Sopporteremmo anche Montezemolo ministro se fosse un bene per l’Italia

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Sopporteremmo anche Montezemolo ministro se fosse un bene per l’Italia

08 Febbraio 2010

Esaminando il caso Fiat esploso con clamore in questi giorni, oltre a una valutazione assai positiva su una impresa che si sta attrezzando a diventare una vera multinazionale, vanno spese alcune considerazioni critiche sulle arroganze poco meditate da parte del management della stessa impresa che dallo Stato italiano ha ottenuto tantissimo e quindi dovrebbe almeno evitare atti unilaterali. Ma per capire perché Sergio Marchionne assuma decisioni singolarmente rozze in una situazione di per sé delicata, vanno considerati i pasticci combinati per un lungo periodo dalla presidenza montezemoliana: si va dall’avere sostenuto il governo Prodi ricavandone il taglio del cuneo fiscale, beneficio acquisito a prezzi inaccettabili (innanzi tutto sul fronte della modernizzazione delle relazioni sindacali) e utile solo (e male) per una stagione. Poi, finita la fase dei rapporti privilegiati con il centrosinistra, Luca Cordero di Montezemolo e il suo circolo hanno proseguito in politiche di microcondizionamenti tese a perpetuare poteri innanzi tutto personali: così il gioco di sponda con Guglielmo Epifani (in qualche modo convinto, e così mandato allo sbaraglio, da Montezemolo che Viale dell’Astronomia non avrebbe mai firmato un accordo separato sulla contrattazione nazionale) per logorare la leadership di Emma Marcegaglia in Confindustria, così l’appoggio a Claudio Scajola per equilibrare il ruolo di Giulio Tremonti, nello stesso senso l’azione concordata con Corrado Passera (peraltro di ben altro spessore per livello manageriale e capacità di manovra del presidente della Fiat). Mentre Marchionne delineava un profilo globale per un’industria dell’automobile, pur con ancora importanti radici a Torino, chi rappresentava i vertici istituzionali della società e avrebbe dovuto costruire un terreno politico-sindacale favorevole alle prospettive aperte al gruppo, si è dedicato a giochetti di cui oggi si raccolgono i frutti. E’ dall’azione “politica” del gruppo Fiat che è derivata la rinuncia a una seria trattativa con i sindacati, è la copertura delle inettitudini di Fiom e Cgil che ha impedito di andare a quelle verifiche (vedi per esempio Pomigliano d’Arco) indispensabili invece per salvare la Chrysler a Detroit. E’ l’anomalo e “manovrato” rapporto con il governo che ha impedito di stringere su provvedimenti strategici collegati alla trasformazione dell’industria torinese. Sono le mille camarille suscitate all’interno della Confindustria che hanno isolato le sorti dei “torinesi” nella coscienza degli imprenditori italiani.

Certo Marchionne ci mette del suo. E da un certo punto di vista appare sempre più evidente che il manager della società automobilistica si consideri più elemento del “sistema americano” che di quello italiano. Certe sue affermazioni sulla mancanza di politica industriale da parte del governo italiano sono beffarde dette da un manager che in tutte le vicende di questo ultimo periodo (dalla trattativa con la Chrysler a quella per la Opel) è parso assai più impegnato a discutere con la Casa Bianca che con Palazzo Chigi. In particolare non si comprendono bene le sue richieste di maggiore chiarezza sulle strategie per l’industria da parte del governo italiano. Roma ha delineato una politica industriale che non manca di una sua coerenza: un sistema di ammortizzatori sociali che ha consentito di reggere l’ondata d’urto del 2008-2009 senza intaccare troppo la struttura produttiva, un quadro di sostegno a una contrattazione che stimolasse la produttività, un corpo a corpo con il sistema bancario perché restasse concentrato sull’industria e non si perdesse nella speculazione (con annesse rapine ai clienti) finanziaria, una particolare attenzione alle infrastrutture, una riforma della scuola e dell’università mirate a ridare centralità alla produzione. Una politica fiscale che non si è mai scaricata sui settori produttivi. Talvolta sono mancate risorse adeguate per sostenere le scelte fatte, talvolta non c’è stata sufficiente determinazione nel portarle a termine. Ma questi “limiti” del governo non sono stati mai veramente affrontati da quell’arco di forze che si possono dire di stile (non parlerei di ispirazione) montezemoliano, tutto centrato su giochi laterali e dissimulati.

Comunque, va sottolineato, come anche le tensioni tra Fiat e governo non abbiano finora logorato la leadership berlusconiana che al momento appare salda. E di fatto l’insieme del mondo economico (pur non privo – come avviene normalmente in una democrazia pluralista – di esponenti che guardano all’opposizione di sinistra) rinuncia a puntare le sue carte su prossimi ribaltoni. E in questo quadro, nonostante le frizioni in corso e mettendo per ora da parte i sogni da terza forza, anche il montezemolismo si appresta a cercare uno spazio nell’Italia che almeno fino al 2013 sarà governata da Silvio Berlusconi. Per l’attuale presidente della Fiat si parla anche di un ruolo ministeriale, più volte offertogli e che questa volta verrebbe accettato. Tutto ciò che pacifica l’Italia è un bene. Persino le mosse ispirate a un vago senso di responsabilità (sia pure più “imposto” dalla situazione che maturato spontaneamente) di Antonio Di Pietro. Certamente, però, tutte le operazioni di rasserenamento vanno compiute senza destabilizzare chi ha consentito all’esecutivo di esprimere la sua funzione di indirizzo del Paese. Né per quel che riguarda i ruoli ministeriali. Né per quel che riguarda le forze sociali. Il gruppo Espresso-Repubblica che ha fatto della destabilizzazione dell’Italia il suo principale punto di forza guarda ai nuovi scenari con una punta di panico. In un articolo di Massimo Giannini, si è appellato anche a Montezemolo e persino a Giulio Tremonti per impedire la formazione di un establishment unito grazie a Cesare Geronzi sotto il comando di Silvio Berlusconi. Si tratta delle fantasie di chi teme non tanto un nuovo soffocante regime quanto la perdita di un improprio potere di interdizione. Carlo De Benedetti particolarmente spaventato da questa prospettiva si è messo a cercare di organizzare un fronte neo proporzionalista, anche se le sue carte sono un po’ scarse tipo Francesco Rutelli.

Insomma siamo in presenza di manovre di retroguardia ma non va sottovalutata la capacità del centrodestra di incartarsi da solo, di non concludere tutte le operazioni riformiste che sono necessarie per preparare una nuova Italia aperta e senza impropri condizionamenti che non siano il mercato, il voto, la legge depurata dal suo uso politico, il confronto di idee e progetti. E in una futura fase di stallo del centrodestra, i vari montezemolismi ora orientati alla collaborazione diverrebbero immediatamente il primo fattore di disgregazione. Non va scordato come le difficoltà del governo Berlusconi in carica dal 2001 al 2006 iniziarono quando venne sconfitta dal montezemolismo la linea della Confindustria di Antonio D’Amato.

Dunque è bene accogliere tutte le occasioni di pacificazione. A occhi aperti, però.