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L'analisi

Si sono incartati

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La situazione politica, come si dice in gergo, si è incartata. Questa maggioranza è tenuta assieme dal reciproco disprezzo: il Pd disprezza i pentastellati; il M5S disprezza il Pd e Renzi disprezza entrambi, in tale suo nobile sentimento abbondantemente ricambiato.

Questo, però, è l’unico governo possibile, almeno nel breve periodo. I grillini non accederebbero mai, se non col coltello alla gola, a un esecutivo di salvezza nazionale che, d’altra parte, le opposizioni sovraniste (in particolare Fratelli d’Italia) ritengono l’equivalente di una bestemmia. Pensare a una sostituzione in corsa dei pentastellati con Forza Italia (c’è stato chi, sfruttando la decisione che andrà presa sul MES, è arrivato a immaginarlo) è follia: non ci sono i numeri e, pure se ci fossero, l’operazione equivarrebbe a un autodafé.

Qualcuno dalle parti del Pd, pur di uscirne, ha persino evocato le elezioni anticipate. Se tuttavia si può comprendere l’esasperazione, non altrettanto la soluzione per sedarla. C’è un referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari “in coda” (come ti dice Sky quando fai il download di un film); c’è la legge elettorale da rivedere (come obbligo conseguente dall’esito scontato del suddetto referendum) e abbiamo le scuole ad oggi ancora chiuse. Aprirle agli elettori prima che agli alunni non sarebbe la più brillante delle idee e con i gazebo, tipo primarie, proprio non si può fare…

Va poi considerato un altro aspetto, meno formale. Se si continua su questa china, a dicembre ci troveremo in una tipica situazione post-1929: gli effetti di un dopoguerra si sommeranno a quelli di una crisi economica globale. Avremo un debito pubblico al galoppo (per questo, al netto di ogni altra evenienza, basta la preannunciata perdita dei nove punti di Pil) e milioni di disoccupati in più. In una situazione nella quale non si è fatto nulla per disinnescare lo scontro frontale tra “forze del sistema” e “forze antisistema”, non è difficile immaginare come andrebbe a finire. E se qualcuno ha dubbi in proposito, si ripassi la storia della Repubblica di Weimar.

Il fatto è che questa crisi non è una parentesi, non lo sarebbe neanche se dovesse finire oggi stesso; determinerà una vera svolta epocale. D’altro canto, i “nulla sarà come prima” si sprecano. E nel “mondo di domani” bisognerà fare in modo che il distanziamento non si trasformi in alienazione sociale; che i giovani non perdano incentivi e possibilità d’intraprendere; che i vecchi non vengano più abbandonati in strutture anaffettive come fossero degli scarti. Bisognerà assicurare che non si accentuino le fratture del Paese – quelle tra nord e sud non meno di quelle tra aree interne e coste – fino al punto da indebolire irreparabilmente l’unità.

Bisognerà rivedere la nostra collocazione geopolitica, prendendo decisamente distacco da quel modello cinese che certamente non è estraneo ai nostri guai e che, quel che più conta, ha sommato il peggio del comunismo col peggio del capitalismo. Bisognerà considerare cosa ne sarà dell’Europa alla luce delle scelte ancora in fieri e, laicamente, determinare la nostra posizione. Bisognerà ripensare i rapporti tra Stato e Regioni che alla prova dell’emergenza si sono spesso collocati oltre il limite del ridicolo. Bisognerà, infine, metter mano all’impianto istituzionale, riparando ciò che in queste temperie è stato scassato e immaginando norme per l’emergenza nazionale che la prossima volta – speriamo il più tardi possibile – evitino lo scempio al quale si è dovuto assistere.

La risposta fin qui data a questo immenso programma – roba da far tremare le vene ai polsi dei consapevoli – è stata quella di rivolgersi alle task force degli esperti. Ce ne sono di ogni tipo e fattura, non solo il dream team presieduto da Vittorio Colao. Gli esperti mobilitati son circa trecento, giovani e forti, e son già morti…

Sia chiaro: nulla contro le persone che hanno risposto con generosità a una chiamata del governo del proprio Paese; tutto contro chi ha immaginato questa come la soluzione ai problemi enormi che la pandemia ci lascerà in eredità. In primo luogo perché queste strutture, una volta create, avrebbero dovuto esser messe in contatto con le istituzioni rappresentative della Repubblica, per prevenire prevedibili dissidi istituzionali e, ancor più, per garantire loro quell’adeguata legittimità indispensabile ad operare utilmente. E poi perché il ricorso così massiccio ai tecnici avrà l’effetto (anch’esso prevedibile) di esasperare il sentimento anti-elitario che, inevitabilmente, si rifletterà sulla politica tout court screditandola ulteriormente. Infine, perché si alimenta l’illusione, ricorrente soprattutto nei momenti di difficoltà, che gli esperti posseggano non già una competenza bensì “il verbo” in grado d’indicare l’uscita di sicurezza. Sentimento, questo, espresso chiaramente da un Ministro della Repubblica in servizio attivo che qualche giorno fa è arrivato a lamentarsi perché a ogni problema posto dal governo, gli scienziati hanno fin qui risposto non indicando una certezza ma tre o quattro ipotesi… roba da far rivoltare Popper nella tomba!

Il fatto è che scorciatoie non ce ne sono. Per questo oggi sarebbe assai utile che nei due rami del Parlamento crescesse la pressione affinché si mettano in campo strutture che impostino la ripartenza coinvolgendo tutte le forze politiche e sociali, nessuna esclusa: non dei “responsabili” che vogliano rimpinguare questo governo o che tramino per rovesciarlo, ma dei “patrioti” consapevoli di come una ripartenza inclusiva sia una garanzia per un futuro nel quale il Paese sia più forte. Si fece al tempo della Guerra Fredda; si può fare anche al tempo del coronavirus.

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