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Dopo l'intemerata di Conte in Tv

Siamo preoccupati

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La politica è diventata – e non da oggi – soprattutto comunicazione. Un tweet conta più di un articolo ben ponderato. E’ un fatto del quale prendere atto. Nessuna deprecatio temporum anche se, forse, dopo questa emergenza le cose cambieranno: forse.

Indipendentemente da tale possibile evoluzione del costume, però, “la regola” ha dei precisi limiti. Già prima dell’emergenza arrivava a un certo punto il giorno in cui la realtà rivendicava i suoi diritti. E allora, come per incanto, le carrozze tornavano zucche, i cavalli sorci e gli eleganti valletti si tramutavano di nuovo in più dimessi cani domestici. Anche uomini politici all’apparenza immortali si schiantavano al suolo e partiti che sembrano nella scia delle “sorti progressive” iniziavano a collezionare cadute inesorabili. 

Giuseppe Conte queste cose le conosce assai bene. L’essere riuscito a proporsi come guida di due esecutivi dalle opposte sensibilità, dipende anche dall’abilità dimostrata nel maneggiare e governare le dinamiche della politica post-materiale.

Ora, però, rischia di cadere vittima di ciò che ha fin qui determinato il suo successo. Rischia, cioè, di trarre vantaggio da una comunicazione spregiudicata e a tratti addirittura spericolata, senza considerare che a ogni risalita, trainata da questa tipologia di correnti ascensionali, corrisponde una inevitabile discesa ardita (crasi tra Battisti e Battiato).

Così, Conte chiede aiuto all’opposizione facendo credere di voler inaugurare una stagione di “salute nazionale” del tutto giustificata dall’eccezionalità del momento e condensata nel refrain “nulla sarà come prima”. Alla prova dei fatti, però, quella incredibile apertura, quella richiesta di solidarietà nazionale si traduce in un tavolo sfigato nel quale alle opposizioni viene concesso meno di quel che Cirino Pomicino offriva col suo “volovan” in tempi di Prima Repubblica: prendere o lasciare.

Poi il premier si reca in televisione per annunziare un decreto che metterebbe in circolo immediatamente circa 400 miliardi di euro attraverso prestiti garantiti dallo Stato: roba da Piano Marshall. Quando, dopo alcuni giorni, le nebbie si diradano e si intravedono i tratti della manovra, si comprende che lo scostamento previsto dallo Stato per l’operazione è assai esiguo e che i tempi per ricevere i finanziamenti sono molto lunghi (le due cose, almeno in parte, si tengono). Si scorge il rischio, insomma, che la cura arrivi quando il paziente è già spirato…

Dopodiché, per alcuni giorni Conte è sembrato aver indossato i panni di Salvini: o l’Europa si muove al passo coi tempi e le necessità del momento storico o faremo da soli… Poi arriva l’Eurogruppo, si approva il compromesso e scopriamo che, per l’essenziale, il Mes è rimasto tal quale e tutto il resto ha la sostanza di un contorno eventuale. Proponendo questa sintesi, non crediamo di esagerare. Ancor più stupefacente è l’argomento usato dal premier e dal governo per sedare le proteste: di un Mes così congegnato (per il quale l’Italia ha già versato 14,3 miliardi, praticamente una finanziaria…) non intendiamo avvalerci. Ovvio, ma allora perché festeggiare l’evento dell’Eurogruppo? Perché accreditare l’accordo come un passo avanti?

Vorremmo sommessamente dire a chi ci governa che per i veri europeisti l’Europa non è un dogma e non va difesa ad ogni costo. Era l’agosto 1954, si discuteva di un accordo tra Francia e Germania che avrebbe potuto salvare il progetto di esercito europeo, quando il vecchio De Gasperi – uno che al sogno europeo aveva sacrificato qualcosa in più rispetto a Conte e Gualtieri – dalla Valsugana implorava Fanfani, allora segretario della DC, di rigettare quel compromesso, scrivendogli: “Ma la povera Italia che ci sta a fare?…”. Ecco, ci permettiamo di girare la stessa domanda al nostro presidente del Consiglio. Dopo quanto lui stesso ci ha detto, ci spieghi, cosa ci stiamo a fare?

Ma le domande a quanto pare sono destinate a rimanere senza risposta, perché incredibilmente l’avvocato del popolo, col malcelato scopo di sedare le spaccature sempre più profonde all’interno della sua maggioranza – col M5S sulle barricate sul fronte europeo, il Pd che propone nuove tasse, Renzi che fa quel che gli riesce meglio e cioè bombardare… -, ha pensato bene di utilizzare la straordinaria platea mediatica istituzionale che il combinato disposto tra l’eccezionalità della crisi e la straordinarietà dei poteri che si è arrogato a mezzo dpcm gli offre, per attaccare frontalmente l’opposizione.

Inaudito. Come pure è inaudito che si sia deciso, per studiare una ripartenza che sarà più dura di una fase post-bellica, di varare l’ennesima task force aperta a tecnici di ogni ordine e grado senza incredibilmente dire nulla né al Parlamento né alle forze di opposizione. Le quali tuttavia, per non stare al gioco del premier, più che rintuzzare facendo a chi la spara più grossa dovrebbero decidersi finalmente ad assumere l’atteggiamento che sarebbe stato consigliabile fin dall’inizio: pretendere un coinvolgimento pieno e una diretta assunzione di responsabilità nella gestione di questa crisi. E, sommessamente, una mano a questo punto dovrebbe giungere anche dal sommo arbitro, che ha senso delle istituzioni per comprendere che la responsabilità – per dirla ancora con Cirino Pomicino – non è un “volovan” da offrire alla bisogna per atteggiarsi a Churcill per poi fare il contrario, ma uno sforzo che in un momento drammatico come questo non può non essere realmente condiviso.

Per concludere. Se volessimo ricercare un connotato europeo alla politica di Conte, saremmo portati ad esclamare “fughe francesi e ritirate spagnole”. Lo diciamo senza enfasi e senza compiacimento. Non siamo mai stati quelli del “tanto peggio, tanto meglio”. Siamo preoccupati. Perché quando la realtà riprenderà il sopravvento, il Paese potrebbe essere ormai in pezzi e senza sponde. Per questo diciamo anche alle opposizioni: altro che mozioni di sfiducia che rischiano di legittimare politiche che al momento sono prive di legittimità! E’ l’ora di ribadire la disponibilità ad assumersi tutte le responsabilità che il momento storico richiede. A togliere alibi a chi non dovrà mai poter dire “ma voi dove eravate?”.

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1 COMMENT

  1. Articolo assai buono, soprattutto il finale, mi permetto solo un commento retrospettivo. I mali dell’Italia non hanno radici recenti, tuttavia se, nell’autunno del 1994, Scalfaro avesse sciolto le camere e convocato nuove elezioni oggi l’Italia sarebbe un paese in condizioni certamente migliori

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