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Silvio Berlusconi: da persona a vita nuda

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Il giudizio politico giudiziario sulla confessione del Giudice Franco in ordine alla sentenza della Corte di Cassazione del 1° agosto 2013 produttiva degli effetti distruttivi della vita personale e politica di Silvio Berlusconi, del partito Forza Italia e con essa delle istituzioni della nostra repubblica parlamentare è in corso di strutturazione. Quanto pubblicato è già però sufficiente per un’analisi “valoriale”.

Le espressioni del Giudice da “porcheria”…”voluta dall’alto”…”plotone di esecuzione” danno conto di una singolare traslazione di analisi e concetti: e cioè l’adattabilità al calvario giudiziario di Silvio Berlusconi delle analisi di Giorgio Agamben in tema di campo di sterminio e di nuda vita. Basta sostituire la parola campo con la parola procedimento giudiziario o processo.

Risulta di tutta evidenza nella confessione del Giudice Franco la rappresentazione di se stesso come giudice (e forse degli altri colleghi) quali portatori, secondo le parole di Regnault, di quel “Fuhrer interiore” che fa dire ai suoi gerarchi di “non aver fatto altro che obbedire agli ordini”. E’ la mostruosità del potere giudiziario che non solo si svincola dagli altri poteri dello Stato ma diventa esso stesso Stato nella misura in cui risulta caratterizzato dall’inclusione sempre più diretta della vita nell’ordine del potere.

La tesi di Giorgio Agamben, adattata al caso in esame, può venir riassunta nel modo seguente: il rapporto tra il potere giudiziario (che si è, di fatto, nominato potere sovrano) e la nuda vita è un rapporto di cattura sulla base di una struttura di eccezione. Il potere giudiziario, nella misura in cui concretizza l’ordine giuridico, deve conservare al contempo la possibilità di sospenderlo.

In tal modo esso instaura al centro dell’ordinamento uno spazio di eccezione e questo soltanto conferisce allo spazio normato la sua consistenza nel senso di poter imporre la sua consistenza in virtù della sua facoltà di decretare lo stato di eccezione.

Nello “spazio di eccezione” il tratto fondamentale del potere giudiziario emerge allora come la possibilità di isolare in ogni soggetto una nuda vita: una vita irrimediabilmente esposta alla decisione giudiziaria sovrana che, in quanto tale, assicura al potere una presa diretta.

Lo stato di eccezione è dunque il rovescio della funzione garantistica della norma. In tale sistema il giudizio, come il campo, diviene non contrario all’ordine istituito ma il suo principio immanente. Il processo, in questo spazio di storia giudiziaria, diviene il luogo in cui la regola e l’eccezione diventano indiscernibili e come tali possono tendenzialmente riguardare la totalità dei soggetti implicati nel processo in modo immediato e permanente. Negli antichi testi si insegnava che il processo fosse “actus trium personarum”: giudice attore e convenuto. Nei testi di diritto era implicito il riconoscimento dello statuto soggettivo di “persona” non solo del giudice ma anche degli altri attori del processo sia civile che penale. Nelle parole del Giudice Franco emerge invece lo spaccato di un potere giudiziario che si è fatto stato etico ed in cui il ruolo dei soggetti privati coinvolti non è più quello di persona ma, in virtù della nuova sovranità etico giudiziaria, all’occorrenza, come nel caso del Presidente Berlusconi, di “homo sacer”: e cioè di persone sacrificabili e condannabili, in modo assolutamente arbitrario, come “nuda vita” spogliati di ogni statuto di diritti personali.

Dalle parole del Giudice Franco non emerge solo il cosiddetto “antiberlusconismo” ma bensì, soprattutto, una radicalizzazione, il superamento di una soglia. Con tale assolutismo etico giudiziario, infatti, il processo giudiziario viene alla luce in se stesso, in quanto eccezione che perdura, e tende in tal senso a diventare la regola e colui che nel processo è imputato “l’uomo sacro” si mostra nella sua “nudità” di colui che, perduti i suoi diritti, può venir condannato arbitrariamente senza che ciò costituisca un “vulnus giuridico”.

Lo spaccato che il Giudice Franco ci consegna è quello di una magistratura etica dove il soggetto, la persona aprioristicamente individuata e catalogata dal potere giudiziario che si è fatto Stato non abbia diritto più ad alcun tipo di garanzia o di statuto di diritti ma debba essere “disumanizzata” per poter essere poi sacrificata mediante la condanna.

E d’altronde, come insegnano Agamben e Lazzarus, di fronte al rapporto tra un potere etico giudiziario che si fa sovrano e la nuda vita non ha molto senso parlare di episodio unico e di singolarità. Bisogna invece contrastare tale etica che si è fatta Stato attraverso il potere giudiziario quale paradigma di un’etica che si arroga il diritto di escludere dall’umano un uomo e la sua esperienza attraverso l’identità trasduttiva della trasmutazione “dell’uomo nel non uomo”. E sarebbe compito della politica “tutta” ricondurre il potere giudiziario nel perimetro che la costituzione repubblicana ha, con chiarezza, stabilito. Per evitare, come già avvenuto, che se la politica non si confronti con il ruolo ed i limiti costituzionali della magistratura sia quest’ultima ad occuparsi, a modo suo, della politica e dei cittadini.

Ed il Giudice Franco ci ha già mostrato, con la sua testimonianza di vita, il divenire del potere giudiziario e cioè “…di che lacrime grondi e di che sangue…”.

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