Siamo sicuri che l’Europa di Blair farebbe gli interessi dei cattolici?

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Siamo sicuri che l’Europa di Blair farebbe gli interessi dei cattolici?

19 Novembre 2009

E’ stato davvero un bel discorso quello tenuto la scorsa estate da Tony Blair al Meeting ciellino di Rimini. Appassionato, profetico, con accenni personali. A tratti persino toccante. Ed è anche significativo che l’ex premier britannico, il più caro conferenziere del mondo (7.300 euro al minuto), abbia deciso di rinunciato al compenso richiesto (si vocifera attorno ai 200 mila euro), accettando di parlare a Rimini gratuitamente.

Bisognerebbe, però, cercare di evitare anche con Tony Blair l’errore commesso dai giurati del Nobel nei confronti di Barack Obama, ovvero quello di aver conferito un premio alle mere intenzioni. Prima di incoronare Tony Blair futuro Presidente dell’Unione Europea, infatti, qualche cautela sulle sue posizioni sarebbe opportuno adottarla, ed i primi a farlo dovrebbero essere proprio i cattolici. Le ultime performance dell’ex premier britannico, infatti, non depongono proprio a suo favore.
Lo scorso aprile, per esempio, in un’intervista rilasciata alla rivista gay Attitude, Blair ha apertamente criticato la posizione del Papa e della Chiesa cattolica nei confronti dell’omosessualità. Si è improvvisato teologo spiegando che «i testi sacri delle varie tradizioni religiose dovrebbe essere interpretati in maniera metaforica e non letterale» in modo da rendere possibile per «le varie religioni accettare i gay».

In quell’intervista, poi, Tony Blair ha così spiegato l’ineluttabilità del cambiamento delle società:«Ci sono molte e grandi cose che la Chiesa cattolica fa, e ci sono molte fantastiche cose per le quali il Papa si batte, ma penso che quello che sia interessante è che se andiamo in qualsiasi chiesa cattolica, in modo particolare quelle molto frequentate, e si fa un sondaggio, si rimarrà sorpresi di come le persone abbiano una mentalità liberale. Ciò che la gente spesso dimentica, per esempio, è che l’intera loro ragion d’essere di Gesù o anche del profeta Maometto, fosse il cambiamento del modo di pensare tradizionale della gente».

Quello che, in realtà, Blair imputa alla Chiesa – secondo quanto rilasciato al giornalista di Attitude – è proprio la paura del cambiamento: «Probabilmente fra le gerarchie religiose vi è il timore che se cedono il terreno sul fronte dell’omosessualità, perché il sentire comune e i comportamenti si sono evoluti nel tempo, si aprirebbe un fronte pericoloso e si domandano ove si potrebbe andare a finire. Bisognerebbe cominciare a ripensare molte, molte altre cose».

Quando, poi, lo stesso giornalista gli ha chiesto un commento sulla definizione di omosessualità elaborata da Benedetto XVI nel 1986 («una tendenza intrinseca al male morale»), Blair ha accusato il Papa di essere troppo “vecchio”: «Su questo punto c’è un’enorme differenza generazionale», in quanto «il Papa e il Vaticano dimostrano nei confronti dell’omosessualità un atteggiamento trincerato che si rivela molto meno tollerante dell’opinione diffusa fra la maggioranza dei cattolici».

Immancabile la lettura sociologica del fenomeno da parte dell’ex premier: «Le organizzazioni religione hanno gli stessi dilemmi dei partiti politici e quando si trovano di fronte a circostanze che cambiano hanno due possibilità. La prima è ancorarsi sulle proprie posizioni e non uscire dagli schemi per non rischiare di perdere il proprio zoccolo duro. La seconda è accettare che il mondo sta cambiando e decidere di mettersi alla guida del cambiamento». Forse ci vorrebbe un assistente spirituale per spiegare al cattolico Blair il concetto di “depositum fidei” e di tradizione apostolica.

Tornando la tema dell’omosessualità, non va dimenticato, del resto, che Blair, ai tempi in cui era primo ministro, si spese parecchio per promuovere i diritti omosessuali che contemplavano anche i diritti per le unioni civili. Ma è sul fronte della bioetica che l’ex premier ha più di una cosa da farsi perdonare ai cattolici. Per quanto riguarda l’aborto, per esempio, Blair non ha mai votato una sola volta insieme al gruppo dei parlamentari pro-life, mentre non ha esitato a votare, per ben 14 volte, le proposte della lobby abortista. Nel 1990, durante il dibattito sulla Human Fertilisation and Embryology Act, in ben tre occasioni ha votato per estendere il limite temporale dell’aborto in caso di malformazioni del nascituro.

E non si può dimenticare che fu proprio grazie all’iniziativa del governo Blair che si è reso  legale, in Gran Bretagna, l’aborto per le ragazze minorenni (anche di 11 anni) senza il consenso dei genitori, e si è reso possibile fornire farmaci e dispositivi anticoncezionali alle stesse minorenni. Né si può dimenticare che a lui si deve il varo di una legge – la Mental Capacity Act 2005 – la quale consente, ed in alcune circostanze impone, ai medici di far morire pazienti indifesi sospendendo la nutrizione e l’idratazione.

Fu ancora il Governo laburista di Tony Blair ad esportare l’aborto nei Paesi in via di sviluppo sotto il pretesto dei Millenium Development Goals (obiettivi di sviluppo del millennio) delle Nazioni Unite e ad aumentare il finanziamento per le agenzie dedite al controllo demografico quali la International Planned Parenthood Federation e il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, coinvolte peraltro anche nella politica cinese del figlio unico.

