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Servono facce nuove e idee che aggreghino

Senza alcuni errori del passato il Pdl può tornare ad essere partito di governo

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Col governo Monti un dato è diventato ancor più evidente: che quel 25% di consensi elettorali conservati dal Pdl e sopravvissuti a tutto, nel breve e medio periodo, avrebbero potuto garantire soltanto un decoroso futuro politico a Berlusconi e ad un partito tagliato e cucito sulla sua persona ma, con qualsiasi legge elettorale, non gli avrebbero più consentito di ritornare ad essere l'asse portante della politica italiana. A quel 25% bisogna quindi aggiungere qualcosa d'altro, ma senza puntare esclusivamente su una strategia di alleanze con altre forze politiche del Ppe. Quei consensi bisogna incrementarli e, dato che non si volatilizzano, se Berlusconi accetta di fare il 'padre nobile' tra le quinte, non è neanche un'impresa impossibile.

A meno che non ci si intestardisca a fare gli stessi errori del passato.

Se non si punta a creare una mitologia politica, che è comunque difficile da utilizzare politicamente, in politica, recriminare serve a poco, o forse a nulla. Dire che la crisi dell'Ue e dell'euro ha travolto il Governo Berlusconi e non il contrario serve, ma si deve anche tener conto che, in fin dei conti –checché si voglia dire del servilismo della stampa nostrana--, all'opinione pubblica quei ministri presentati come sobri e competenti (e in gran parte lo sono) sta piacendo. E questo porta ad una sola conclusione: che nel futuro, per discutere, anche a livello elettorale, del modo in cui uscire dalla crisi, bisogna mettere in campo personaggi altrettanto sobri e competenti che abbiano qualcosa di credibile da dire su come trasformare l'Ue avendo di mira i nostri interessi nazionali e la funzionalità delle tante e pletoriche istituzioni comunitarie guidate da tecnocrati neo-saintsimoniani.

Di personalità politiche e tecnico-accademiche che abbiano in tempi non sospetti richiamato l'attenzione sui limiti della costruzione europea ce ne sono. Ma, nel suo tentativo di non esporsi all'accusa di euro-scetticismo, Berlusconi non li ha valorizzati. Piuttosto che richiamare l'attenzione, anche dell'opinione pubblica, su un processo di costruzione europea che, con scarsa democrazia, stava puntando a trasformare il resto dell'Ue nello spazio economico di una Germania che, imposti i suoi costi sociali agli altri paesi, finiva per restare l'unico paese produttore, Berlusconi ha pensato che quel processo sarebbe potuto essere sfruttato per far passare anche in Italia quelle riforme, e quel contenimento della spesa pubblica che dall'interno sembrava impossibile fare. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Come che la crisi dell'Ue, se non la si affronta con idee nuove, finirà per travolgerci.

Il fatto è che un PdL egemonizzato da Berlusconi non ha avuto, e non avrà, la capacità di attrarre quelle competenti intelligenze, e ce ne sono, dalle quali potrà nascere una riflessione politicamente spendibile su come fare contemporaneamente le riforme in Italia e nell'Ue.

Per ora, da Monti e dai suoi ministri, non è venuta ancora un segnale significativo circa il modo di trasformare l'Ue. Si sta al carro di Merkel e di Sarkozy e si pensa di utilizzarne la forza per imporre riforme interne inutili e punitive dato che nessuno dei due ne accetterà mai di tali da poter mettere in discussione le posizioni già acquisite.

Per quanto sia ovvio che non possa essere un governo tecnico quello che dovrebbe trovarsi anche nella situazione di dover decidere se uscire dall'Ue e dall'euro, si sta facendo di tutto per lasciargli la responsabilità di una decisione che non sembra certo una remota eventualità. E se ciò dovesse avvenire, chi lo ha consentito si assumerebbe una responsabilità politica e storica che frustrerebbe ogni sua futura ambizione politica.

Ma il nostro obiettivo non è ora quello di discutere delle forme di commissariamento delle democrazie e di avanzare congetture su come scongiurarle (ciò che presupporrebbe una fiducia illimitata nella democrazia, che chi scrive e senza riserve, la preferisce alle forme di governo in cui le scelte pubbliche vengono fatte da governi non eletti), quanto quello di richiamare l'attenzione su una serie di errori sperando che ciò possa servire per evitarne di analoghi in futuro.

