Spagna, i popolari giocano la carta immigrazione
08 Febbraio 2008
Un contratto di integrazione agli stranieri che arrivano in Spagna. È in corso la campagna elettorale, il leader del Partito Popolare Mariano Rajoy sta cercando di recuperare rispetto al socialista Zapatero, e dopo aver promesso tutti e due sgravi fiscali ed aver attenuato la polemica sull’aborto adesso il candidato moderato prova con la carta dell’immigrazione. Il contratto, ha spiegato Rajoy nelle “giornate sull’immigrazione” organizzate dal Pp a Barcellona, offrirà a tutti gli immigrati che vogliano ottenere “un permesso superiore a un anno di residenza in Spagna” la possibilità di ottenere “gli stessi diritti degli spagnoli”. “Un Compromesso con valore giuridico che rifletterà il compromesso mutuo tra la nostra società e l’emigrante”. In cambio gli stranieri dovranno impegnarsi a “obbedire alle leggi, apprendere la lingua e rispettare i costumi degli spagnoli”, oltre che di “tornare nel loro Paese se non riusciranno a trovare un lavoro durante un certo periodo di tempo”. Rajoy promette anche “un’agenzia statale di immigrazione di impiego che lavorerà per adempiere alle domande reali delle imprese spagnole, e che avrà a suo carico la supervisione della selezione, formazione e contrattazione di lavoratori spagnoli con piene garanzie”.
È un modello che, con qualche variante, si ricollega a una tendenza negli ultimi anni affermatasi in vari Paesi europei, anche se alcune leggi si riferiscono agli immigrati in genere e altre solo all’acquisizione della cittadinanza. Il riferimento implicito è quella legge Usa che permette di chiedere la naturalizzazione a chi è legalmente residente da 5 anni meno 90 giorni, tre anni meno 90 giorni se sposato con un cittadino statunitense. Bisogna però poi passare un test con 10 domande scelte da una lista di 96, rispondendo correttamente almeno a 10. Non domande troppo complicate, in realtà: chi è stato il primo presidente, chi ha detto la frase “Datemi la Libertà o la Morte”, quanti sono i membri della Camera dei Rappresentanti, chi elegge il Presidente… Una prova che permette però di verificare la conoscenza non solo dell’inglese, ma anche della storia, istituzioni e costumi del Paese. Almeno al livello che i cittadini di nascita acquisiscono con la scuola dell’obbligo, e che serve a dare il senso di appartenenza alla comunità nazionale.
Sullo stesso esempio, che è anche quello di Canada e Australia, nel 2005 anche il Regno Unito ha introdotto un “Life in the United Kingdom test” che riguarda non solo gli aspiranti cittadini, ma anche chi vuole ottenere un permesso di soggiorno permanente. In 45 minuti bisogna rispondere a un test di 24 domande, che possono andare dal sistema costituzionale alla vita di tutti i giorni. Ma c’è anche una prova di lingua, che può essere sostenuta in inglese, in gallese o in gaelico. La Danimarca il doppio esame per la cittadinanza, uno di danese e uno sulla storia, la cultura e le istituzioni del Paese, lo ha introdotto nel 2002. In Austria è stato introdotto invece solo un esame di tedesco, ma non per la cittadinanza, bensì per la residenza. Esentati i cittadini di altri Stati dell’Unione Europea, chi dimostra un profilo professionale manageriale o dirigenziale, chi risiedeva in Austria prima del primo gennaio 1998. Lo stesso esame non comporta in caso di bocciatura un’espulsione, ma un semplice venir meno dei generosi benefici concessi dallo Stato sociale austriaco, e in particolare il sussidio di disoccupazione. Chi non si sente in grado di affrontare l’esame subito ha diritto a un vero e proprio corso, metà finanziato dallo Stato e metà a carico dall’interessato. E solo chi rifiuta sia l’esame che i corsi si vede privare del permesso di residenza.
