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Il referendum

Sindrome dell’arto fantasma: la difficile interpretazione del taglio parlamentari per un paese che rischia, forse, Tutto

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Spero mi si perdonerà per il titolo di questo articolo ove mai di primo acchito fuori luogo.

Partorito, onestamente, con molta difficoltà, tuttavia essendo l’unico possibile per contribuire a richiamare l’attenzione su un tema molto importante e cruciale in ordine alla vita democratica del paese. Non vuole essere una indicazione di voto. Non sarà una analisi.

Piuttosto un momento di riflessione partendo da cosa ci aspetta prossimamente con il voto referendario sulla Costituzione. Si tratta di diminuire il numero dei parlamentari da 945 a 600. Un’operazione denominata “taglio parlamentari” che ha una paternità partitica precisa (a nulla valendo gli estemporanei ed/od alternati supporti di altre compagini politico-parlamentari e non). Può dirsi che si stia giungendo ad una vera e propria amputazione istituzionale?

Chi non ha vissuto sulla propria pelle l’amputazione di uno più arti del corpo o l’asportazione di uno o più organi dello stesso è chiaro che potrebbe avere difficoltà, in prima battuta, al fine di percepire fino in fondo la ragione della comparazione che si sta descrivendo e che si cerca di spiegare, qui, al meglio.

Cercherò di farlo con la massima delicatezza possibile soprattutto per rispetto di coloro che hanno sofferto o che soffrono della c.d. Sindrome dell’arto fantasma.

Spostare il termine medico-sanitario (per una volta) su un piano di politica-giuridica è, necessariamente, funzionale affinché possa sottolinearsi maggiormente l’attenzione che dobbiamo porre, come sistema paese, all’appuntamento referendario di settembre 2020.

Per chi non sapesse cos’è la sindrome appena menzionata è sufficiente, giusto per avere un’idea, consultare un semplice dizionario online da cui poter apprendere che essa consiste nella “Sensazione anomala di presenza di un arto a seguito della sua amputazione: il soggetto percepisce sensazioni tattili provenienti dall’arto amputato, ne avverte la posizione e riferisce di poterlo muovere, ma soprattutto accusa in loco un dolore continuo e debilitante (algoallucinosi), descritto come qualitativamente molto vario. Sebbene questo tipo di patologia sia comunemente associata all’amputazione di un braccio o di una gamba, si può verificare anche dopo la rimozione chirurgica di altre parti del corpo, come il seno, il pene, un occhio, la lingua o un dente”.

Ora, a scanso di equivoci, il parlamento italiano non ha subito amputazioni di uno dei due rami (Camera – Senato).

Immaginando per un attimo che il c.d. taglio parlamentari opererebbe in maniera secca a sola riduzione del numero dei componenti, si tratterebbe (sostanzialmente) di un mero fatto matematico.

La matematica, però, come risaputo, non è un’opinione.

Cosa accadrà se dovesse approvarsi la riforma costituzionale con il voto referendario è, ormai, sotto gli occhi di tutti.

Meno parlamentari uguale a meno costi del sistema? Questa la motivazione principale.

Qualora non dovesse approvarsi la riforma su richiamata, vi sarebbe un nulla di fatto (soprattutto per i proponenti del M5S in prima linea).

Non è solo questo il punto. Sarebbe troppo semplicistico.

Il paese non merita di essere “colto impreparato” (mi si consentirà il gioco di parole) e di cadere “nell’imbarazzo decisionale” che, in altri termini, si tradurrebbe in vergogna sociale di esporsi a favore di una o dell’altra scelta.

Qualunque dovesse essere il sigillo di chiusura del voto referendario purché sia il più consapevole possibile.

Perché è dopo che arriva il difficile.

Eliminare una componente sostanziosa dell’assetto rappresentativo democratico (per come pensato ed ideato), pari a 345 parlamentari, significa assumersi una grossa responsabilità.

Soprattutto in chiave riformatrice futura.

In buona sostanza le attività parlamentari non verranno meno, ma cambierà la rappresentatività che i singoli eletti dovranno coprire (numericamente parlando) e garantire (nazionalmente o regionalmente parlando a seconda se deputati o senatori).

Come per dire: non viene meno ciò che si deve fare con due braccia (le due Camere parlamentari), ma cambia solamente quante dita delle due mani si possono utilizzare per fare le stesse cose di prima.

Oppure ancora, se si interpreta il taglio parlamentari come graduale messa a disfunzione delle “mani” di cui sopra, allora si dovrebbe riconoscere l’utilità strumentale delle sole braccia fino ai polsi. Quindi mani escluse.

Stesso paragone per le gambe o per organi non vitali del corpo.

