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Si condanna Dell’Utri per colpire Berlusconi e riscrivere la storia d’Italia

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Sarà contento oggi l’oscuro procuratore palermitano che, chiedendo a gran voce una “sentenza storica” è riuscito a ottenere dalla Corte d’appello la condanna di Marcello Dell’Utri. E che pervicacemente, nonostante la corte abbia in realtà assolto per la famosa “trattativa” tra Stato e mafia di cui blaterava l’eroico “pentito” Spatuzza, dice che lui continuerà le indagini su quello. Certo, bisogna riscrivere la storia, non fare giustizia. Con molta eleganza l’oscuro procuratore ricorda anche che le pagine politiche da lui scritte “erano quelle che avevano quagliato meglio”. Senza rossore.

Resta il fatto che, per la seconda volta, dopo la sentenza di sei anni fa, un cittadino della repubblica rischia il carcere per un reato che non avrebbe potuto commettere perché il reato non esiste nel nostro codice penale. Concorso esterno in associazione mafiosa. Ma che cosa è? Chiediamolo a un cittadino anglosassone, strabuzzerà gli occhi. Una specie di favoreggiamento che favoreggiamento non può essere, perché non c’è un atto concreto che Dell’Utri abbia compiuto e per il quale avrebbe potuto essere processato e condannato. Non ha ospitato in casa un latitante, non ha fatto da palo a un rapinatore. Avrebbe “respirato l’aria” di ambienti mafiosi, non si sarebbe turato naso e bocca sapendo che in Sicilia esiste la mafia. Sarebbe stato “esterno”, quindi non membro effettivo dell’associazione mafiosa. Una specie di attendente, insomma. Faceva il caffè per Totò Riina.

E in questo suo prestigioso ruolo quali sarebbero stati i suoi compiti politici per agevolare la mafia? Nessuno. Non c’è un fatto che i collaboratori di giustizia possano elencare, solo l’evanescenza del “concorso esterno”. Almeno Enzo Tortora, che di “pentiti” ne aveva collezionati ben 17, si vide accusato di un fatto, per quanto infamante, ben concreto, che aveva a che fare con la droga. Qui c’è il vuoto pneumatico. Ci sono stati “pentiti”, già nel passato, come il reuccio Tommaso Buscetta, che ci hanno provato. Invano. Sono diciotto anni che in Sicilia si tenta di processare i “poteri occulti” che avrebbero favorito la mafia, con una specie di catena di santantonio di inchieste aperte e archiviate, poi di nuovo aperte e archiviate. Fin dai tempi della famosa “Operazione Oceano” messa in piedi dalla Dia contro Berlusconi e scoppiata come una bolla di sapone.

L’ultimo cocchino dei pubblici ministeri siciliani si chiama Spatuzza. A quanto pare non è stato molto creduto dai giudici della seconda corte d’appello di Palermo, visto che Dell’Utri è stato condannato solo per “fatti” ( che fatti non sono ) antecedenti al 1992. Un bel compromesso, perché Spatuzza è veramente ingombrante. Occorre sempre ricordare infatti che, qualora  fosse attendibile, questo significherebbe il fallimento di quindici anni di indagini sulla mafia. Tutti i Pubblici ministeri che si sono succeduti in questi anni alla guida della Procura di Palermo dovrebbero andarsi a nascondersi e soprattutto, per dignità, dimettersi e cambiare mestiere. E non dimentichiamo che, sulla base delle parole di un altro galantuomo “pentito” di nome Scarantino, oggi contraddetto da Spatuzza, ci sono state condanne di persone da lui accusate di aver assassinato il giudice Borsellino. Che cosa facciamo, riscriviamo la storia anche qui?

Ma il fatto più grave della sentenza su Dell’Utri ( che comunque, compromesso o no, è stato condannato ) è che una corte abbia ascoltato le sirene di un’accusa che chiedeva non la condanna per un fatto commesso, ma una “sentenza storica” per “processare il potere”.  Ecco le parole del procuratore generale: ”Germoglia da tempo un interscambio tra politica e mafia. Questa sentenza potrebbe sancirlo”. E invitava i giudici a riscrivere la storia del nostro paese, costruendo un gradino che avrebbe portato a un altro gradino. Cioè a tentare, per l’ennesima volta, di addossare a Silvio Berlusconi la responsabilità delle stragi.

E’ questo che debbono sapere tutte le tricoteuses d’Italia. Con la sentenza compromissoria di oggi  si è condannato il cittadino Dell’Utri non per un fatto commesso ma per l’evanescenza di un reato che non esiste. Ma il progetto è ben più ambizioso. E’ quello di riscrivere la storia per sancire, domani, che Falcone e Borsellino non sono stati uccisi dalla mafia ma da un imprenditore di Arcore che nel 1992 e nel 1993 decise di insanguinare l’Italia con tritolo e bombe. Questa è la tesi, questa è la follia di una parte della nostra magistratura. In questo quadro il cittadino dell’Utri è  vittima due volte. Perché l’obiettivo da colpire non è lui.
 

 

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