La prima cosa da dire è che chi ha votato Berlusconi lo ha fatto perché pensava, sperava e credeva (fino ad un certo momento) che avrebbe ridotto la politica. Ed invece ci siamo trovati dinanzi a qualcosa d'altro e a continuare a far politica per difenderlo da attacchi di vario tipo, e variamente fondati, che hanno finito per produrre un calo di fiducia sia in Berlusconi, sia in quei suoi più o meno stretti collaboratori che non hanno avuto le palle per fargli capire che le “feste eleganti” e le performance musicali dovevano restare il più custodito ed inaccessibile dei segreti di stato. Non per ipocrisia moralistica, ma per politica: per evitare che i suoi tanti sostenitori passassero il loro tempo a spiegare che tali innocenti divertissements non gli impedivano di studiare i dossiers, né di pensare, come un “buon padre di famiglia”, al destino del paese che gli era stato affidato dagli elettori.

Ma questi sono i nostri amici, ed in spirito d'amicizia bisogna dire questo ed altro. Compreso che se quegli ineccepibili “comportamenti privati” hanno inciso sul morale dei suoi sostenitori, quella scellerata politica di nomine fatta a quasi tutti i livelli ha finito per premiare non quelle individualità tecnico-scientifico-accademiche che si erano avvicinate al PdL, bensì gli “esterni”. Anche in questo caso, per mostrare che si facevano le cose seriamente e senza partigianerie, si sono scelti altri col risultato che il dibattito culturale interno si è inaridito e che quelle personalità si sono allontanate. Tant'è che, nel momento del bisogno, quando l'offensiva contro Berlusconi ha raggiunto la fase della delegittimazione umana e politica, non c'era quasi nessuno che ne prendesse le difese con un'autorevolezza tale da indurre l'opinione pubblica se non altro a riflettere sull'accusa secondo la quale erano Berlusconi stesso, ed i suoi “vizi”, a trascinare l'Italia al disastro. Ed anche quando si è visto che fattosi da parte il reprobo la situazione non migliorava, si trovano ben pochi opinion makers disposti a scommettere sul PdL perché convinti che dalla crisi sarà possibile uscire solo se si lavora all'elaborazione di una cultura politico-economica nuova che non abbia complessi di inferiorità rispetto a quella della sinistra e di quel centro che vede nei tecnici prestati alla politica la soluzione ai propri e perenni problemi di afasia culturale.

Già, la cultura e gli intellettuali! Possibile che nel PdL nessuno li ascolti e li metta in condizione di provare a fare qualcosa? Quanti ne attrarrebbe una politica di questo tipo? Siamo proprio sicuri che dall'ascoltare quelle che sono le loro fisime non possa nascere qualcosa di utile? È possibile che una cura per la loro malattia professionale: la vanità possa essere quella di metterli finalmente a fare qualcosa? Perché non provare?

Ci sarebbero tante altre cose da dire, ma ora, per incrementare quel 25%, è importante immaginare e trovare una linea politica che consenta di aggregare quanti non pensano che quella del Governo Monti sia una possibile via d'uscita dalla crisi. E per farlo occorre anche smettere con politiche settarie nel campo delle questioni bioetiche e dei valori. Non è tanto in questione il fatto che quel che sta avvenendo preoccupa, semmai bisogna chiedersi se sia possibile trasformare i peccati in reati in un mondo in cui con voli e cure law cost è possibile non incorrere negli uni e neanche negli altri. E che senso abbia, per un partito che vuole allargare la sua base di consenso, continuare a pensare, da parte delle sue non tante menti pensanti, che la soluzione possa essere quella di ispirarsi alla Dottrina Sociale della Chiesa. Di una Chiesa che oggi pensa che per uscire dalla crisi dei mercati (e sorvolo sulle espressioni con cui li si definisce) bisogna creare un Autorità etica mondiale che li regoli. Si potrebbe dire che mentre la posizione della Chiesa è condivisibile nella parte della questioni 'eticamente sensibili' quella riguardo l'economia lo è meno. Ma siccome è possibile anche il contrario, è bene –sia detto con consapevole cinismo-- non introdurre altri elementi di divisione.

Oggi, semplicemente, abbiamo bisogno di vedere intorno ad Alfano, facce nuove e credibili che parlino di idee e di soluzioni che possano aggregare e non dividere.

