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Sofri e l’incontenibile vizio di impartire cattive lezioni

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Nessuno può negare a Sofri il diritto di parlare delle sue esperienze e di indagare sugli eventi e i significati di quegli anni che hanno segnato tutta la sua vita. Il guaio è che il modo in cui egli sviluppa tale indagine appare del tutto unilaterale. Egli ce ne ha dato un saggio in un articolo di alcuni mesi fa su La Repubblica, in cui ha dipinto il 1977 come lo scontro tra la gioventù delusa e reclusa nel mito del Potere e della repressione e un governo e una sinistra chiusi in un’ottica di scontro frontale, parlando dell’“imprudenza micidiale” di Lama che scavò “tra il movimento operaio e “i” giovani un fossato mai più colmato”.

A distanza di tanti anni egli ancora non ha capito che quelli non erano “i” giovani, ma un’infima minoranza del paese, e anche della gioventù di sinistra. Ha scritto che l’uccisione dello studente di Lotta Continua Francesco Lorusso – che scatenò i gravissimi incidenti del 12 marzo a Roma – fu “a ridosso di un’incursione malaugurata ma innocua” di militanti di sinistra in un’assemblea di Comunione e Liberazione. “Innocuo” sarebbe impedire di parlare, coprendo di sputi chi la pensa diversamente? Violenza è soltanto ammazzare? Si potrebbe continuare con altre frasi tratte dal quel triste articolo. Esso però riporta la memoria ai viali dell’Università di Roma nel 1977 percorsi da manipoli di “katanga” con passamontagna e spranghe, beni pubblici devastati o distrutti, decine di migliaia di persone sequestrate e impossibilitate a lavorare e a studiare da un manipolo di esaltati, in nome della “violenza di classe”.

Il fossato che si aprì  non fu quello di cui parla Sofri, bensì quello tra la stragrande maggioranza dei giovani e una minoranza violenta e fanatica, nonché una politica oscillante tra i tentativi di logoramento (e magari anche di inquinamento) e i tentativi di “cavalcare il movimento”. Ma Sofri non si cura del senso di disgusto e di umiliazione che pervase tantissimi giovani e che ancora oggi è duro ricordare: parla soltanto delle ragioni dei ribelli a fronte di quelle dello stato. Egli continua a vivere nel mondo autoreferenziale di una sinistra che scambia i propri psicodrammi con la realtà. Per questo, è avvilente constatare che egli “celebri” il trentennale del 1977 da monocolo, tirando fuori rivelazioni (ormai inverificabili) circa i crimini dei servizi statali deviati e fornendo l’immagine completamente falsa di quegli anni come di una guerra civile.

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