Siamo proprio sicuri che ancora anticipi la storia civile e religiosa italiana?

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Siamo proprio sicuri che ancora anticipi la storia civile e religiosa italiana?

01 Luglio 2008

Il tratto benevolente, amichevole, che ha accompagnato negli anni (“sette anni di ministero”) lo stile di governo dell’arcivescovo di Firenze, il card. Ennio Antonelli, si è confermato nell’occasione del suo congedo ufficiale dalla diocesi, per la festa di san Giovanni Battista. Sincerità grata nell’indirizzo a clero e laicato: “presbiteri diocesani e religiosi, vere strutture portanti della nostra Chiesa fiorentina”, “religiose, che impersonano l’amore sponsale della nostra Chiesa per il Signore Gesù”, “cristiani laici, (…) minoranze che con fede salda (…) servono e animano tutto il popolo cristiano”. Grata e vigile, com’è apparso  al termine del ricordo degli uomini, delle donne, dei bimbi della sua diocesi: “immagine bella [quella della Chiesa e del popolo fiorentino che porto con me], nonostante le ombre che non mancano mai nelle cose umane”. 

Nel ricordare, quasi con puntiglio, le linee del modello pastorale offerto al suo popolo – “visione sacramentale e comunionale”, “un abituarsi a vivere [con Cristo] come lo si vedesse con gli occhi” – Antonelli ha ricordato un’amara osservazione fatta a lui  dal grande maestro e teologo spirituale fiorentino, don Divo Barsotti (1914-2006). Secondo Barsotti alcuni cristiani impegnati nell’attuazione di valori umani importanti tuttavia “non amano Gesù Cristo”, operano (diremmo) come se l’amore per l’uomo prevaricasse sull’ordine primo della vita soprannaturale. Di fronte all’attendibilità di questa diagnosi, che non ha sfumato, Antonelli ha proposto, se non contrapposto, nel suo ministero ai fiorentini sacramento, evangelizzazione, missionarietà, carità. Quali che ne siano stati a suo giudizio i risultati, l’Arcivescovo ha voluto unire nel saluto al “popolo fiorentino” l’auspicio ch’esso resti “ancorato alle radici cristiane della sua cultura umanistica”, cammini “più concorde e creativo sulle vie dello sviluppo e del bene comune”, e l’assicurazione ch’egli lo porta nel cuore e nella preghiera.

Penso che la tenerezza della sollecitudine sia buon viatico alla franchezza di un padre. Qualcuno si è risentito per la citazione di Barsotti che, va ricordato, fu tra i pochi maestri spirituali di Firenze a sottrarsi (e sottrarre i suoi) alle derive “profetiche” postconciliari.

Settimane fa, al primo annuncio del ritorno a Roma del Card. Antonelli a capo del Pontificio Consiglio per la Famiglia, Alberto Melloni (Corriere fiorentino, domenica 8 giugno 2008) reagiva offrendo ai lettori del Corriere, ma implicitamente al successore, forse mons. Giuseppe Betori, un profilo della peculiarità ecclesiale di Firenze.

Per lo storico bolognese, certo non isolato, la chiesa fiorentina avrebbe una vocazione ‘profetica’, nel senso di “anticipatrice” della storia civile-religiosa italiana. Questa vocazione che “distingue [Firenze] da altre sedi pur importanti”, spetterebbe ai vescovi assecondarla, interpretarla.  Conclude Melloni: “Insomma chi verrà (…) dovrà dire cosa accadrà nella Chiesa italiana da qui a dieci anni. Vi pare poco?”. A mio avviso è assegnare a Firenze e al futuro Arcivescovo un compito immaginario.

Anzitutto sono molti lustri che Firenze non “anticipa” rispetto alla storia civile ed ecclesiastica d’Italia. Le ultime proposte di peso nazionale del laboratorio politico-religioso fiorentino risalgono alla vitalità (sia detto avalutativamente) degli anni Settanta. Vittorie e sconfitte pubbliche del mondo cattolico producono allora, a costo di una ulteriore divisione, sia la traumatica opzione parlamentare di cattolici come indipendenti del PCI, sia l’evoluzione militante e secolaristica di Ernesto Balducci e della rivista “Testimonianze”; poi, ma contro tutto questo, la nascita del Movimento per la vita, e altro. Firenze è sotto gli occhi dell’Italia.

