Sosteniamo subito l’economia reale ma senza toccare il debito pubblico
19 Novembre 2008
La manovra di sostegno dell’economia annunciata in queste ore nelle sue grandi linee va nella giusta direzione. Comprende un mix di provvedimenti dal lato della spesa per investimenti e dal lato della riduzione delle imposte per famiglie e imprese. Se anche si trattasse di sbloccare fondi già impegnati e previsti la cosa non può che rallegrarci: avere messo a disposizione dei fondi e spenderli adesso, nel momento in cui l’economia rallenta, coglie due piccioni con una fava: sblocca finalmente le iniziative previste e lo fa nel migliore momento possibile, quando l’economia frena e la domanda necessità di sostegno.
Ciò che invece deve essere respinto con vigore è l’atteggiamento di chi sostiene che tali interventi non debbano trovare adeguata copertura, facendo cioè aumentare il disavanzo e rinviando gli obiettivi di equilibrio dei conti pubblici concordati con la Commissione europea. Per fortuna il Ministro Tremonti non si è fatto lusingare dalle sirene degli spendaccioni ed ha sempre correttamente ed energicamente ribadito l’esigenza di mantenere i piani per ridurre il disavanzo e conseguire il pareggio nel 2011.
Il povero Walter Veltroni, invece, che di questi tempi non ne indovina una, si dice favorevole a rinviare l’obiettivo del pareggio di bilancio, "come ha fatto la Germania". La situazione di finanza pubblica tedesca è significativamente diversa da quella italiana, per il diverso stock di debito in rapporto al PIL dei due paesi, ma soprattutto per la diversa la "reputazione" che i due paesi hanno in materia di politiche di rigore finanziario. Orbene nella attuale fase di fortissima instabilità dei mercati finanziari, in un momento in cui gli investitori internazionali sono attentissimi alla valutazione del rischio di credito, annunciare "ufficialmente" che vengono meno i nostri obiettivi di pareggio del bilancio vuole dire darsi la zappa sui piedi, indurre un aumento del differenziale di interesse con i titoli di stato tedeschi e quindi un innalzamento della struttura dei tassi di interesse italiani, che, oltre a comportare maggiore spesa pubblica per interessi, determina la crescita del tasso a cui le banche prestano alle famiglie e alle imprese, vanificando quindi i potenziali effetti di stimolo della manovra.
Se il problema è quindi di una manovra compatibile con l’obiettivo del pareggio di bilancio occorre individuare tagli “permanenti” nella spesa pubblica che possano essere utilizzati per finanziare riduzioni “permanenti” della pressione fiscale o aumenti “permanenti” delle spese per investimenti. Tra le voci dove guardare per realizzare tagli di spesa permanenti sarebbe opportuno inserire la spesa pensionistica. Un’occasione per rimettere mano al dossier pensionistico l’ha fornita la Corte di giustizia europea che la settimana scorsa ha condannato l’Italia per la discriminazione di trattamento tra uomini e donne in merito alla età di pensionamento, che come è noto è più bassa per le donne. Volendo quindi ipotizzare una graduale armonizzazione dell’età pensionabile di uomini (65 anni) e donne (60 anni) – verso l’alto ovviamente – si potrebbero ricavare significativi risparmi di spesa pensionistica da destinare a riduzioni di imposte.
