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Si chiama Adam Putnam ed è il futuro dei repubblicani Usa

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Il futuro dei repubblicani ha la testa rossa e un accento sudista. A 32 anni Adam Putnam sa che il momento è praticamente arrivato. Presto, ma non troppo: è il secondo deputato più giovane del Congresso americano e però a Capitol Hill vive già da sei anni. È entrato quando aveva solo qualche mese in più del minimo consentito per occupare uno scranno. Ora in quello stesso posto si permette di portare anche Elizabeth, una delle tre figliolette. Gli altri lo guardano e un po’ lo invidiano: giovane, brillante, felice. Anche potente, adesso. È l’astro nascente della politica di Washington: è il numero tre del partito repubblicano alla Camera dei rappresentanti. È presidente della conferenza repubblicana, cioè l’organo di coordinamento dei congressmen.

Lì, lui parla e gli altri ascoltano, lì lui decide e gli altri accettano. Perché l’essere un prodigio non l’ha mai frenato e poi il vertice del partito sa che lui è repubblicano vero. Contro l’aborto, contro i matrimoni gay, contro la ricerca sfrenata sulle cellule staminali embrionali, a favore di una riforma delle Nazioni Unite, a favore di leggi più severe contro la bancarotta. Putnam il peso dell’imbarazzo e del timore reverenziale se l’è tolto presto, quando ha sentito che un pezzo di mondo ce l’aveva contro tutto quello in cui lui ha sempre creduto: il suo Paese. Era con il presidente Bush la mattina dell’11 settembre 2001, in Florida. Il comandante in capo era tornato nello stato chiave della sua elezione e Adam faceva gli onori di casa, da parlamentare appena eletto. Agli amici ha raccontato quel giorno: «Quando ho visto il volto del presidente cambiare, ho capito che a Washington avrei fatto di tutto per l’America». Sei anni dopo, agli stessi amici, che poi sono i ragazzi che fanno parte del suo staff, continua a ripetere le stesse cose. Allora la linea guida del suo mandato è questa: dura, a costo di fare il guastafeste, oppure il puntiglioso. Tosto, preferisce lui. Sì tosto gli piace molto. Si addice alla prima uscita da «graduato» repubblicano all’ala «bassa» Congresso, ovvero la denuncia dell’uso improprio di mezzi e soldi pubblici da parte di Nancy Pelosi, cioè la speaker della Camera: qualche mese fa, Putnam ha fatto notare che la signora in Armani avrebbe il vizio di usare aerei dell’esercito per volare da Washington a San Francisco, il suo distretto elettorale. «È bastato un mese di incarico ai leader democratici per dimostrare la loro arroganza». Ne è nato un caso controverso, nel quale la Pelosi ha portato la testimonianza di un ufficiale dell’aeronautica che ha spiegato il perché dell’uso di un aereo militare.

Putnam ne è uscito con la fama del rigoroso, fama confermata anche successivamente. Perché nonostante di mezzo ci fosse la Casa Bianca, il presidente della conferenza repubblicana è stato il primo esponente di rilievo della minoranza conservatrice al Congresso a chiedere le dimissioni del segretario alla Giustizia, Alberto Gonzales: «Per il bene della nazione, credo sia arrivato il tempo di una nuova leadership al dipartimento di Giustizia». L’integrità e la severità nei confronti di un uomo scelto direttamente dal presidente e dal suo partito, ha dato ancora più forza al deputato della Florida, sconfiggendo anche l’ultimo dei dubbi sulla sua inesperienza. D’altronde, l’età non è mai stato un problema per lui che a 21 anni era già parlamentare al Congresso della Florida. Lo è stato, invece, per i suoi avversari che l’hanno sempre usata per attaccarlo. Nel 1996, il rivale per il seggio alla Camera statale portò in un comizio l’annuario scolastico con una foto di Putnam a 10 anni: «Ecco il ragazzo che volete eleggere. Era ancora alle elementari, quando io già facevo politica». Voleva farlo passare per un bambino. Putnam lo sconfisse. Quattro anni dopo era a Washington.

Oggi è la nuova faccia dei repubblicani, pronto al salto. «Ha la stoffa per diventare speaker della Camera», dicono i compagni di partito. A loro piace, perché sanno che con Putnam si può costruire una generazione nuova. Ma il bello è che piace anche agli avversari. Perché con lui si scontrano e si scannano, ma si rispettano. È semplicemente la politica. Allora Rahm Emanuel, nuova guida dei democratici al Congresso, lo vorrebbe sempre di fronte: «È il miglior avversario che abbiamo. Duro, ma leale».

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