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Solo l’etica del mercato potrà salvarci dalla crisi economica e sociale

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Anche pubblicisti molto seri e documentati continuano a scrivere sui giornali - basta leggere gli editoriali e le pagine delle opinioni dei grandi quotidiani nazionali - che è il nostro enorme debito pubblico, di cui non ha certo colpa il governo dei tecnici, ad allontanare gli investimenti stranieri dall’Italia. Semianalfabeta in tutto ciò che riguarda i «labirinti de’ politici maneggi», mi considero analfabeta A/R (di andata e di ritorno) in fatto di politica economica, di mercato dei capitali, banche, titoli azionari, misure governative di risanamento dell’erario etc. E’ una materia di insondabile complessità che lascio tutta agli esperti. Come uomo della strada, però, - e, per me, il governo democratico è all’uomo della strada che deve rendere conto, come sanno i pochi amici e lettori che conoscono il mio penchant liberal-qualunquistico - mi chiedo spesso come mai certe considerazioni, che a me sembrano del tutto ovvie ed elementari, raramente affiorino nelle analisi degli esperti e, soprattutto, di quanti dovrebbero informare correttamente i cittadini, a cominciare dagli operatori mass-mediali.

La prima considerazione è questa: se un’azienda si trova a mal partito e annega nei debiti e, pertanto, nessuno è disposto a darle una mano, il fatto di riuscire a ottenere prestiti da usurai che impongono tassi molto elevati (e quando sono disponibili è perché ritengono che, alla fine, qualche mano provvidenziale ‘esterna’ verrà in soccorso dell’azienda, altrimenti destinata al default), non è segno che le cose vanno malissimo? E questo discorso non dovrebbe valere anche per gli stati quando ad alleviare il ‘debito pubblico’ sono autentici speculatori (absit iniuria verbis) internazionali, che sanno bene che più si è nei guai, più si è disposti a promettere (e a concedere) a chi ci viene incontro? «Il denaro è una merce» ed è inutile far del moralismo in proposito: dove c’è puzza di alti profitti ci si precipita senza curarsi troppo dell’etica medievale e della sua condanna del prestito a interesse. Se qualcuno è con l’acqua alla gola, c’è sempre qualcun altro pronto ad avvantaggiarsi della situazione.

La seconda considerazione che mi viene in mente riguarda, invece, i ‘tagli’ della pubblica amministrazione da ogni parte auspicati. Vivendo all’Università, ogni volta che penso alla proliferazione delle sedi universitarie e ai poli didattici penso allo zio di Woody Allen impazzito per non essere riuscito a capacitarsi della dabbenaggine dei troiani che avevano accettato dai loro implacabili nemici achei il dono del cavallo. Il fatto che nessuno veda e provveda a chiudere corsi ‘decentrati’ frequentati da pochissimi studenti ma costosi per le Università e per gli enti locali mi provoca le stesse convulsioni del Signor Allen.

D’altra parte, se è vero che ci sono risparmi possibili e auspicabili (se non altro simbolicamente: v. le spese della ‘casta’ che, forse, non incideranno poi molto sul bilancio statale ma la cui eliminazione sarebbe un segnale inequivocabile di serietà e di responsabilità giacché, in certi periodi, il ‘buon esempio’ dall’alto è tutto), non possiamo ignorare che, in un paese come il nostro in cui l’impiego pubblico è forse il modo più antico ed efficace per fronteggiare la disoccupazione di massa, licenziamenti dettati da meri calcoli economici, potrebbero solo aggravare le nostre difficoltà. Avremmo una massa di licenziati che non pagano più gli affitti o i mutui per la casa, che lasciano scadere le bollette, che disertano negozi e altri locali pubblici, che cancellano dal calendario la settimana bianca, che disdicono le prenotazioni al mare o in montagna e, che soprattutto, uscirebbero dai ruoli di contribuenti non avendo più con cosa ‘contribuire’. Insomma, non se ne uscirebbe. Sarebbe più realistico, invece, pensare ad alleggerimenti di personale per cause biologiche - fissando, ad es., per ogni funzione pubblica,un tot di addetti ai lavori e non sostituendo quanti se ne vanno in pensione se eccedono tale tot - o a una migliore utilizzazione di competenze, con trasferimenti di settore, che potrebbero anche comportare cambi di residenza.

