Siamo sicuri che una convivenza tra culture diverse è possibile?
13 Aprile 2008
Pubblichiamo il testo dell’intervento di Gaetano Quagliariello al convegno
“Convivenza tra culture diverse” organizzato dal Circolo del Buon
Governo di Siena il 28 marzo 2008
Per assicurarne la pacifica convivenza, nell’età contemporanea la
liberal-democrazia si è attestata sulla teoria della libera concorrenza
tra culture. E’ stato questo il postulato fondamentale della “società
aperta” che, inevitabilmente, ha portato con sé la convinzione che le
culture, competendo fra di loro, siano destinate a ibridarsi, ad
arricchirsi, a trovare spontaneamente delle sintesi. In ultima analisi
a migliorarsi, perdendo la loro purezza originaria per assumere quanto
di buono e di valido vi è in quella del vicino.
Queste
convinzioni, di per sé inoppugnabili, scontano tuttavia un ottimismo di
fondo. Veicolano di fatto una visione spensierata della realtà che,
portata ai suoi estremi, non ha mancato di prospettarsi come ingenuo
positivismo. Tale dinamica, per ragioni intuibili, si è prodotta con
più evidenza in quella fase della storia del mondo in cui la fine del
comunismo sovietico, il superamento della divisione del mondo in
blocchi contrapposti, l’avviarsi di quel processo comunemente noto come
“globalizzazione” hanno fatto immaginare che ci si stesse avviando
verso una fase di pacifica evoluzione che avrebbe portato la pratica
liberal-democratica a diffondersi senza eccessive scosse telluriche.
Sicché i sintomi di nuove conflittualità planetarie sono state scambiate,
dai più, per semplici scosse di assestamento.
Non è
difficile, a questo punto, comprendere cosa sia cambiato da quella fase
ancora sufficientemente prossima della nostra storia, di tale portata
da mettere in dubbio un così ben radicato ottimismo di fondo, inducendo
%0Ai meno tetragoni a un ripensamento della teoria della società aperta,
almeno in alcune delle sue parti. Restando sulle linee generali, la si
potrebbe mettere così: è accaduto che il processo di globalizzazione
proseguendo il suo corso, accanto ai suoi indubbi vantaggi, ha mostrato
anche tutte le sue difficoltà e le sue aporie.
In campo
economico, l’intervento di nuovi competitori mondiali sta spingendo a
ripensare alla possibilità che nel mondo globalizzato il mercato si
possa sviluppare libero da vincoli e senza tener conto delle condizioni
di produzione, in alcuni casi assolutamente incommensurabili. Si può
dubitare – e io ne dubito – che, a tal fine, la reintroduzione di dazi
possa sortire tutti gli effetti auspicati. Ma non si può certo negare
che essi, se assunti per periodi temporanei e a livello europeo,
possano offrire il tempo e la possibilità per opportune revisioni del
nostro sistema produttivo. E ancor meno si potrà negare che il
consumatore abbia il diritto di essere informato se la pasta che mangia
è stata prodotta grazie a una partita di grano giunta dalle zone di
Chernobyl ovvero coltivato con il rispetto di norme volte ad
assicurarne la salute.
In ambito strategico, il superamento
dell’equilibrio bipolare ha decretato la fine delle dinamiche di
sottomissione e di assorbimento dei conflitti minori da parte di quello
principale tra super-potenze. Ciò ha tra l’altro prodotto alleanze
contro l’Occidente fino a qualche tempo fa inimmaginabili: si pensi
solo a quella tra il mondo islamico integralista e il mondo islamico
secolarizzato: tra Bin Laden e Saddam Hussein, insomma.
Anche
l’ambito delle culture è stato, infine, interessato da questo generale
processo di ricatalogazione dei conflitti. Su questo terreno si sono
riattualizzati dissidi e scontri che la storia riteneva essersi gettata
dietro le spalle, portando qualcuno di assai previdente a prevedere
delle vere e proprie “guerre di civiltà”, senza per altro auspicare in
alcun modo quest’esito.
Tutto ciò ha imposto ai
liberal-democratici non spensierati o dogmatici di rivedere alcune
delle loro certezze. Essi, per forza di cose, in quest’opera di
revisione sono dovuti partire dal ripensare il rapporto tra religioni e
culture. Nessuna persona di buon senso e appena acculturata dubita,
infatti, che tale rapporto si trovi alla base dei processi di
civilizzazione così come si sono sviluppati dalle origini
dell’esperienza umana. Non di meno, però, in molti hanno ritenuto che
l’indagine intorno a quel nesso fondamentale potesse ormai darsi per
scontata e saltata a pie’ pari. In Occidente, a partire dagli anni
Settanta del secolo scorso, si era infatti ritenuto che la modernità
dovesse portare con sé un processo di progressiva secolarizzazione il
quale, a sua volta, avrebbe reso il fattore religioso sempre meno
influente nella storia degli uomini.