 

 

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18 COMMENTS

  1. Ah, i “liberisti”!
    Quel che fa impressione dei ragionamenti dei “liberisti” è che sbaglia il mondo, loro non sbagliano mai!

  2. Il vero problema di
    Il vero problema di Berlsconi e del centrodestra è stata la politica economica(?) di Tremonti.
    Adesso il centrodestra deve individuare nuove persone capaci di attuare una politica economica di tipo liberale in sintonia con le aspettative dei cittadini da nord a sud.

  3. stato delle cose
    Schumpeter aveva previsto dal ’42 l’attuale crisi, che non è solo italiana, né europea, ma soprattutto degli Stati Uniti, paese simbolo del capitalismo finanziario e della democrazia. La decomposizione del capitalismo inizia per Schumpeter quando l’imprenditore diventa manager, quando non rischia più di persona e non finanzia più la sua impresa, ma è finanziato da azionisti ai quali interessa esclusivamente guadagnare dai propri soldi. La nostra democrazia è simile a quella americana: la polarizzazione paralizza la politica, la rende incapace di misure restrittive per ridurre il debito e usa la lotta selvaggia a colpi di scandali sulla vita privata dei leader dem e rep nel paese che ha inventato il business delle pin up, di Playboy, dell’industria cinematografica del porno di massa, etc. Abbiamo sobri banchieri in crisi di liquidità al governo ora e nessuno parla più di conflitti d’interesse. Il beneficiario dello spezzatino di Finmeccanica sarà Marco De Benedetti, presidente del fondo Carlyle in Italia e figlio di Carlo De Benedetti, padrone di Repubblica. Stai tranquillo che sulle feste e festicciole degli attuali membri del governo nessuno oserà fare parola e tantomeno foto e intercettazioni.
    Non so quale azione avrebbe potuto fare Berlusconi e il centrodestra in Ue, essendo del tutto isolato nel’94 come nel 2001 e nel 2008. Forse dovremmo ricordarci cosa accadde dal ’94 al 2001. Si scatenò l’inferno e l’inferno si è scatenato nuovamente nel 2008. Non so cosa avrebbero potuto fare gli intellettuali vicino al Pdl, molti dei quali sono convinti sia possibile attuare il liberalismo in una democrazia con suffragio universale, mentre sappiamo bene che il liberalismo entra in crisi, insieme all’aumento della spesa pubblica, col suffragio universale, in quanto ogni partito deve elargire benefici, pensioni e vitalizi agli elettori per avere voti e non può quindi controllare la spesa del governo, ma spingere perché aumenti la spesa pubblica. Sarebbe stato necessario liberare coraggio e intelligenza, ma queste si trovano fuori dal mondo accademico. La sinistra e i suoi intellettuali sono stati di fatto delegittimati da Napolitano nel momento in cui ha negato le elezioni, che sarebbero state vinte probabilmente dalla sinistra. Napolitano ha così sancito che la sinistra non è in grado di governare e di fatto ha suicidato la sinistra.
    Voglio proprio vedere come intellettuali e accademici, la casta, i baroni di Stella e Rizzo, saranno capaci di convincere la gente a non scendere in piazza per le pensioni, ad accettare stipendi pubblici ridotti, tasse su case su cui ancora pagano il mutuo, licenziamenti, etc. Se c’è una categoria screditata è quella dei politici e dei professori universitari. Qui ci vorrebbe la destra ( penso a economisti come Accame), ma la destra è stata suicidata da Fini, al quale vanno gran parte delle responsabilità del fallimento della maggioranza uscita vittoriosa dalle elezioni del 2008. Semmai è adesso che va iniziato un discorso serio sui guai che ci ha procurato l’Ue e altre riflessioni. In questo momento la gente ha ben altri problemi delle questioni bioetiche e non ci perderei tanto tempo, ma manca la cultura di destra, che non conta nulla o al massimo ha uno strapuntino in qualche giornale.

  4. Ponderando
    Penso che l`analisi di Demonia centri il problema. E’ il discorso, tra quelli uditi o letti che piu’ contributo puo’ dare al trovare una via per ricominciar tutto da capo e risorgere da questa paralisi democratica nel modo piu’ concreto e sicuro. Senza pero’ perder di vista la rivoluzione che Berlusconi ha innestato nel modo di governare, egli puo’ ancora, veramente aiutarci, non ha secondi fini e c`e’ da augurarsi che tragga frutto da questa ulteriore amara esperienza.
    Cubeddu dice cose giuste ma non le riterrei tutte prioritarie.