Ma scrive Melloni, con riferimento a quegli anni: “Sarà qui che si affermerà uno stile autoritario e un desiderio di disciplinamento ancora confuso”.  Presentare come “profetica”, cioè anticipatrice di una futura “normalizzazione” della chiesa italiana, la frammentazione ecclesiale degli ultimi anni dell’episcopato del card. Florit, mi sembra una malizia o un’ironia fuori luogo. Per più ragioni. Non vi è alcun rapporto tra la pur eroica  affermazione della propria autorità e responsabilità da parte di Mons. Florit e il futuro stile di governo carismatico di Giovanni Paolo II (che solo pigrizia polemica potrebbe continuare a definire “restaurazione”) sulla chiesa universale, quindi su quella italiana. Inoltre, il laboratorio della Firenze cattolica degli anni Settanta, e già di larga parte del decennio precedente, non si definisce sulla componente istituzionale. Riguardo poi all’uso dei termini, mi sembra strano dover ricordare che “profezia” in senso proprio non significa “anticipazione”.

Cerchiamo, allora, di riordinare l’intero ragionamento, che ci riconduce a questi nostri tempi.

Vi sono state a Firenze capacità “anticipatorie”  in  personalità e culture cattoliche, che in molti casi non hanno preteso di essere profetiche. Vi sono stati, forse, modi e intenti “profetici” (sul Tempo storico, sulla Chiesa) nella terna canonica dei La Pira, Milani, Balducci, o nella battaglia dell’Isolotto; un “profetismo” alla cui forza enunciativa non ha corrisposto però alcuna “anticipazione” storica. Scenari e problemi dell’oggi non corrispondono alla loro profezia. Hanno lasciato eredità non tanto da ridimensionare (furono cospicue) quanto da trattare in termini molto critici. Come memoria esse arricchiscono forse il nostro presente, non il nostro progetto. 

In più: sia anticipazioni sia profezie del genere non hanno più luogo a Firenze da oltre un quarto di secolo, senza che  (a guardare la cosa con libertà di giudizio) questo abbia portato ad assenza di qualità intellettuale e religiosa. Anzi, il tempo ci ha restituito capacità di riscatto dai danni di una stagione cattolica di “anticipazioni” infelici (come quelle che hanno legato poi, per lustri, i cattolici alle metamorfosi del comunismo italiano fino all’estinzione) e di proclamazioni “profetiche” che hanno destinato  troppi alla marginalità utopizzante o alla perdita della fede.

Sui vescovi che hanno avuto l’onere del governo della diocesi, in questi decenni, ha pesato tutt’altro compito dal plasmare scenari “profetici”. Risalgono infatti ai secondi anni Sessanta una frattura religiosa destinata ad aggravarsi,  e una mobilitazione centrifuga nella chiesa, con un effetto noto entro il corpo cattolico: quel “ognuno per sé”, ideologico non meno che pratico, che contrassegna stabilmente, a Firenze, l’agire anche generoso di parroci e parrocchie, di comunità religiose e movimenti, di gruppi e individualità. Un effetto di reciproca distanza o contrapposizione, aggravato spesso dalla simbiosi tra la fragile, laicizzante, appartenenza cattolica e militanze politiche eccentriche. Insomma, l’assenza in clero e laicato di un sentire cattolico comune, di una peculiare cultura condivisa.

L’ultimo quarto di secolo della vicenda cattolica fiorentina non ha anticipato (per fortuna) niente della vicenda della chiesa italiana. Presa nella morsa secolaristica del suo passato “profetico”, da cui La Pira venne presto estromesso come “superato” (dai secondi anni Sessanta), la Firenze cattolica sembra ancora adesso incapace di identità affermativa pubblica, di testimonialità e visibilità cristiane; incapace d’essere non populistica “chiesa di popolo”. Fatte salve alcune minoranze, stentano ad affermarsi virtù opposte allo smarrimento secolaristico del parroco che tempo fa invitava a sostituire negli spazi pubblici il Crocifisso con la Costituzione.

La missione dei pastori a Firenze appare, da anni, quella di far fronte alla endemica fuga dal centro e dalla unità di disciplina cattolica se non di dottrina. Vi pare poco?

