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Senza una gestione responsabile non può esserci meritocrazia

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La meritocrazia è invocata quando le capacità riconosciute e vincenti non ci piacciono. Anche coloro che compiono azioni biasimevoli offerte dalla situazione in cui operano hanno la sfrontatezza di supplicarla. L’università è il luogo dove trionfa questa ipocrisia.

Se parenti e amici “speciali” di docenti (i baroni) prevalgono sempre e dovunque, allora si grida allo scandalo e ci si appella al ripristino della meritocrazia quale criterio di selezione. Questo grido non va soffocato, ma non sono disposto a sostenerlo sottacendo la fonte dello scandalo.

La mafia ha propri codici di comportamento che guidano, rafforzano e proteggono l’organizzazione e sostengono le azioni criminali che vengono intraprese. Gli atenei hanno i loro codici - gli statuti - e le risorse finanziarie messe a disposizione principalmente dallo Stato.

L’autonomia universitaria iniziata dal ministro Antonio Ruberti e completata dal ministro Luigi Berlinguer come altresì la scrittura e riscrittura (nel rispetto di principi stabiliti dalle leggi dello Stato) degli statuti degli atenei hanno delineato il contesto in cui operano gli organi universitari che hanno responsabilità di governo. L’architettura istituzionale che si è andata così delineando – una gestione basata su strutture assembleari – si caratterizza per l’affermazione di un principio di irresponsabilità diffusa a tutti i livelli di governo che con coerenza conduce al saccheggio delle risorse finanziarie che di volta in volta si rendono disponibili. Anzi, il saccheggio può estendersi anche su risorse future, come risulta dai numerosi bilanci in rosso degli atenei.

Dissesti finanziari e comportamenti che giudichiamo tutt’altro che virtuosi, sono il frutto dell’assetto istituzionale proprio degli atenei. Dei danni prodotti e di cui ci lamentiamo da tempo non è dato individuare i responsabili e, comunque, anche trovandoli non è possibile chiamarli a render conto del proprio operato.

In questo contesto non è difficile elencare i mali che affliggono l’università. Molto più impegnativa risulta l’elencazione degli obiettivi da perseguire (o da recuperare) come il decalogo proposto da Gaetano Quagliariello. Indispensabile e ineludibile diviene, però, la definizione del modello di governo da conferire agli atenei affinché le finalità proposte siano perseguibili.

Le maestranze dell’università non sembrano propense a fronteggiare i cambiamenti necessari per adeguare il funzionamento degli atenei alle responsabilità connesse con l’autonomia ottenuta e (non sorprendentemente) mal gestita. Ma l’università è una struttura fondamentale per la vita, lo sviluppo e la cultura di un paese. Se i propositi di cambiamento sono sinceri, elaborare e proporre un nuovo modello di governo è dunque inevitabile. Si tratta di una questione fondamentale per il nostro paese, da affrontare con coraggio evitando di mendicare il consenso di chi lavora negli atenei.

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