Un liberalismo con i piedi per terra dovrebbe prendere in considerazione, come invitavano a fare i pur così diversi Isaiah Berlin e Raymond Aron, logiche diverse da quelle dell’economia, ma non incompatibili con la difesa primaria dei diritti individuali, giacché se un’impresa pubblica o privata si risana solo con misure drastiche - l’economia sociale di mercato mi è sempre parsa una bufala al pari della famosa ‘terza via’ - è anche certo che si creano grossi problemi di ordine pubblico quando centinaia di migliaia di disoccupati non sanno di che vivere e non possono, certo, aspettare la ‘fine del ciclo’. Potare i rami secchi significa, sui tempi lunghi, ridar vita e vigore all’albero ma, sui tempi brevi, incombe il tragico destino della capinera pascoliana che «cerca il nido che non troverà».

In paesi come il nostro, in cui mercato e iniziativa privata hanno operato con relativo successo soltanto in certi fortunati periodi e nonostante l’atavica diffidenza delle ‘culture politiche nazionali’ (cattolica, socialista, democratica), l’armata di riserva dei disoccupati rischierebbe di far saltare in aria non solo il sistema economico ma altresì quello politico. Forse, in certi casi, si potrebbe riconvertire la mano d’opera disoccupata, predisponendo impegnative opere infrastrutturali che non possono venire affidate ai privati giacché non danno profitto se non sui tempi lunghi - anche se sui tempi lunghi creeranno condizioni di vita e di lavoro da paese all’avanguardia.

In Italia, si potrebbero creare nuovi posti di lavoro con vaste opere destinate a rimediare, nella misura del possibile, ai guasti di una urbanizzazione selvaggia che, in pochi anni, ha sottratto all’agricoltura aree grandi quanto la Sicilia e la Lombardia messe insieme (Emilia, Liguria e Lombardia hanno il triste primato) (E, nonostante questo, ogni giorno ci sono ettari di terra consegnati alla cementificazione: se dietro questi ecocidi ci fosse lo ‘spirito del capitalismo’, in considerazione delle dimensioni smisurate del fenomeno, dovremmo essere il paese più capitalista dell’Occidente e invece siamo quello in cui quello spirito ha messo meno radici, al punto da far dire a Piero Ostellino che il nostro sistema politico ed economico è quasi una variante del socialismo reale).

E’ questa, si dirà, la soluzione dei nostri problemi? E se non lo è, qual è il toccasana? Se ne avessi uno sicuro in tasca, non farei certo il professore e, a tempo perso, il columnist ma il consigliere del Principe. Quello che mi sembra inconfutabile, però, è che il bilancio dello Stato non si risanerà mai aumentando tasse che già sono le più alte d’Europa e alle quali non corrispondono, come invece succede nei paesi scandinavi giustamente ammirati da Michele Marsonet, servizi sociali e prestazioni adeguate. Più aumentano i carichi fiscali sui cittadini, più questi si asterranno dai consumi: i piani bassi della piramide sociale vedranno decurtati i loro redditi e quanto se ne ricavava verrà recuperato addossando ai piani immediatamente superiori assieme a quanto già pagano anche le perdite dovute alla devitalizzazione fiscale di quelli inferiori. Alla fine, a pagare, saranno solo i redditi più alti che, nel frattempo, avranno visto aumentare i loro patrimoni sulle rovine del paese. Si arriverà a situazioni in cui, come sembra accada negli Stati Uniti, il 3% della popolazione pagherà il 71% di imposte, senza però avere, come negli Stati Uniti, la grande mobilità sociale che non garantisce a nessuno l’appartenenza duratura a quel 3%.

In un contesto di progressivo impoverimento generale, si finirà per vendere la terza, poi la seconda, poi la prima casa (per andare ad abitare in un appartamento più modesto ‘che ci si possa permettere’..); e, come la casa, lo stesso destino toccherà a non pochi altri beni, i quali tutti, con l’aumento dei nuovi indigenti, costretti a venderli, subiranno un disastroso calo di prezzi, di cui approfitteranno quanti hanno denaro da spendere.