  5. Anche io sono d’accordo con
    Anche io sono d’accordo con l’analisi di Demonia, tuttavia c’è da puntualizzare che l’analisi schumpeteriana non è applicabile in toto all’attaule crisi, chè è stata creata dalla politica più che dal mercato. Si veda i casi delle building societies (le Fanni mae e Freddy Mac) che agivano sotto direttive governative responsabili dell’emissione dei subprime e che poi venivano cartolarizzati in un secondo momento alle banche (che seguivano tra l’altro gli obblighi dei vari criteri di Basilea stabiliti con connotati tecnocratici e certo non “di mercato”). Che poi la politica sia debole, è da noi lo è ancora di più, e questo ci porti al fatto che i politici debbano fingere sicurezze e risposte che non hanno (soprattutto in tempo di crisi) per non perdere voti, mi trova sostanzialemente d’accordo

  6. chiariamoci le idee
    Quando Adam Smith scrisse La Ricchezza delle Nazioni non esisteva il suffragio universale, così come quando governava la Destra storica in Italia. Questo è spiegato piuttosto chiaramente da Giovanni Sartori e altri scienziati politici, ritengono il liberalismo incompatibile col suffragio universale. Per convincere i cittadini a votarli i membri del parlamento devono elargire beni che niente hanno a che fare col pareggio del bilancio e il controllo della spesa pubblica. I parlamenti sono nati per controllare le spese dei sovrani e in membri del parlamento stavano particolarmente attenti a come si impiegava denaro, perché erano la borsa dello Stato. Erano loro a pagare le tasse, erano la borsa dello Stato. Benedetto Croce viene eletto senatore per censo, non per meriti intellettuali, professava il realismo politico apertamente ed era critico nei confronti della democrazia, perché la riteneva una lotteria, dove qualsiasi persona può ottenere un ufficio e anche un posto in parlamento. I baby pensionati sono il risultato della democrazia. Negli stessi Stati Uniti, che sono una repubblica presidenziale e dove il presidente può di fatto decidere la guerra senza consultare il congresso, esiste un debito pubblico che è il 99% del Pil americano e la politica è polarizzata e paralizzata, incapace di decidere le spese da ridurre, perché, se dem e rep scontentano il loro elettorato, non vengono votati. La democrazia, come oggi viene intesa, significa uguaglianza dei diritti. Ora uguaglianza dei diritti giuridici, politici, sociali, economici è incompatibile col liberalismo: quindi o democrazia o liberalismo. Di fatto, poiché nessuna società di soggetti giuridicamente uguali che hanno come obiettivo il guadagno utilitaristico, può durare a lungo, esiste lo Stato. Lady Thatcher fu liberista, ma cadde per imporre la poll tax, l’opposto del liberalismo, perché lo Stato aveva bisogno di soldi per continuare ad andare avanti. Gli studenti inglesi pagano 9.000 euro di tasse universitarie dal 2010 e vengono dati prestiti universitari solo ai più meritevoli. Londra è rimasta paralizzata dagli scioperi ieri e sono stati impiegati militari per tenere aperti gli aeroporti. E’ la dimostrazione che il liberismo da solo non funziona, ha bisogno dello Stato: senza militari ieri nessun aereo sarebbe decollato da Heathrow. Occorre quindi una discussione seria, perché stanno saltando le categorie politiche con cui ragionavamo fino a poco tempo fa. La sinistra dovrà fare i conti con la realtà, perché non può chiedere trasformazioni liberiste e chiedere insieme l’uguaglianza sociale. Occorre realismo politico, appunto, non ideologie settecentesche e ottocentesche, come è anche il liberalismo, per uscire dal caos istituzionale, politico e giuridico italiano. Appunto, di fatto in questo momento l’Italia è una repubblica presidenziale, prendiamo atto e cambiamo la costituzione, che per molti aspetti è confusa e superata. Se affidassimo tutto alla spontaneità, come teorizza l’amico Ostellino, ieri da Londra non sarebbe partito, né atterrato alcun aereo.