 

 

 

 

 

 

Pietro De Marco

Chiesa di anticipatori e di profeti?

 

 

Il tratto benevolente, amichevole, che ha accompagnato negli anni (“sette anni di ministero”) lo stile di governo dell’arcivescovo di Firenze, il card. Ennio Antonelli, si è confermato nell’occasione del suo congedo ufficiale dalla diocesi, per la festa di san Giovanni Battista. Sincerità grata nell’indirizzo a clero e laicato: “presbiteri diocesani e religiosi, vere strutture portanti della nostra Chiesa fiorentina”, “religiose, che impersonano l’amore sponsale della nostra Chiesa per il Signore Gesù”, “cristiani laici, (…) minoranze che con fede salda (…) servono e animano tutto il popolo cristiano”. Grata e vigile, com’è apparso  al termine del ricordo degli uomini, delle donne, dei bimbi della sua diocesi: “immagine bella [quella della Chiesa e del popolo fiorentino che porto con me], nonostante le ombre che non mancano mai nelle cose umane”. 

Nel ricordare, quasi con puntiglio, le linee del modello pastorale offerto al suo popolo – “visione sacramentale e comunionale”, “un abituarsi a vivere [con Cristo] come lo si vedesse con gli occhi” – Antonelli ha ricordato un’amara osservazione fatta a lui  dal grande maestro e teologo spirituale fiorentino, don Divo Barsotti (1914-2006). Secondo Barsotti alcuni cristiani impegnati nell’attuazione di valori umani importanti tuttavia “non amano Gesù Cristo”, operano (diremmo) come se l’amore per l’uomo prevaricasse sull’ordine primo della vita soprannaturale. Di fronte all’attendibilità di questa diagnosi, che non ha sfumato, Antonelli ha proposto, se non contrapposto, nel suo ministero ai fiorentini sacramento, evangelizzazione, missionarietà, carità. Quali che ne siano stati a suo giudizio i risultati, l’Arcivescovo ha voluto unire nel saluto al “popolo fiorentino” l’auspicio ch’esso resti “ancorato alle radici cristiane della sua cultura umanistica”, cammini “più concorde e creativo sulle vie dello sviluppo e del bene comune”, e l’assicurazione ch’egli lo porta nel cuore e nella preghiera.

Penso che la tenerezza della sollecitudine sia buon viatico alla franchezza di un padre. Qualcuno si è risentito per la citazione di Barsotti che, va ricordato, fu tra i pochi maestri spirituali di Firenze a sottrarsi (e sottrarre i suoi) alle derive “profetiche” postconciliari.

Settimane fa, al primo annuncio del ritorno a Roma del Card. Antonelli a capo del Pontificio Consiglio per la Famiglia, Alberto Melloni (Corriere fiorentino, domenica 8 giugno 2008) reagiva offrendo ai lettori del Corriere, ma implicitamente al successore, forse mons. Giuseppe Betori, un profilo della peculiarità ecclesiale di Firenze.

Per lo storico bolognese, certo non isolato, la chiesa fiorentina avrebbe una vocazione ‘profetica’, nel senso di “anticipatrice” della storia civile-religiosa italiana. Questa vocazione che “distingue [Firenze] da altre sedi pur importanti”, spetterebbe ai vescovi assecondarla, interpretarla.  Conclude Melloni: “Insomma chi verrà (…) dovrà dire cosa accadrà nella Chiesa italiana da qui a dieci anni. Vi pare poco?”. A mio avviso è assegnare a Firenze e al futuro Arcivescovo un compito immaginario.

Anzitutto sono molti lustri che Firenze non “anticipa” rispetto alla storia civile ed ecclesiastica d’Italia. Le ultime proposte di peso nazionale del laboratorio politico-religioso fiorentino risalgono alla vitalità (sia detto avalutativamente) degli anni Settanta. Vittorie e sconfitte pubbliche del mondo cattolico producono allora, a costo di una ulteriore divisione, sia la traumatica opzione parlamentare di cattolici come indipendenti del PCI, sia l’evoluzione militante e secolaristica di Ernesto Balducci e della rivista “Testimonianze”; poi, ma contro tutto questo, la nascita del Movimento per la vita, e altro. Firenze è sotto gli occhi dell’Italia.