La rinascita del sacro
che a partire degli anni Ottanta – e con più evidenza dagli inizi del
nuovo secolo – si è manifestata non solo ma anche nel mondo
Occidentale, per i più ha costituito una sorpresa. Essa ha spinto i
meno pigri a rivisitare paradigmi consolidati e a riaprire capitoli
d’indagine che apparivano ormai esauriti.
E, per quel che
concerne il nostro tema, tale riconsiderazione non ha potuto fare a
meno di prendere le mosse da un primo e fondamentale elemento: le
religioni, a differenza delle culture, non si ibridano. Se lo fanno,
finiscono inevitabilmente per tradire se stesse. Esse – in particolar
modo se si tratta di religioni rilevate -, hanno i loro precipui dogmi
di fede, che si riflettono in riti e simboli. Possono perciò dialogare,
per sforzarsi di trovare quella comune ragione che le ispira. Possono
convivere e debbono rispettarsi. Ma non possono confondersi né tanto
meno relativizzare le rispettive verità, mirando a una sintesi comune.
Se sono religioni vitali, poi, continueranno a influenzare le culture
di riferimento, impedendo che queste s’inaridiscano e che, invece
d’influenzarsi sanamente a vicenda, si facciano assorbire, fino al
punto di soccombere.
E’ a questo punto che per la
liberal-democrazia nascono problemi inediti. Infatti, se la libera
concorrenza non è più in grado di assicurare la pacifica competizione tra culture differenti, cosa sarà necessario sostituire ad essa? Di
fronte a questo quesito io ritengo che il binomio “liberal-democrazia”
sia destinato a scindersi e i suoi adepti costretti a scegliere di
privilegiare l’uno o l’altro termine.
Per coloro i quali
tengono più alla democrazia che alla libertà, dato un processo
determinato, l’esigenza prioritaria resta sempre quella di assicurare
una posizione di eguaglianza formale tra i soggetti protagonisti di
detto processo. Essi per questo, al cospetto della difficoltà
prospettata, sono ricorsi a due soluzioni apparentemente opposte ma in
realtà assai più simili di quanto si possa immaginare, almeno per
quanto concerne gli effetti prodotti.
Alcuni hanno cercato
d’anestetizzare l’influenza dell’elemento religioso, che è quello che
rende impossibile forzare la sana ibridazione culturale per
trasformarla in un più radicale processo di relativizzazione della
verità. A tal fine è tornata utilissima una teoria d’origine giacobina,
per la quale la religione deve essere considerata un fatto inerente la
sfera privata, da gestire nel chiuso della coscienza individuale e, in
ogni caso, da non far intervenire all’interno dello spazio pubblico. E’
quanto è stato proclamato nella Francia chiracchiana, ad esempio, con
il “rapporto Stasi”, che ha vietato l’ostentazione di ogni simbolo
religioso. I risultati sono stati disastrosi. E’ apparso chiaro come
oggi resuscitare una religione di stato sovraordinata rispetto alle
religioni rivelate risulti, ancor più che discutibile, impossibile. Le
crisi endemiche nelle banlieu sono state anche delle insorgenze
identitarie che lo statalismo “alla francese” non è stato in grado di
assorbire e neppure di contenere. Esse, tra l’altro, hanno chiarito
come un bisogno di identità che non smarrisca il rapporto con le
proprie , anche religiose, rappresenta oggi un fattore che non svanisce
neppure con il succedersi delle generazioni.
Altri,
cercando un’alternativa a quell’elemento di autoritarismo comunque
insito nella soluzione francese per il troppo potere concesso allo
Stato centrale, hanno cercato la soluzione nell’applicazione della
teoria del “multiculturalismo”. Hanno cioè risolto il problema
dell’eguaglianza sostanziale tra le diverse culture vietando di
gerarchizzarle e stabilendo, per questo, che esse abbiano il diritto di
operare l’una accanto all’altra, con i propri valori di riferimento e
le proprie regole interne, procedendo parallele pur se inserite in un
medesimo contesto statuale. E’ stata questa la soluzione a lungo
praticata nel Regno Unito, fino a quando una Commissione incaricata da
Tony Blair non ha revisionato in profondità tale pratica ritenuta “un
incubo” per i risultati ai quali aveva condotto. Questi esiti sono
stati disastrosi in particolare dal punto di vista dell’integrazione.
Le differenti culture non hanno trovato il modo di legittimarsi
vicendevolmente e, quel che è più rilevante, poste al cospetto
dell’autorità statuale, le culture endogene non si sono sentite affatto
su di un piano di parità con quella esogena. Dal che le manifestazioni
di sovversivismo anti-statale, emblematicamente rappresentate dagli
zainetti carichi di esplosivo portati in metropolitana, anche in questo
caso, da giovanissimi emigrati di seconda, terza e a volte persino
quarta generazione.
A questo punto s’impone un quesito:
l’Italia che ha la fortuna di essere interessata da meno tempo e, fino
ad oggi, in misura certamente minore dal fenomeno epocale
dell’immigrazione, può trarre vantaggio dalle esperienze e dagli
insuccessi altrui?
