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Sostenere le imprese per promuovere la crescita

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Le parole di Giorgio Napolitano dovrebbero far fischiare le orecchie a più di qualcuno. “Le piccole e medie imprese sono il cuore dello sviluppo”, insomma la spina dorsale dell’economia italiana. Con buona pace di chi ancora nella sinistra conservatrice e nei sindacati ragiona nella logica della lotta di classe capitalista-operaio e tuttora demonizza la cultura d’impresa, che nel Bel Paese pare comunque non avere diritto di cittadinanza.

Incontrando le categorie economiche al termine della sua visita “pastorale” in terra veneta, in realtà, il presidente della Repubblica ha ribadito quello che dovrebbe essere chiaro ai più, ma che evidentemente in certa parte della classe politica italica fatica a trovare consensi e crea fastidiosi pruriti. Già, perché se oltre il 90% del tessuto industriale nostrano è costituito da imprese con meno di dieci dipendenti, è del tutto evidente che siano questi i luoghi in cui si sperimentano competizione e mercato. Questi i luoghi in cui, lottando quotidianamente per sopravvivere alla concorrenza globale, si valorizza il tanto decantato made in Italy. Questi i luoghi in cui a fine anno si produce quello zero virgola di Pil che fa oscillare le valutazioni degli analisti e il bilancino di deficit e debito pubblico.

E allora? Allora, le imprese vanno aiutate e tutelate. Non tanto nella logica vetero-protezionista della scatola di vetro isolante rispetto alle sollecitazioni dell’esterno, quanto piuttosto in quella volta alla creazione di un humus dal quale generino eccellenze e competitività. Dalle parole ai fatti, insomma. Come? Attraverso il sostegno ai distretti, e – udite udite – l’attuazione del federalismo fiscale, dice Napoletano, che giace sepolto dai tempi della riforma del Titolo V della Costituzione. E che permetterebbe una più efficace gestione del rapporto tra il territorio e le imprese migliorando anche la percezione dell’attività politica che queste continuano a sentire come estranea e lontana dalle proprie esigenze. Soprattutto in regioni quali la Lombardia o il Veneto, convinte di non ricevere le attenzioni che meriterebbero in rapporto a quanto producono. Bene. E l’abbattimento degli sprechi amministrativi e dei costi della burocrazia, che il governo di centro-sinistra ha finora messo da parte per colpire invece la classe media? Aggiungiamo noi.

Una domanda, infine, sorge spontanea: dove sono finiti i soloni che si accapigliavano per strumentalizzare la battaglia per l’abolizione dell’Irap, introdotta ai tempi della rincorsa all’euro – ma che in Europa non ha eguali – e in generale per l’abbassamento dei prelievi fiscali, che per le imprese toccano picchi record oltre i 45 punti percentuali? Da Palazzo Chigi a Via XX Settembre un silenzio assordante. Meglio compiacere nella trattativa per il rinnovo del contratto degli statali, i super-protetti che in questi anni hanno già ricevuto aumenti fuori mercato, cioè ben oltre il tasso di inflazione. Perchè è chiaro che lo zuccherino del taglio del 5% del cuneo fiscale alle imprese non può bastare: intanto gli sgravi del bonus, pari a 2,5 miliardi di euro nel 2007 e a 4,5 miliardi nel 2008, sarebbero già stati bruciati grazie all’introduzione di nuovi balzelli, e poi si trattava non certo di un regalo ma di un sostegno alla competitività, come sottolineato dal presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo.

Anche Napolitano ha preferito (volutamente?) sorvolare, limitandosi ai segnali di “amicizia”, che rimangono, come da lui stesso specificato, “messaggi in bottiglia” per il governo. Sperando che la bottiglia sulla rotta Treviso-Roma non si incagli nelle secche del Po. 

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