Sembra di essere tornati all’Ottocento siciliano quando i poveri contadini indebitati cedevano le loro piccole proprietà al ricco vicino Mazzarò che le comprava a quattro soldi. Ormai, soprattutto nelle periferie urbane, mettere in vendita la propria abitazione significa rassegnarsi a svenderla e, con essa, a svendere i sogni e le realizzazioni di una vita. Insomma è il classico cane che si morde la coda: più aumentano le tasse, più la gente s’impoverisce, minori entrate affluiranno nelle casse del fisco. Quando, in un solo anno, più di tredicimila aziende escono dal mercato, come potranno venir compensate le perdite impositive che ne derivano? Lo Stato si rifarà sulle aziende straniere che, prima o poi, le sostituiranno e che immetteranno sui nostri mercati prodotti più convenienti, potendo disporre o di manodopera sottopagata (è il caso della Cina) o di tecnologie più avanzate (è il caso della Germania)? E se poi quelle aziende troveranno più conveniente portare altrove le tende, che ne sarà di noi? Fiat justitia, pereat mundus è un principio valido per la testimonianza morale del singolo individuo ma, per chi regge le redini del governo, vale l’etica della responsabilità: non si può, in nome del rigore fiscale, azzerare interi settori economici. Oltretutto, anche per un minimo, residuo, senso patriottico: la nostra comunità politica, anche sotto il profilo economico, non può venire colonizzata dalle altre che, oggi, non si mettono a lutto vedendoci annaspare.

Ho l’impressione che solo la demonizzata libertà economica possa alleviare le nostre difficoltà sociali ed economiche. Si dia facoltà di produrre e di vendere a chi è disposto a correre il rischio e che ora è inibito dalla rete fitta di lacci burocratici, sindacali, welfaristi che glielo impediscono; si tassino i lavoratori autonomi in base al loro reddito effettivo, senza costringere la mia amica S.S. (ottima rilegatrice di libri) a chiudere la sua botteguccia artigianale, per l’impossibilità di far fronte alle richieste del fisco; s’incoraggi il fai-da-te ovunque sia possibile; si paghino giornalisti, attori, cantanti, calciatori, conferenzieri con i soldi che si hanno in cassaforte non con quelli che, comunque, verranno giacché, quali che siano le vendite di periodici, di biglietti, di abbonamenti, certi settori «d’interesse pubblico» non possono fallire. Soprattutto, si cominci finalmente a prendere sul serio il principio «nessun pasto è gratis»: il biglietto ferroviario, la tassa universitaria, l’abbonamento allo stadio o all’opera non debbono essere dati a ‘prezzi politici’. I servizi pubblici vanno pagati adeguatamente e, quando vengono affidati agli enti locali o allo Stato, se non si può pretendere che procurino profitti non si può neppure consentire che siano in perdita e che le perdite siano poi scaricate su coloro che non ne beneficiano - non si vede perché le imposte di un lavoratore, che non ha figli da mantenere all’Università, debbano essere destinate, sia pure in misura minima, a fornire sottocosto l’istruzione superiore al figlio del ricco.

Se si adottassero altri modelli di governance (per adoperare un termine alla moda), molti vedrebbero sicuramente i loro redditi ridimensionati ma non perderebbero, per questo, il loro lavoro : se ne avvantaggerebbe, in compenso, il paese, nel suo complesso, giacché i fornitori di servizi di ogni tipo graverebbero molto meno sul bilancio statale. Pensate all’ente televisivo semipubblico che dica a dipendenti, tecnici e star: «sulla base del nostro bilancio annuo, non possiamo che darvi questi compensi»; pensate alle testate giornalistiche che dicano a filosofi, sociologi, politologi, psicologici che danno lustro al giornale:«le vostre firme sono per noi preziose e, oltretutto, ci sono lettori che comprano il quotidiano soprattutto per leggervi ma, in base a quello che entra nelle nostre casse, ci vediamo costretti a dimezzare i vostri attuali compensi»; pensate agli uffici regionali che dicano alle centinaia di esperti e consulenti esterni :«non c’è più trippa per i gatti e, per l’avvenire, gli studi di settore verranno affidati ai funzionari dell’ente locale, oltretutto assunti proprio per queste mansioni».

