Se sull’Election day il Cav. la dà vinta alla Lega commette due gravi errori

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Se sull’Election day il Cav. la dà vinta alla Lega commette due gravi errori

03 Marzo 2009

Non è ancora certo. Ma è comunque molto probabile che alla fine il Governo ceda alle pressioni della Lega è decida di non accorpare le date di svolgimento delle elezioni europee e del prossimo referendum elettorale. E’ non si tratta certo di una buona notizia.

Il punto centrale non è neanche quello – pur importante – dello spreco di risorse pubbliche (circa 400 milioni di euro) legato allo svolgimento di un’autonoma consultazione elettorale. Certo, in una fase di gravi difficoltà per l’economia nel suo complesso non è facilmente giustificabile la decisione di impegnare in questo modo una cospicua somma di denaro che viceversa potrebbe essere più opportunamente utilizzata per interventi a sostegno delle imprese o delle famiglie. A meno di non voler accedere ad una forma di keynesismo esasperato secondo il quale, in una fase recessiva, qualunque spesa pubblica (anche scavare delle buche per poi riempirle!) è utile ed opportuna.

Quello che più preoccupa sono le implicazioni politiche contingenti e le conseguenze istituzionali di medio periodo. Per quanto concerne le prime, si tratterebbe di un grave errore da parte di Berlusconi. Un pericoloso segnale di debolezza nei confronti della Lega che, viceversa, rappresenta, il principale fattore di resistenza verso la prospettiva – avviata con la nascita del PdL – di costruire un moderno sistema politico ancorato su due grandi partiti, alternativi fra di loro ed a vocazione maggioritaria. La presenza della Lega nel centrodestra, così come quella dell’Italia dei Valori nel centro-sinistra, può rappresentare un fattore positivo a condizione che la stessa non possa esercitare poteri di veto e ricatti che rischiano di mettere in discussione la coerenza e la capacità di governo dell’alleato maggiore.

La vicenda leghista, fatte le dovute differenze, sembra richiamare quel modello di partito di lotta e di governo di berlingueriana memoria, elaborato nella fase più confusa della storia politica italiana. Ma in un moderno e ben funzionante sistema istituzionale un partito o sta al governo o lotta contro di esso!

Che si tratti di un problema reale è del resto dimostrato dalla storia di questi ultimi anni costellata di episodi nei quali la Lega ha esercitato in modo assai disinvolto il suo potere contrattuale, impedendo alcune serie iniziative di riforma del Governo Berlusconi: basti pensare da ultimo alle resistenze della Lega verso l’indispensabile riforma dei servizi pubblici locali (quando si è fatta tutrice dei peggiori interessi dello statalismo municipale visto il forte radicamento “assessorile” nei comuni del Nord) o agli ostacoli posti ad una seria riforma delle pensioni (quando si è fatta paladina dei pensionati e pensionandi baby padani) o alla netta contrarietà verso l’abolizione delle Province (reclamata dalla quasi totalità dell’opinione pubblica).

E’ comprensibile che in questa fase storica Berlusconi appaia in primo luogo preoccupato di garantire una navigazione serena al suo governo. Ciononostante, il problema esiste è far finta di non vederlo è assai pericoloso. Del resto già nel 1999 Berlusconi, per non irritare l’alleato leghista, in vista della successiva tornata elettorale, contribuì al fallimento del referendum che chiedeva l’abolizione della quota proporzionale del “Mattarellum”. Fu un errore grave: se quel referendum fosse passato ci saremmo risparmiato dieci anni di palude istituzionale, la sciagurata riforma del titolo V, le intemperanze leghiste, il Governo Prodi … !

Vi è poi un preoccupazione di sistema. Tutte le ultime 20 consultazioni referendarie non hanno prodotto un risultato valido per mancato raggiungimento del quorum. Probabilmente alcuni referendum erano sbagliati e non riscuotevano la necessaria attenzione del corpo elettorale. Ma il sistematico fallimento degli ultimi referendum è sostanzialmente dovuto al comportamento opportunistico del fronte del NO, il quale, anziché impegnarsi in una chiara battaglia a favore delle proprie tesi, ha preferito invitare a boicottare la consultazione non partecipando. In tal modo si è venuto a creare un paradosso: per abrogare per via referendaria una legge non è sufficiente avere la maggioranza dei consensi ma è necessario raggiungere un quorum ben più alto pari al 75%-80%. Nel caso del referendum Guzzetta casualmente, la consultazione si svolge in un anno nel quale è prevista una consultazione elettorale di carattere generale. Decidere deliberatamente di separare le date di svolgimento delle consultazioni equivarrebbe a sancire la morte dell’istituto referendario. Forse dei referendum è stato fatto un uso improprio, forse sono necessari alcuni correttivi (innalzare il numero delle firme, precisare meglio i profilli di ammissibilità dei quesiti). Ma siamo proprio certi che la nostra democrazia, soprattutto in questa fase di interminabile transizione, possa fare definitivamente a meno di questo nobile strumento di democrazia diretta?