Sicurezza, energia, intelligence: i piani dell’Iran dal Caucaso al Caspio

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Sicurezza, energia, intelligence: i piani dell’Iran dal Caucaso al Caspio

24 Ottobre 2008

Alcune analisi di recente pubblicazione concordano nel ritenere che la crisi nel Caucaso abbia alterato gli equilibri della regione in favore dell’Iran. Lo “Stato canaglia”, guardato con profondo sospetto da tante diplomazie, oggi ha assunto una nuova dignità agli occhi dei Paesi vicini dell’Asia centrale, che considerano seriamente la possibilità di utilizzarne il territorio per il transito delle risorse energetiche del Caspio. Certamente l’Iran è già un partner regionale credibile, perché gode dello status di osservatore nella Shanghai Cooperation Organization ed agisce con la consapevolezza di un leader nei riguardi delle altre popolazioni persofone e di religione musulmana sciita dell’area. La particolare congiuntura in atto sembra dunque aggiungere nuovi spazi di manovra ad una condizione già di per sé positiva. Il rafforzamento del legame con la Russia ne è un’ulteriore prova.

Le esportazioni della regione hanno risentito pesantemente del mutamento di clima in seguito alle misteriose esplosioni che hanno danneggiato la pipeline Baku-Tblisi-Ceyan, pochi giorni prima dello scoppio delle ostilità tra Russia e Georgia. In particolare, l’Azerbaijan, il principale fruitore della conduttura, ha subito la chiusura cautelativa da parte della British Petroleum dell’oleodotto che va da Baku al porto georgiano di Supsa, nonché la perdita del collegamento ferroviario per le esportazioni di petrolio, dovuto al bombardamento russo del ponte di Kaspi, anch’esso in territorio georgiano. Al di là dei danni materiali effettivamente riportati dalle infrastrutture, significative sono state le ripercussioni psicologiche sugli attori regionali, costretti a dover trovare da un giorno all’altro rotte di trasporto alternative.

Così, l’Azerbaijan si è visto costretto ad utilizzare le condutture della russa Transneft che vanno da Baku a Novorossiysk e ad inviare 100,000 tonnellate di petrolio alle strutture del porto di Neka sul mar Caspio, di proprietà di una compagnia iraniana. Potrebbe essere questo un primo segnale di come l’Iran abbia cominciato effettivamente a beneficiare degli effetti della crisi caucasica sulle esportazioni delle risorse energetiche della regione. E il regime dei mullah intende capitalizzare al massimo questa situazione di vantaggio. Il 10 ottobre si è aperto a Teheran l’International Oil Refining Forum, nel corso del quale il ministro degli Affari Esteri, Manoucher Mottaki, ha dichiarato che “l’Iran è pronto a collaborare con compagnie e stati stranieri per assicurare le proprie forniture di petrolio a fronte degli sconvolgimenti in atto nel Caucaso… L’Iran può trasferire il petrolio del mar Caspio nel golfo Persico… utilizzando la via migliore e più breve possibile”.

Al momento non si è andati oltre la mera dichiarazione dell’intento di costruire una pipeline dal Caspio al Golfo, ma tanto è bastato per rilevare una nuova sensibilità dinanzi alle possibilità di cooperazione energetica con l’Iran. D’altro canto, già l’8 ottobre, quindi prima del discorso di Mottaki, il vice ministro kazako dell’Energia e delle Risorse, Lyazzat Kiinov, aveva espresso l’auspicio di dar avvio all’utilizzo delle strutture del porto di Neka e di incrementare la cooperazione energetica con il vicino iraniano. Con termini analoghi si era precedentemente espresso anche Kayrgeldy Kabyldin, presidente della compagnia statale kazaka per il petrolio ed il gas, KazMunaiGaz, dichiarando che “la rotta iraniana rappresenta una direzione potenziale per il trasporto del petrolio verso sud che ci consentirebbe di raggiungere il Golfo e di accedere ai mercati asiatici”. Il ministro degli Interni iraniano, Morteza Safari Natanzi, ha inoltre annunciato a fine settembre che sono già in corso trattative tra i due Paesi per la costruzione di un oleodotto che vada dal Kazakhstan in Iran attraverso il Turkmenistan. Quest’ultimo Paese non solo è anch’esso coinvolto nelle trattative per il progetto nord-sud, ma è anche promotore di un’iniziativa di trasporto su ferrovia che coinvolge Iran, Kazakhstan e Russia.

Un altro risvolto della crisi caucasica favorevole all’Iran riguarda la partnership con la Russia. Fonti iraniane e russe riferiscono che ad una rafforzata presenza militare americana e occidentale nel Caucaso (“mascherata da aiuti umanitari alla Georgia”) la Russia sta reagendo con il sostegno al programma nucleare iraniano e con una cooperazione rafforzata in ambito tecnologico, militare ed energetico con i mullah. Il 21 ottobre rappresentanti di Russia, Iran e Qatar (che insieme detengono il 60% delle riserve mondiali di gas) si sono incontrati a Teheran per discutere della cooperazione trilaterale e della possibilità di costituire un cartello di Paesi esportatori di gas simile all’OPEC. In precedenza, Russia e Iran avevano concluso a Mosca un accordo tra le massime agenzie di intelligence nazionali, con lo scopo dichiarato di combattere congiuntamente il terrorismo e l’estremismo. All’indomani della firma, il ministro dell’Intelligence iraniano, Gholam-Hossein Mohseni Ejeie, si è recato a Volgograd per assistere alla fase culminante dell’esercitazione antiterrorismo della SCO che si è tenuta il 4 settembre. In appendice al Summit dei capi di Stato e di Governo della SCO svoltosi a Dushanbe (capitale del Tagikistan) il 28 agosto scorso, il ritrovarsi a Volgograd ha rinnovato l’impegno comune nel contrasto ai “mali” combattuti sin dalle origini dell’Organizzazione. Per di più quest’anno la simulazione riguardava la protezione di una raffineria di proprietà della Lukoil, a sintetizzare il core business dei partner della SCO nella loro lotta ai “3 mali” (terrorismo, estremismo e separatismo) e in aspetti fondamentali della sicurezza energetica.

L’impressione registrata da alcuni analisti è che sia la Russia ad avere la necessità strategica maggiore di rafforzare la partnership con l’Iran, mentre quest’ultimo sta attuando nell’area una politica estera multivettoriale, tesa a consolidare l’immagine di arbitro degli equilibri regionali. Se tali sono i termini, bisognerà poi valutarne l’eventuale assetto, giacché la direzione verso la quale Teheran conduce le proprie iniziative parrebbe dettata essenzialmente dal perseguimento di obiettivi nazionali propri, piuttosto che da logiche da “guerra fredda”. E infatti, il 17 settembre, il ministro degli Esteri Mottaqi si è recato in visita in Georgia dove ha incontrato il presidente Saakashvili, mostrandosi disponibile a un possibile ruolo di mediatore che il suo Paese potrebbe giocare nella crisi con la Russia. Con l’assenso di Mosca e dell’Unione Europea, l’Iran potrebbe dunque far leva sulle comuni esigenze di potenziamento e di sicurezza delle rotte energetiche per giungere davvero ad un nuovo equilibrio regionale. E agli USA, distratti da una lunghissima campagna elettorale presidenziale, non rimane altro che stare a guardare.