In questi e altri casi ci troveremmo dinanzi a eserciti di professionisti (spesso nella manica dei partiti o delle chiese), penalizzati e variamente contrariati che, con ogni probabilità, non più invitati, ai vari festival delle lettere e delle scienze, imprecheranno contro gli «intollerabili tagli alla cultura» - ma, ancora una volta, ne deriverà un concreto risparmio per la collettività! Ogni prodotto, sia intellettuale che commerciale, è un rischio: se mi viene in mente di girare un film, convinto dalla sceneggiatura e dal probabile cast, debbo trovare un produttore disposto ad accollarsi le spese. Se il film riscuote il consenso degli spettatori (paganti), il produttore ne trarrà un profitto, in caso contrario, subirà una perdita. Ma la subirà lui e soltanto lui così come solo suo sarebbe stato il profitto, in caso di successo. Non è morale tutto questo? O è più morale vivere in un paese che protegge le lettere e le arti e, pertanto, produce, grazie alla TV, ogni genere di spettacolo, tanto se poi va male i bilanci vengono ripianati dal Parlamento? Per il cineasta ‘impegnato’, per il quale il denaro (degli altri) olet non ci sono dubbi ma non ce ne sono nemmeno, per l’uomo della strada, che conservi ancora un po’ di buon senso e, soprattutto, di ‘senso civico’.

Queste semplici considerazioni rappresentano la riconferma della profonda moralità insita nell’idea stessa di «mercato», inscindibile dalla concorrenza, dalla lealtà, dal rispetto degli impegni. Che un tratto di metropolitana in Italia, a parità di condizioni geologiche, costi tre volte tanto che nella Germania capitalistica, ai nostri intellettuali organici e disorganici interessa molto meno del licenziamento di qualche operaio FIAT non troppo zelante (per non dir altro). Si è sensibili, infatti, solo ai rapporti sociali che mettono a confronto datori di lavoro (i padroni d’antan) - la parte forte -, e i prestatori d’opera (la classe operaia che va in Paradiso del film di Elio Petri del 1971), - la parte debole -, ma il fatto che quei rapporti non si svolgano nel vuoto bensì in un contesto economico determinato e che i conflitti possano venir appianati solo scaricando sulla sfera pubblica (cioè su tutti noi) i costi degli accordi conclusi tra i contendenti, fuoriesce dalla dimensione dell’etica civile per diventare una mera tecnica amministrativa di cui si occuperanno governi e parti sociali, seduti attorno al famoso ‘tavolo delle trattative’. Se ogni volta che si legge sui giornali o si ascolta alla TV, la notizia rassicurante che «nella vertenza X tra…si è finalmente raggiunto un accordo» sarebbe altamente auspicabile che si chiarisse «a spese di chi».

I democristiani (postdegasperiani) erano maestri in queste opere di mediazione e di occultamento, confortate, tra l’altro, da una filosofia che vedeva nelle casse dello Stato una mensa del convento su scala nazionale, ma le sinistre non erano da meno, con la loro diffidenza nei confronti del capitalismo e della sua logica ‘disumana’ che faceva del salario (pensate un po!) una variabile dipendente del profitto. Non è casuale, del resto, al di là di ogni facile polemica politica contingente, che ex fanfaniani ed ex togliattiani si siano poi ritrovati in una stessa formazione politica - il PD - senza che tale ricongiungimento ponesse qualche interrogativo, inducesse a ripensare la storia della Repubblica con le sue diverse ‘culture’, a chiedersi come mai un Oscar Luigi Scalfaro, che, ricordando il passato, si meravigliava per la cordialità con cui Alcide De Gasperi trattava Pietro Nenni, fosse diventato un’icona della sinistra accolto nella famiglia del primogenito del vecchio PCI.