Ma scrive Melloni, con riferimento a quegli anni: “Sarà qui che si affermerà uno stile autoritario e un desiderio di disciplinamento ancora confuso”.  Presentare come “profetica”, cioè anticipatrice di una futura “normalizzazione” della chiesa italiana, la frammentazione ecclesiale degli ultimi anni dell’episcopato del card. Florit, mi sembra una malizia o un’ironia fuori luogo. Per più ragioni. Non vi è alcun rapporto tra la pur eroica  affermazione della propria autorità e responsabilità da parte di Mons. Florit e il futuro stile di governo carismatico di Giovanni Paolo II (che solo pigrizia polemica potrebbe continuare a definire “restaurazione”) sulla chiesa universale, quindi su quella italiana. Inoltre, il laboratorio della Firenze cattolica degli anni Settanta, e già di larga parte del decennio precedente, non si definisce sulla componente istituzionale. Riguardo poi all’uso dei termini, mi sembra strano dover ricordare che “profezia” in senso proprio non significa “anticipazione”.

Cerchiamo, allora, di riordinare l’intero ragionamento, che ci riconduce a questi nostri tempi.

Vi sono state a Firenze capacità “anticipatorie”  in  personalità e culture cattoliche, che in molti casi non hanno preteso di essere profetiche. Vi sono stati, forse, modi e intenti “profetici” (sul Tempo storico, sulla Chiesa) nella terna canonica dei La Pira, Milani, Balducci, o nella battaglia dell’Isolotto; un “profetismo” alla cui forza enunciativa non ha corrisposto però alcuna “anticipazione” storica. Scenari e problemi dell’oggi non corrispondono alla loro profezia. Hanno lasciato eredità non tanto da ridimensionare (furono cospicue) quanto da trattare in termini molto critici. Come memoria esse arricchiscono forse il nostro presente, non il nostro progetto. 

In più: sia anticipazioni sia profezie del genere non hanno più luogo a Firenze da oltre un quarto di secolo, senza che  (a guardare la cosa con libertà di giudizio) questo abbia portato ad assenza di qualità intellettuale e religiosa. Anzi, il tempo ci ha restituito capacità di riscatto dai danni di una stagione cattolica di “anticipazioni” infelici (come quelle che hanno legato poi, per lustri, i cattolici alle metamorfosi del comunismo italiano fino all’estinzione) e di proclamazioni “profetiche” che hanno destinato  troppi alla marginalità utopizzante o alla perdita della fede.

Sui vescovi che hanno avuto l’onere del governo della diocesi, in questi decenni, ha pesato tutt’altro compito dal plasmare scenari “profetici”. Risalgono infatti ai secondi anni Sessanta una frattura religiosa destinata ad aggravarsi,  e una mobilitazione centrifuga nella chiesa, con un effetto noto entro il corpo cattolico: quel “ognuno per sé”, ideologico non meno che pratico, che contrassegna stabilmente, a Firenze, l’agire anche generoso di parroci e parrocchie, di comunità religiose e movimenti, di gruppi e individualità. Un effetto di reciproca distanza o contrapposizione, aggravato spesso dalla simbiosi tra la fragile, laicizzante, appartenenza cattolica e militanze politiche eccentriche. Insomma, l’assenza in clero e laicato di un sentire cattolico comune, di una peculiare cultura condivisa.

L’ultimo quarto di secolo della vicenda cattolica fiorentina non ha anticipato (per fortuna) niente della vicenda della chiesa italiana. Presa nella morsa secolaristica del suo passato “profetico”, da cui La Pira venne presto estromesso come “superato” (dai secondi anni Sessanta), la Firenze cattolica sembra ancora adesso incapace di identità affermativa pubblica, di testimonialità e visibilità cristiane; incapace d’essere non populistica “chiesa di popolo”. Fatte salve alcune minoranze, stentano ad affermarsi virtù opposte allo smarrimento secolaristico del parroco che tempo fa invitava a sostituire negli spazi pubblici il Crocifisso con la Costituzione.

La missione dei pastori a Firenze appare, da anni, quella di far fronte alla endemica fuga dal centro e dalla unità di disciplina cattolica se non di dottrina. Vi pare poco?