Attenzione però: un elemento non vitale, non si traduce per forza di cose in “non funzionale”.

Una corretta funzionalità di qualcosa è data almeno da due elementi: la forza motrice (dettata da come si costruisce) e la capacità di strada percorribile, ad una certa velocità o meno in uno spazio d’azione, della macchina istituzionale-democratica nel suo complesso (in pratica il perché si costruisce).

Ora, il “taglio parlamentari” fonda le radici della sua logica (semmai una costituzionale se ne riscontrasse), sicuramente, sul piano della “forza” e del “come”.

Il punto importante però è capire, intimamente sul piano politico e (si spera) per l’appunto costituzionale, quale sia il “perché” in ragione della “meta” idealmente prevista.

Snellire il peso della macchina legislativa? Ridurre il costo di essa?

Perché, allora, non viaggiare senza carena o senza specchietti retrovisori?

Qui si interseca la questione principale.

Quando domani ci ritroveremo con 345 parlamentari in meno si dovrà pur fare i conti con qualcosa.

È vero, ci sono le Regioni alle quali, nel tempo, sono state date gran parte delle competenze legislative ordinarie che nel secolo scorso, prima della riforma del titolo V della Costituzione, erano tutt’altro che differenziate sul piano territoriale.

Ciò, in termini stretti, sta a significare che con il taglio parlamentari si potrà assistere a due ipotesi (almeno) di incardinamento della nuova politica:

– il grande peso dei parlamentari che gestiranno il potere centrale;

– il peso, quasi ridotto all’osso, delle Regioni rispetto al potere centrale.

Il tutto ovviamente pensando anche al contrario: la disgregazione, a livelli crescenti, del potere centrale in favore del regionalismo con, sullo sfondo, il Governo di turno che, a parte i decreti di urgenza avrà spesso delega dal Parlamento per fare ciò che serve.

Con l’effetto, al momento poco calcolato, del fiume di burocrati e tecnici che dovranno intervenire, per forza di cose, nei processi di riforma post taglio parlamentari (per sopperire alla carenza organica di quest’ultimi).

Molte volte ho sentito dire, soprattutto ultimamente, che il problema non è il numero dei parlamentari, ma la loro qualità.

Ci sono le elezioni per risolvere questo annoso problema posto che i partiti facciano il loro mestiere selezionando la miglior classe dirigente possibile.

Altre volte ho sentito dire che il problema non è qualità in quanto tale (perché il sentimento comune di anti-politica pervade da anni ormai la società), ma il fatto che ce ne siano troppi e basta. Non ho mai sentito, di contro, una persona dire di avere troppe dita o troppe mani. Forse il problema è come le si usano rispetto al dono della vita. Dono che, interpretazione difficile da fare, potrebbe essere la nostra Costituzione. Essa è il cuore della nostra democrazia? No affatto. È il cervello.

Il cuore è invece il Popolo; organo, quest’ultimo, che se smette di pulsare, via via, subirebbe il c.d. annebbiamento della vista.

Immaginiamo un chirurgo che sbaglia l’intervento perché annebbiato.

Voi come reagireste a sapere che non era in condizioni di operare? Che non era preparato? Che non sapeva quale bisturi usare ed in quale punto del corpo?

Voi come vivreste sapendo che quell’arto non andava amputato o quell’organo non andava asportato? Troppa responsabilità per gli elettori rispetto ad un Parlamento che si avvia verso un ipotetico cambio sartoriale. Il parlamento dei 600 dovrà fare i conti, con tutta evidenza, con le proposte elettorali dei partiti ai quali si chiede più qualità nella proposta dei candidati e dei futuri parlamentari.

Ma come può chiedersi più qualità a chi dovrebbe reperire candidati che rispetto all’impegno effettivo ci rimetterà, come si suol dire, barba e capelli qualora davvero si dovesse operare al massimo?

Alberto Sordi interpretando “Giulio Tersili”, in fin dei conti, ci ha detto già tutto parecchio tempo fa mediante una maschera cinematofrica. Ci giochiamo, forse, tutto. Sempreché non si faccia in tempo a dare a tutti gli italiani, perché le generazioni cambiano, il tempo di capire che in Parlamento la qualità c’è: si chiama Costituzione. A mancare, semmai, è la scelta dell’interprete.

E si sa, sbagliare traduzione o traduttore, può costare caro a colui che è sotto processo dovendo difendere i propri diritti.

Un processo all’intenzione che rischia di portare all’amputazione sommaria di qualcosa che non è dei Politici, ma del Popolo. A questo punto potrebbe provarsi la Sindrome dell’arto fantasma? Tratto da una storia vera: l’Italia.

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