  7. errori del passato
    Errori ne sono stati commessi tantissimi, ma il peccato mortale è stato lasciare mano libera al compagno Tremonti, il quale da bravo socialista che ha fatto pratica insieme a Vincenzo Visco, appena ha potuto ha impostato la politica economica sulla repressione delle iniziative mirate allo sviluppo anzichè promuoverle.
    Antonio Martino e molti altri hanno dimostrato che con una tassazione flat al 20% lo stato incassa le stesse cifre, ma lo sviluppo cresce.
    Purtroppo Berlusconi,occupato con magistrati e altri svaghi, ha dato carta bianca ad un altro giuda (il primo era ovviamente fini tulliani da Montecarlo).

  8. A proposito di professori
    Leggo con soddisfazione analisi attente e sacrosante, compresa l’affermazione relativa il discredito della categoria dei professori universitari. Come professore ho la piena consapevolezza del declino dell’università, iniziato, a mio avviso nel sessantotto, come ho cercato di rappresentare in un articolo on-line intitolato: “il lento declino dell’Università”. Una delle urgenze attuali è allora ridare dignità e ruolo alla categoria dei professori. Inoltre, l’Università deve cambiare “atteggiamento” e rispondere in modo adeguato alle necessità delle società future: quelle che fondano il proprio benessere economico e sociale sulla conoscenza (cfr. L’Università e la Società della Conoscenza).

  9. Berlusconi col liberismo ha
    Berlusconi col liberismo ha poco o punto a che fare. Populismo e demagogia (più una bella dose di cattivo gusto), sono la sua vera cifra . Per esistere politicamente ha bisogno della rissa continua e della patetica guerra civile simulata, che ha instaurato con i suoi (degni) oppositori. Spiace vedere questa incapacità, da parte di molti commentatori, di dismettere i panni del tifoso e proporre una, analisi critica del sostanziale fallimento di questi diciassette anni di egemonia Berlusconiana.

  10. Anzitutto grazie a tutti, ed
    Anzitutto grazie a tutti, ed in particolare a Demonia. Che il liberalismo, il quale mira a ridurre le scelte collettive, conviva a fatica con la democrazia, la quale invece ne vuole sempre di più e a tutti i livelli, è cosa vera e da sempre nota ai liberali. E così pure che i managers hanno un orizzonte temporale ristretto al tempo in cui resteranno in un’azienda. Ma col suffragio universale (che non è certamente il peggiore dei mali della nostra epoca) bisogna convivere, se non altro perché, churchullianamente, per quanto la democrazia sia un pessimo sistema, è comunque migliore di tutti gli altri. Si può dire che il liberalismo non abbia saputo evitare l’incremento del potere e la sua concentrazione nelle mani della politica, ma, per quanto ciò sia vero, oggi è meno importante rispetto al fatto che la politica e gli stati nazionali sono impotenti di fronte a questa crisi. Tant’è che cercano, inutilmente, di combatterla, aumentando tutti i possibili tipi di tasse, di imposte e inventandone altre. Ma non sanno come evitare che questo degeneri in recessione. Per questo mi, e vi, chiedo quale sia la soluzione di ‘destra’.
    Certamente il mercato globale genera incertezza perché, in un mondo incerto, gli operatori cercano di ridurre il rischio legato ad investimenti a lungo termine. Ma la certezza doveva produrla la politica, e gli stati hanno clamorosamente fallito perché si sono riempiti di debiti. Il rimedio, come i famigerati liberisti hanno sempre sostenuto, è quello di lasciare aperta la possibilità di fallimento per chi rischiava troppo. Purtroppo, per motivi di ‘utilità generale’, quelle stesse motivazioni che sono state adoperate per far debiti onde realizzare più velocemente la ‘giustizia sociale’, la politica non lo ha permesso. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
    Nonostante tutto lo sfoggio di sapienza da parte dei giuristi, l’ambizione a regolare mercati e globalizzazione sulla base di principi etici, si è trasformata in un insieme di regole che fa acqua da tutte le parti perché quelle regole non potevano essere imposte e le loro trasgressioni non potevano essere punite. Bisogna prendere atto del fatto che quel che funziona in uno stato nazionale non funziona in un sistema di stati in concorrenza (o in guerra non dichiarata) tra di loro.
    Anch’io, come Martino ed Ostellino, credo che occorra “ridurre lo stato” sia per mantenere la libertà individuale, sia per evitare che qualcuno speculi sulle tante cose che lo stato fa male e sui debiti che fa “a fin di bene”. Ma il problema, oggi è cosa fare se dovessimo trovarci a dover decidere se uscire dall’Ue, dall’euro, o accettare le condizioni che ci imporranno i tedeschi e i tecnocrati saint-simoniani di Bruxelles (che non sono affatto liberali). Quale classe politica gestirà il possibile trauma, e con quali strumenti affrontare il disastro sociale, prima che economico, che ne potrebbe venire? Nei confronti di chi usare la coercizione? Dei banchieri, dei politici, o di chi protesta perché ha perso averi, lavoro, e futuro? Ed ancora, se aumentare il carico impositivo genera recessione e disoccupazione, quale è la ricetta della destra?
    Il fatto è che un modello di politica, e di rapporto tra economia e politica è entrato in crisi perché stati e mercati erano diventati cose diverse da quelli che erano solo dieci anni fa; che l’informatica ha velocizzato tanti processi ma non quelli decisionali della politica e che fino a poco tempo fa si pensava di poter aggiustare le cose coi metodi tradizionali e si escludeva di dover rimettere mano a tutto il sistema adeguandolo alla velocità dei processi di mercato e di quelli finanziari in particolare. Si pensava bastasse elaborare nuove regole, varare nuove tasse e magari fare qualche taglio.
    Prendersela coi ‘traditori’ non risolve nessuno di questi problemi. È più grave che non abbiano capito quel che stava succedendo.
    r.c.

