Quei “fantasmi giuridici”

Solo attuando l’art. 49 della Cost. si può ridare dignità ai partiti

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La regola finora invalsa rispetto al finanziamento dei partiti politici è stata: finanziarli senza riconoscerli anziché riconoscerli per finanziarli. M è possibile finanziare qualche cosa che giuridicamente non esiste? Perché i partiti politici sono dei “fantasmi giuridici”, in quanto non hanno nessuna forma di regolamentazione e disciplina interna. Occorre, quindi, dare attuazione all’articolo 49 della Costituzione approvando una legge che regoli gli sregolati. Una legge che dia personalità giuridica ai partiti, attraverso la loro registrazione nell’albo delle associazioni riconosciute, e di uno statuto ispirato a una serie di princìpi, fra i quali quello di avere il massimo pubblicità con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

L’obbligo di pubblicità degli statuti, infatti, costituisce sicuramente un avanzamento rispetto all’arbitrio che ha sempre caratterizzato il diritto dei partiti, solo temperato da crescenti interventi giurisdizionali (che verrebbero limitati se vi fossero trasparenza e pubblicizzazione). E poi: procedure e organi di controllo interni ed esterni ai partiti, diretti a garantire il rispetto della legge in questione e quello degli statuti che integrano la legge, la correttezza e la trasparenza dei bilanci. Con la sanzione della perdita delle risorse pubbliche e dei contributi a carico della finanza pubblica ove queste norme non venissero attuate e rispettate dai partiti con i loro statuti. Siamo uno dei pochissimi Paesi in Europa che non ha mai provveduto a regolamentare con legge la disciplina dei partiti: la Germania lo ha fatto a metà degli anni Sessanta.

Oltre a quello della trasparenza e della regolamentazione giuridica, c’è un altro argomento, oggi, davvero forte a sostegno di una legge che disciplini i partiti. Ed è quello di provare a dimostrare che i partiti non sono del tutto in crisi perché sono capaci di darsi una legge che li regolamenti. Vorrebbe dire dimostrare una vitalità dei partiti nonché esprimere pubblicamente all’elettorato e alla cittadinanza che i partiti sono in grado di reagire, e lo fanno attraverso una legge che disciplini la loro attività interna. Sarebbe una mossa degna del barone di Münchhausen, che prova ad alzarsi dalle sabbie mobili tirandosi per il codino.

Va infine detto che ogni riflessione seria in punto di democrazia interna ai partiti non può che partire dal modo di selezione dei candidati alle elezioni politiche, europee, amministrative. Non è un caso che si parli con sempre maggiore insistenza di introdurre con legge le elezioni primarie. Una esigenza così avvertita è del resto proprio la cartina di tornasole della mancanza di una democrazia interna ai partiti: le primarie finiscono cioè per essere un succedaneo del fatto che non c’è democrazia interna ai partiti. Certo, primarie nei termini di una facoltà e non di un obbligo. Si tratta anche in questo caso di una dimostrazione di quei partiti che intenderanno utilizzare il metodo delle primarie, di mostrare una maggiore partecipazione nei confronti dei loro iscritti, dei loro aderenti, dei loro simpatizzanti; quindi chi lo farà, probabilmente ne trarrà beneficio. Il tema delle primarie, poi, si collega con la legge elettorale. Penso che, tendenzialmente, qualunque metodo delle primarie si regga e si conformi a qualunque sistema elettorale, a maggior ragione qualora dovesse rimanere in vigore quello attuale del 2005, la cd. legge Calderoli. Allora, le primarie servirebbero a selezionare coloro i quali verrebbero inclusi nelle liste bloccate dei partiti, la partecipazione elettorale si concretizzerebbe nel momento in cui, attraverso le primarie, venissero selezionati coloro che andrebbero a comporre la lista bloccata.

Comunque, dare attuazione all’art. 49 Cost. con una legge che regolamenti i partiti politici è ritenuta fondamentale al fine di restituire ai partiti la loro dignità nel sistema politico-istituzionale, e anche al fine di contribuire al superamento della transizione italiana. Rivitalizzare il patto fra cittadini e partiti, vuol dire indurre questi ultimi a rinunciare a una parte del loro arbitrio, subordinandosi a regole certe e trasparenti, rendendo pubblici i loro statuti oltre che i loro bilanci, dando più potere ai loro iscritti ed elettori. Non dimentichiamolo: una democrazia senza partiti è come un liberalismo senza libertà.

 

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