 ottobre: “A FT investigation into United Front operations in several countries show a movement directed from the pinnacle of chinese power to charm, coopt or attack well defined groups and inviduals” si tratta insomma di un’indagine su come una struttura del Partito comunista (lo “United front work department”) operi in diversi paesi per sedurre, cooptare o attaccare gruppi e individui. Il quotidiano della City segnala anche come sulla base di tali notizie, Canberra abbia varato una legge contro le influenze straniere sulla politica australiana.