  11. il nemico della democrazia si chiama spesa pubblica
    Io non credo che il liberismo sia incompatibile con la democrazia. Ci sono stati liberisti come la Svizzera che sono riusciti a conciliare liberismo e istituzioni democratiche. Bisogna dire che in genere sono paesi di dimensione ridotta o con un’impronta federale.
    Gli Stati Uniti sono stati un esempio di stato liberista a partire dalla loro nascita.
    La tassazione permanente sul reddito è stata incostituzionale fino al 1913 se non ricordo male. Nel 1913 un emendamento alla costituzione la rese possibile. La perdita della caratteristica di stato liberista si è andata concretizzando nel corso del XX secolo man mano che la spesa pubblica americana è andata crescendo. Con essa le crisi economiche si sono acutizzate e ormai sono ricorrenti. Più recentemente il pessimo Nixon cancellò anche la convertibilità del dollaro in oro, visto che ormai con i deficit galoppanti la cosa stava diventando pericolosa: meglio poter stampare carta a go-go senza troppi vincoli e preoccupazioni legate al sano buon senso dei padri fondatori.
    La democrazia aveva senso inizialmente coniugata al liberismo.
    Oggi negli Stati Uniti a causa del mostro della spesa pubblica, sia il liberismo che la democrazia non esistono più.
    Non è il liberismo ad essere incompatibile con la democrazia.
    Chi uccide la democrazia ha un nome e un cognome: spesa pubblica.
    Se la spesa pubblica sale oltre un certo livello la democrazia si trasforma in un bordello di lobbisti e portaborse.

