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La liberazione di Silvia

Silvia Romano e quella sana carità della porta accanto

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Mettendo per un momento in secondo piano le notizie sul virus del quale (ci ricordano minacciosi) dovremo morire, i mainstream media italiani festeggiavano felici, fino al primo pomeriggio di domenica, la liberazione di Silva Romano, la cooperante rapita in Africa da qualche pericolosa organizzazione islamista.

Winston Conte era stato naturalmente il primo a dare la notizia, su twitter, e a prendersene il merito, anche se pare debba in realtà condividerlo con i servizi segreti non solo italiani, ma soprattutto con quelli turchi e somali, con chissà quali implicazioni geopolitiche e assunzioni di debiti diplomatici.

Non mancava, severamente pensoso, un pontificante Saviano e compariva perfino un redivivo Pippo Civati, per il quale con la liberazione di Silvia il mondo sarebbe diventato “un po’ meno stronzo”.

A Milano, nel quartiere di Silvia, le campane delle Chiese suonavano a festa e dai balconi (certo, il lockdown!) cittadini felici pare intonassero l’inno nazionale. Dal pomeriggio inoltrato della domenica, si nota qualche esitazione e qualche vaghezza in più.

Gli è che, di fronte alle attonite autorità accorse a Ciampino, la Silvia è scesa dall’aereo di stato che l’ha riportata in Italia avvolta in un costume musulmano e ha dichiarato di essersi convertita volontariamente all’Islam. Chi ha visto e si è gustato le varie stagioni di Homeland ha provato un sinistro brivido.

Ora, bisogna certo avere pazienza con queste ragazzine che si mettono in testa di salvare il mondo, e per farlo vanno in Africa, senza sapere quel che ci insegnavano le nostre nonne, cioè che “la prima carità è quella dell’uscio”, e che c’è un sacco di gente vicinissima a noi che sta male e avrebbe bisogno di aiuto. Bisogna poi non fare i pidocchi e sorvolare sui quattro milioni di euro dei contribuenti che, pare, abbiamo dovuto sborsare per salvare (sacrosanto!) questa impavida eroina della cooperazione e delle onlus umanitarie.

Già qualche nervosismo, tuttavia, affiora pensando che quei soldi vanno a finanziare una sanguinaria organizzazione di terroristi islamici.

Ma, soprattutto, vedercela tornare in divisa da brava donna islamica, e per di più sentirla raccontare la storiella della conversione volontaria, beh, questo mi sa che sarà un po’ troppo, almeno per i meno scemi dei nostri mainstream media.

Forse le campane delle Chiese cattoliche smetteranno di suonare, anche perché non è un gran bello spot per la nostra religione vedere questa Silvia con la testa velata; forse ci chiederemo se queste benedette onlus non debbano smetterla di mandare ingenui ragazzi e ragazze nei luoghi più pericolosi del pianeta, mettendo a rischio non solo le loro vite, ma anche di quelli che poi debbono andare a toglierli dai guai. E forse ci chiederemo se quei milioni di euro spesi per riportarla a casa non serviranno a finanziare qualche attentato ai nostri danni.

La conversione “volontaria” all’Islam, poi… Speriamo di non dover sentire le solite sciocchezze sulla società “multiculti” e sul pluralismo religioso. E comunque: bell’esempio di emancipazione femminile. Oltre alla conversione, corre voce di un matrimonio forzato con uno dei carcerieri islamisti. Si attendono commenti di qualche adepta dei vari movimenti femministi, tipo “meetoo”.

Chissà che bel dibattito, tra onlus terzomondiste e postfemministe d’assalto.

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