Sinceramente ritengo che possa, a
condizione però di non sottovalutare le difficoltà che ciò comporterà
e, soprattutto, di mettere da parte l’obiettivo dell’eguaglianza tra le
culture per privilegiare la salvaguardia (e in alcuni casi la
conquista) della libertà possibile.
Salvaguardare la
libertà, innanzi tutto, significa non avere neppure l’illusione di
potersi sottrarre al confronto con il fenomeno immigratorio a vantaggio
di un ideale autarchico. Nella società globalizzata, insomma,
l’immigrazione di ampie masse provenienti da culture, religioni,
civiltà differenti è una necessità e, entro i limiti di cui si dirà,
anche una circostanza positiva. L’ideale di Charles Maurras, che nella
cronaca di un viaggio in Corsica riferiva estasiato l’esempio di un’abitazione con cimitero annesso, nella quale la persona compiva
l’intero suo ciclo vitale dalla culla alla sepoltura, è oggi null’altro
che una bella immagine letteraria: per fortuna!
Tale
inevitabile disponibilità, però, diventa più responsabile se si nutre
della consapevolezza dell’impossibilità di garantire un’eguaglianza tra
le culture che convivono in un determinato contesto, sia dal punto di
vista formale sia dal punto di vista sostanziale. E ciò per due motivi
principali, uno dei quali si riferisce al contesto endogeno, l’altro a
quello esogeno.
Per quanto concerne il primo, è necessario
prendere atto che i processi d’integrazione, tra uomini così come tra
culture, non si scrivono mai su un foglio bianco. Esistono tradizioni,
costumi, norme di un determinato contesto e queste meritano rispetto se
non si vorranno provocare reazioni di rigetto da parte degli ospitanti.
Ciò vale in modo particolare – e siamo al secondo motivo –
allorquando queste tradizioni, questi costumi, queste norme soddisfano
meglio una concezione universale dei diritti della persona: quella per
la quale, per intenderci, se si condanna la pena di morte lo si fa sia
quando occasionalmente essa è applicata in uno stato americano sia
quando ogni giorno e in decine di casi è applicata nella Cina ancora
comunista. Insomma: abbiamo il diritto e il dovere di ritenere che la
tradizione della famiglia occidentale, dal punto di vista dei soggetti
più deboli – la donna e i minori -, sia da preferire al matrimonio
poligamico. Abbiamo il diritto e il dovere di reclamare la superiorità
dello stato di diritto sulla sharia. Così come abbiamo ogni ragione
d’essere orgogliosi delle nostre norme di salvaguardia dei lavoratori
se confrontate con lo sfruttamento minorile praticato in tante parti
dei cosiddetti Paesi emergenti.
Da qui derivano alcune
conclusioni agevoli da trarre ma difficilissime da mettere in atto. La
prima: per assicurare la convivenza pacifica tra le culture e la loro
naturale ibridazione, nessuno può chiedere a chi giunge nel nostro
Paese di rinunziare alla propria e tanto meno di convertirsi alla
nostra religione. Di contro, sarà nostro dovere fare tutto ciò che è
possibile affinché sia messo nelle condizioni di sviluppare la propria
vita spirituale anche in una proiezione pubblica. In cambio, però,
bisogna non domandare ma pretendere da ogni ospite il rispetto non
soltanto della nostra legge ma anche della nostra cultura e delle sue
manifestazioni esteriori, con accresciuto rigore nel caso in cui la
persona ospitata svolga funzioni pubbliche di carattere civile e/o
religioso.
Affinché questo non divenga poi un mero
proposito, è necessario evitare che l’arrivo di immigrati in Italia sia
indiscriminato, così come è accaduto durante i due anni di governo
della sinistra. Per il possibile, è necessario guidare il fenomeno
immigratorio tenendo conto non soltanto della provenienza ma anche
dell’istruzione e delle funzioni che potrebbe svolgere chi arriva in
Italia. Infine, è necessario svincolare l’assunzione della cittadinanza
da ogni automaticità legata al trascorrere degli anni, evidenziando
così come l’integrazione sia un processo cultuale e non un diritto che
si conquista per invecchiamento.
Si tratta, insomma, di
capovolgere i capisaldi di una politica così come essa si è sviluppata
nel corso del governo di centro-sinistra. Io non credo alla pratica
della tabula rasa, per cui il governo che arriva ha l’obbligo di
annullare ciò che ha fatto il precedente. Ma in questo campo c’è
pochissimo da salvare. Quel che è più importante, c’è un riflesso da
sradicare che, per l’appunto, è un riflesso di natura culturale: l’odio
di sé, della propria storia, della propria tradizione.
Quell’odio
ci fa correre il rischio di non sapere più chi siamo e da dove veniamo.
E’ alla base di tanti processi d’involuzione sociale ed è il veleno che
potrebbe portarci a disperdere quella disponibilità all’ospitalità che
è carattere precipuo della nostra cultura. Perché solo chi è sicuro di
sé ed è consapevole della propria identità potrà aprirsi all’altro,
potrà comprenderlo e trovare i modi per convivere con lui in pace.