  12. solo alcune idee dopo una giornata all’università
    Non dico si debba eliminare il suffragio universale, per carità, ma dobbiamo riformare la democrazia e, soprattutto, le sue istituzioni: quindi, per prima cosa, riformare la Costituzione e arrivare a una repubblica presidenziale, di fatto già in atto. Non occorre soltanto diminuire le spese della politica ( cavallo di battaglia fin troppo cavalcato), né basta ridurre il numero dei deputati. Dovremmo – e questo sarebbe il compito di una destra moderna – riprogettare la politica. Tenere conto e, soprattutto comunicarlo ai cittadini, che i partiti che si servono di loro per aumentare il loro potere, stimolando e accontentando tutti i loro appetiti e debolezze, fanno il male loro e dei loro figli. A Berlusconi dovremmo semmai chiedere una trasmissione seria, dove si possa parlare di queste cose. Inoltre dobbiamo affrontare il nodo regioni, che vanno ridotte a tre, come in GB, impiegando gli attuali impiegati in esse in altre occupazioni. Lo stesso valga per l’università, inadeguata a trasmettere conoscenza e ad attirare studenti anche da Africa e paesi arabi. La riforma Gelmini è molto timida. L’università non può diventare parcheggio per fare socializzare i giovani. Dobbiamo rivalutare i tecnici, perché abbiamo bisogno di tecnici. L’obiettivo deve essere avviare al lavoro i giovani prima possibili. Va detto che la democrazia non è una lotteria, come diceva Croce: soprattutto non dà posti di lavori, serve soprattutto per la politica estera. Nonostante tutti gli addebiti che si possono fare a Berlusconi, ha individuato chiaramente come senza una forte leadership politica e istituzionale ( una repubblica presidenziale), la politica non funziona. Berlusconi ha rivoluzionato il modo di governare, ha denunciato il teatrino della politica, la perdita di tempo e, soprattutto, come l’euro attuale sia destinato al fallimento.
    Per quanto riguarda l’Ue, come ho sempre pensato, è come la Repubblica di Venezia che arrivò ad avere un impero attraverso trattati commerciali e fallì alla prima prova militare, e perse in un sol giorno tutto il suo potere. In caso di fallimento dell’Ue non credo possiamo affidarci solo ai mercati. Non dimentichiamo che ci sono epoche di protezionismo e, in caso di fallimento Ue, dovremmo ricorrervi. Questa è la prima cosa che mi viene in mente, ma credo si debba avviare tra noi una discussione libera, all’impronta del realismo politico e della concretezza, per una nuova proposta politica. Solo così il Pdl potrà andare avanti e dare un contributo all’Italia. Teniamo conto che una società di esseri giuridicamente uguali i cui rapporti sono improntati solo all’utile personale dura poco, così come affidarci alla spontaneità dei mercati non basta. Né possiamo fare diventare le banche, che sono diventate banche di affari, le nostre sovrane, perché finiremmo per distruggere anche il capitalismo. Vedi Lehman & Brothers. Intanto dovremmo ridurre i tassi, come ha fatto la Fed, per favorire la crescita. Più che tassare io punterei a ridurre a tre le regioni, eliminare le province, vendere immobili, dare in affitto musei, come si fa in America e usarei il denaro per ridurre il debito. Teniamo conto che l’Italia ha già avuto due default, uno con Giolitti e uno con Mussolini. L’Urss ebbe un default e la Russia, qualsiasi cosa se ne pensi, è uscita trasformata. Questa crisi può essere anche un’occasione, solo dobbiamo pensare concretamente, senza recriminare.

  13. L’INDIVIDUO
    Premesso che trovo molto interessante quanto scritto da Cubeddu e tutti gli altri interlocutori, vorrei richiamare all’attenzione di Demonia che democrazia liberale significa eguaglianza dei diritti dell’individuo innanzi allo Stato od al Sovrano, perciò uguaglianza dei diritti e delle opportunità non degli esiti,formale,economica obiettivi non delle sole democrazie. L’intervento dello Stato dovrebbe essere finalizzato proprio a garantire le sole uguglianze liberali non già quelle democratiche che infatti si ripromettono di garantire anche tutte le dittature che proprio per questa ragione si autodefiniscono democratiche.
    I default storici ricordati (Giolitti, Mussolini, Russia, ’29 USA) sono stati tutti risolti con soluzioni stataliste. Possiamo chiederci se non è proprio il forzoso intervento centralizzato ad aver solo posticipato la resa dei conti con la realtà fattuale ? Come possiamo escludere che se avessimo lasciato operare liberamente la mano invisibile del mercato la soluzione sarebbe stata probabilmente più sofferta ma anche più duratura ?