Ma tutto questo ha una sua logica: è come se finita l’URSS e diventato non il Tevere ma «l’Atlantico più largo», fossero state dissepolte certe profonde, inconfessate, affinità elettive, le stesse che hanno trovato una fedelissima rappresentazione marmorea nel monumento ad Aldo Moro con l’’Unità’ in tasca. Certo i due eredi testamentari –postdemocristiano e postcomunista - erano diversi dai rispettivi genitori ma le fonti ideali, nel mutare dei tempi, rimaste in parte inalterate, avevano un nocciolo duro comune: l’antindividualismo, una visione dell’economia come ancella subordinata all’etica (per i democristiani e per la ‘dottrina sociale della Chiesa’) o alla politica (per i comunisti) e, quindi, da tenere a freno. All’occorrenza, si potevano avere rapporti stretti e collaborativi con imprenditori e con banchieri ma sul piano del bargaining più spregiudicato: provvedimenti legislativi in cambio di generosi sostegni economici - se non di una vera e propria simbiosi destinata ad amalgamare politici e operatori economici in un solo ‘blocco sociale’ che oggi trova in certi quotidiani la sua ‘epifania’ - al partito o al governo. Un do ut des che, ad es. poteva riguardare la citata metropolitana: io, politico, decido che si deve costruire e te ne affido i lavori (attraverso appalti, diciamo così, non proprio ineccepibili), tu, imprenditore/banchiere etc., puoi metterci tutto il tempo che vuoi, basta che ti disobblighi per il favore che ti è stato fatto.

 Si può anche capire che la metropolitana venga a costare un’enormità, si capisce - o, meglio, si tollera assai meno, se si ha ancora un po’ di sangue nelle vene - che i ‘compari’, che hanno concluso l’affare, dai loro pulpiti mass - mediali, mettano in guardia dal ‘mercatismo’. E’ proprio dal ‘mercatismo’ e dalla sua logica esigente, invece, che dovrebbe ripartire l’opera di risanamento del nostro sistema economico. Una metropolitana costata un terzo avrebbe fatto risparmiare alla P.A. due terzi della cifra effettivamente versata: il ‘taglio’, però, in questo caso, lo avrebbe operato il mercato non la filosofia dell’«interesse pubblico» che, stando a certi liberali «più aperti», in alcuni casi, dovrebbe prevalere sull’avidità –l’auri sacra fames - di quanti pensano soltanto al loro tornaconto.

Me ne rendo conto, un governo di tecnici - non legittimato dal voto popolare se non indirettamente - non può fare i miracoli, non può dare un colpo di piccone a quelle incrostazioni sezionalistiche e trasversali alle classi e agli stessi partiti sui quali si è retta finora la «Repubblica dei compari»,triste e grottesca replica italiana della République des camarades, per citare il pamphlet di Robert de Jouvenel del 1914. Però potrebbe porre le premesse - attraverso pochi provvedimenti incisivi ma, soprattutto, attraverso un nuovo «stile di governo» - per far diventare ‘senso comune’ il principio che «i servizi,che si ricevono, si pagano» e che dal cielo non cade più nessuna manna.

Forse non è vero che, per i cittadini, quel che conta sono soltanto i soldi che comunque debbono uscir di casa. Uno stato che non costringa la mia amica rilegatrice a chiudere bottega ma imponga a tutti i cittadini un prezzo ‘serio’ del bus o del treno (salvo le tariffe speciali che un elementare principio di equità riserva ai pendolari che arrivano alla fine del mese col fiato grosso) riceverà senz’altro minori entrate fiscali ma maggiori rimborsi come fornitore di beni e di servizi e, sicuramente, sarà più stimato e apprezzato (anche dagli investitori stranieri). Uno stato che dica a un commerciante:«è impossibile che il tuo negozio, situato in questa strada, con questi prodotti in vetrina non dia un profitto almeno pari a X» è uno stato che ricorda certi film hollywoodiani di ambientazione ‘mille e una notte’ dove si vedono le guardie del visir a cavallo che irrompono nel suk e fanno razzia di quanto possono per riempire le casse del califfo. Un intollerabile elemento di arbitrio è ben diverso dalla «dura lex» di uno stato che spieghi ai suoi cittadini:«soldi ce ne sono pochi e, pertanto, se volete fare un viaggio in Sicilia, il biglietto dovete pagarvelo per intero». E’ un linguaggio al quale non siamo abituati ma al quale dovremmo, invece, abituarci, in periodo di crisi. L’era della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti è tramontata, gli anni del compianto (non si sa perché) Avvocato sono lontani! E’ l’ombra cordiale di Adam Smith a consigliarci di cambiare rotta, non quella severa di Immanuel Kant - che comunque, da buon liberale, avrebbe dato ragione all’autore de La ricchezza delle nazioni (1776).  

 

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