Tony Blair è anche quello che ha promosso la sperimentazione distruttiva degli embrioni umani clonati. Il 19 dicembre 2000, infatti, il parlamento britannico ha approvato il Rapporto Donaldson, già presentato il 17 agosto dello stesso anno proprio dal primo ministro Tony Blair, dando il via libera alla clonazione di embrioni umani per scopi scientifici. Pur confermando da un lato il divieto alla clonazione umana «a scopo riproduttivo», il provvedimento ha autorizzato la creazione di embrioni a scopo scientifico.

Sulle politiche di fine vita, poi, Tony Blair è stato particolarmente abile. E’ riuscito a legalizzare l’eutanasia per omissione nella legge dell’aprile 2005, mentre al contempo assicurava ai politici e ai leader religiosi di essere completamente contrario alla legalizzazione dell’eutanasia. Sulla contraccezione, invece, è stato proprio il governo presieduto da Tony Blair a legalizzare la diffusione dei condom ai bambini minori di 16 anni a scuola – anche nelle scuole cattoliche – senza necessità di informare i genitori oppure di ottenerne il consenso

Per non parlare, poi, della fondazione creata dall’ex premier. «La Tony Blair Faith Foundation ha, tra le sue attribuzioni, quella di riedificare le grandi religioni e riedificare la società mondiale. Con questo scopo, la fondazione in oggetto ha intenzione di espandere i “nuovi diritti”, utilizzando a questo fine le religioni del mondo e adattando queste ai loro nuovi compiti. Le religioni dovranno essere ridotte allo stesso comune denominatore, vale a dire svuotate della loro identità». A lanciare questa accusa non è uno qualunque. Si tratta di Mons. Michel Schooyans docente all’Università Cattolica di Lovanio, membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, dell’Istituto Reale delle Relazioni Internazionali di Bruxelles, dell’Istituto di Politica Demografica di Parigi, e del Population Research Institute di Washington.

Fa anche riflettere il fatto che la stessa Tony Blair Faith Foundation sia particolarmente impegnata ad utilizzare l’aspetto della “fede” nel raggiungimento dei citati Millennium Development Goals. Il punto è che degli otto obiettivi mondiali, il terzo è relativo alla promozione della «gender equality», il quinto alla promozione della salute materna ed il sesto alla lotta di malattie tra cui l’HIV/AIDS. Tradotto dal politichese corretto tutto ciò significa alla lunga riconoscimento dei diritti degli omosessuali, aborto e contraccezione.

Per quanto riguarda i titoli politici, anche qui Tony Blair non può vantare un curriculum propriamente esaltante. In molti ancora non gli perdonano di aver seguito l’alleato statunitense nell’avventura bellica in Iraq, preferendo la “linea della menzogna” rispetto alla più cauta posizione europea. In quell’occasione l’antico affiatamento anglosassone con gli americani ha prevalso sul senso di appartenenza alla comunità continentale, mostrando un’immagine di Blair davvero poco europea.

Non è un caso, inoltre, che i tories britannici si siano fermamente opposti alla sua candidatura alla presidenza dell’Unione Europea. William Hague, ministro degli Esteri ombra nello shadow cabinet di Cameron, ha detto, senza mezzi termini, che Blair «non si deve neppure avvicinare a tale carica» ed ha parlato di un possibile grave «contraccolpo negativo» in Gran Bretagna se Blair dovesse effettivamente diventare il primo presidente dell’Europa. E’ stata persino evocata la possibilità di un referendum nel Regno Unito per riprendersi i poteri concessi a Bruxelles, e minacciata la possibilità che i conservatori euroscettici possano usare la presidenza di Blair per mobilitarsi contro l’Unione Europea.
Un sondaggio realizzato dal sito web conservativehome.com – per il quotidiano The Independent – rivela, infatti, che più dell’80 per cento dei membri del partito sostiene che Cameron dovrà indire un referendum sul Trattato di Lisbona se diventerà premier, anche se il Trattato verrà approvato da tutti i paesi membri prima delle prossime elezioni.

Anche come inviato internazionale il povero Blair non è riuscito a brillare. Dopo aver ricevuto la prestigiosa carica di rappresentante del quartetto (Usa, Russia, Onu e Ue) per il Medio Oriente,  il Daily Mail lo ha massacrato quando in quella travagliata zona del modo è precipitata la crisi a seguito dell’operazione militare israeliana, denominata “Piombo Fuso”, nella striscia di Gaza. Al culmine di quella tragedia, infatti, il rappresentante del quartetto si vide ben di non rinunciare alle vacanze familiari. Impietoso, il quotidiano britannico ricordò, peraltro, che Tony Blair aveva messo piede in Terra Santa solo diciotto mesi dopo aver ricevuto l’incarico. Un anno e mezzo di inerzia era parso, obiettivamente, troppo anche ad alcuni suoi sostenitori.

Premesso tutto ciò su Tony Blair, è anche vero che non si devono porre limiti alla Divina Provvidenza. Se – nonostante l’infelice esordio dell’intervista su Attitude – davvero l’ex premier britannico ha ora rivisto le proprie precedenti posizioni, dovrebbe quanto meno dare un segnale reale di tale cambiamento, capace di andare al di là di qualche affermazione ad effetto in pubbliche conferenze. E, soprattutto, dovrebbe spiegare qual è l’idea di società che ha in testa e qual è l’immagine di Europa che egli pretenderebbe di rappresentare. Se è la stessa che aveva durante il suo soggiorno a Downing Street, per i cattolici (e non solo) la risposta alla sua candidatura non può che essere una: no, grazie.