  14. @Roberto
    La distruzione creatrice è un fase fondamentale del capitalismo: comporta la perdita di beni, proprietà, lavoro per masse di individui e permette alle generazioni successive di fruire di una nuova massa di beni a basso prezzo. Il capitalismo si trasforma e cambia continuamente attraverso la scienza e la tecnica: la disoccupazione e la disuguaglianza non è eliminabile. Per alcuni aspetti, Marx è stato funzionale al capitalismo, perché l’obiettivo del capitalismo non era vendere più calze di seta alla regina d’Inghilterra, ma calze di nylon alle operaie. La crisi del ’29 fu superata dal fordismo, adesso in agonia. A ogni fase di fase di trasformazione scientifica e tecnica segue un cambiamento del paradigma politico-sociale. Non sappiamo come si risolverà questa crisi e quale modello di società e di consumi emergerà. Non è detto sia simile all’attuale. Di fronte a fenomeni quali la distruzione creatrice, l’uguaglianza dei diritti dell’individui di fronte allo Stato può essere tranquillamente considerata superflua. Quanto alla crisi del ’29 non fu superata solo con varie soluzione di default, ma con la seconda guerra mondiale, come sostengono da tempo vari storici, soprattutto inglesi. La seconda guerra mondiale fu soprattutto una guerra economica, anche se fu combattuta con le armi. Basta leggere Ferguson e Milward per capirlo. Hitler non era affatto antiliberista. Per quanto riguarda il razzismo, i neri americani nel ’38 erano cittadini di serie B come gli ebrei in Germania, non aveva diritti né civili, né politici. Un ebreo tedesco poteva però viaggiare liberamente in treno, andare in qualsiasi hotel e avere un conto in una banca tedesca, a differenza di un nero americano, e utilizzarlo come meglio credeva, anche trasferirlo in una banca non tedesca. Come è noto Joseph Kennedy ammirava Hitler e non per l’antisemitismo, ma per il dinamismo economico. Senza la vittoria nella seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti non avrebbero superato la crisi degli anni trenta. Quanto al debito attuale di tutte le democrazie occidentali, il debito americano ( il 99% del Pil) è il risultato del finanziamento dell’apparato bellico degli Stati Uniti ( 750 basi e oltre costano). L’Italia e altre democrazie occidentali si sono indebitate per dare Welfare e posti pubblici ai propri cittadini per metterli in grado di consumare, di comprare prodotti di ogni tipo. E’ stata una scelta obbligata anche dal fatto che difficilmente l’Italia avrebbe potuto indebitarsi per avere un grande apparato bellico, visto com’è finita la seconda guerra mondiale. La forza del dollaro è legata alla forza dell’apparato bellico americano soprattutto, che non mi pare tanto liberalizzato – la bandiera non è quella dell’Onu, ma quella a stelle e strisce – e alimenta l’industria bellica e la ricerca scientifica americana. Il pc non l’ha inventato Steve Job, com’è noto. Steve Jobs è stato un abile ingegno del marketing in un’economia che aveva previsto di vendere pc e cellulari. Occorre quindi molto pragmatismo, molto realismo politica, intelligenza e un pizzico di fortuna. Nessuno ci dice che non dovremo affrontare anche una guerra vera e non solo con gli spread. E in guerra, gli individui contano davvero poco, purtroppo.

  15. Università e Sviluppo
    Vorrei chiarire, in aggiunta a quanto scritto da Demonia che il ruolo dell’Università è sì trasmettere conoscenza ma è importante che quella sia conoscenza funzionale allo sviluppo e alla crescita economica, tecnologica e sociale. Le conoscenze che rispondono a mere curiosità senza nessun aggancio a finalità, pur sfumate, di crescita o addirittura contrarie agli interessi del tax payer sono da considerare con attenzione e da finanziare (o non finanziare) di conseguenza. Il ritorno dell’investimento deve essere il parametro da usare per la valutazione delle prestazioni degli universitari.

  16. Liberalismo e democrazia
    Demonia scrive “il liberalismo entra in crisi, insieme all’aumento della spesa pubblica, col suffragio universale…”

    E’ una tesi non sostenibile, semplicemente perché ci sono nazioni democratiche con un alto tasso di liberalismo che hanno una bassa spesa pubblica.
    A questo si aggiunge che non è concepibile un sistema economico liberista in uno stato fortemente decisionista o quasi autoritario, presumo che volesse sostenere questo.
    Prendiamo la scelta sulle centrali nucleari, se ai cittadini non piacciono, può uno Stato imporle? Assolutamente no.
    Veniamo alla spesa pubblica, in una realtà come quella italiana dove la gente è abituata ad un forte welfare, cosa accadrebbe se uno Stato lasciasse i cittadini senza tutele da un giorno all’altro?

    Dunque, in uno Stato autenticamente liberale c’è bisogno di un arbitro (Stato) forte e autorevole.
    Arrivare ad una società autenticamente liberale partendo dai guasti del ’68 non è facile, perché è un percorso culturale molto lungo.

    Altro discorso è la crisi che stiamo vivendo in questo periodo che è stata provocata dalla concorrenza dei paesi emergenti e dallo sviluppo di una finanza speculativa distaccata dalla realtà economica, e presumo che le conseguenze siano note a tutti, quindi per uscire da questa situazione, bisogna lavorare su queste due cause: innovando nell’economia reale e restringendo il campo d’azione della speculazione finanziaria.

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