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Spiragli di dialogo tra cattolici e musulmani

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Un Forum permanente per il dialogo islamo-cattolico: è la proposta lanciata al termine della due giorni di incontri preparatori, il 4 e il 5 marzo, tra cinque rappresentanti del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso e una delegazione islamica composta da cinque studiosi di altrettante nazioni. I delegati islamici costituiscono una rappresentanza delle personalità musulmane che nell'ottobre 2007 hanno indirizzato al Papa e ai leader di altre confessioni cristiane una lettera per dare vita a un terreno d'intesa tra le due religioni monoteistiche.

Al fine di approfondire la conoscenza reciproca e approntare alcune piste per un dialogo fruttuoso i partecipanti hanno deciso di organizzare il primo Seminario del Forum a Roma, dal 4 al 6 novembre 2008, che prevede la partecipazione di 24 leader religiosi ed esperti per ciascuna delle parti. Il tema del Seminario sarà “Amore per Dio, Amore per il Prossimo”, e avrà come sottotemi “Basi teologiche e spirituali” (prima giornata) e “Dignità umana e rispetto reciproco” (seconda giornata). L'ultimo giorno, invece, si terrà una sessione pubblica che culminerà nell'udienza con papa Benedetto XVI.  Il Forum, una sorta di “unità di crisi” per mantenere sempre aperti i canali di comunicazione tra le due parti, si riunirà con cadenza biennale dividendosi alternativamente tra Roma e un Paese musulmano a scelta.

I cinque rappresentanti islamici giunti a Roma fanno parte del gruppo di esperti coordinato dal principe di Giordania Ghazi bin Muhammad bin Talal, presidente dell'al-Bayt Institute for Islamic Thought, primo promotore della “Lettera dei 138” (ora divenuti 221) protagonista dello scambio di lettere avvenuto a novembre e dicembre dello scorso anno con Benedetto XVI, tramite il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone.

Tra questi rappresentanti spicca in ambito italiano Yahya Sergio Yahe Pallavicini, l'imam della moschea al-Wahid di Milano, presidente del Consiglio ISESCO per l'educazione e la cultura in Occidente e vicepresidente della Comunità Religiosa Islamica d'Italia (COREIS). Espressione della comunità sufi, voce autorevole di quell'islam colto, dai più definito “moderato”, è sicuramente l'interlocutore privilegiato per autorità vaticane e non solo (dal 2006 è consigliere del Ministero dell'Interno italiano per la Consulta dell'Islam).

La lettera aperta “Una parola comune tra noi e voi” (citazione di un famoso verso del Corano rivolto alla “gente del libro”, ovvero a ebrei e cristiani) segue a un anno di distanza una lettera che, per la prima volta nella storia, 38 personalità musulmane indirizzarono a Benedetto XVI, dopo la memorabile lezione di Ratisbona, con l'intento di arrivare a una “mutua comprensione”.

La “Lettera dei 138” mette in rilievo il luogo centrale dell'amore di Dio e del prossimo nel Corano come nella Bibbia ebraica e cristiana, con la chiara intenzione di promuovere il comune impegno per la pace in tutto il mondo sulla base di una più profonda comprensione reciproca.

La risposta del Papa, contenuta in una lettera diffusa a novembre, ricorda che non bisogna sottovalutare le differenze, pur mettendo in rilievo soprattutto ciò che unisce, e incoraggia al rispetto e alla conoscenza mutua, al riconoscimento effettivo della dignità di ogni persona umana, oltre a manifestare sincera fiducia in un cammino di crescente accoglienza, in vista della promozione della giustizia e della pace.

Tuttavia, i punti salienti della linea da adottare Benedetto XVI li aveva già dettati in un passaggio del suo discorso prenatalizio alla Curia romana del 22 dicembre 2006, quando affermava che “in un dialogo da intensificare con l'Islam dovremo tener presente il fatto che il mondo musulmano si trova oggi con grande urgenza davanti a un compito molto simile a quello che ai cristiani fu imposto a partire dai tempi dell'Illuminismo e che il Concilio Vaticano II, come frutto di una lunga ricerca faticosa, ha portato a soluzioni concrete per la Chiesa cattolica”. A questo proposito il papa sottolineava la necessità di “accogliere le vere conquiste dell'Illuminismo, i diritti dell'uomo e specialmente la libertà della fede e del suo esercizio, riconoscendo in essi elementi essenziali anche per l'autenticità della religione”.

Uno stile quello di Benedetto XVI, che ha improntato il suo ministero sin dall'insediamento sulla cattedra petrina, volto a rintracciare un terreno comune su cui fondare un dialogo con l'Islam imperniato su un effettivo rispetto della dignità di ogni persona umana, sulla conoscenza obiettiva della religione dell'altro, sulla condivisione dell'esperienza religiosa. La certezza del papa teologo è che una volta raggiunto questo obiettivo, sarà possibile cooperare in modo produttivo in seno alla cultura e alla società e per la promozione della giustizia e della pace nella società e in tutto il mondo.

Sulla stessa lunghezza d'onda è infatti la lettera del cardinale Bertone, del 19 novembre 2007, dove i temi di discussione proposti sono principalmente tre: “un effettivo rispetto della dignità di ogni persona umana”; “la conoscenza obiettiva della religione dell'altro”; “l'impegno comune alla promozione del rispetto e dell'accettazione reciproci tra i giovani”. Viceversa, la lettera di risposta del principe di Giordania, del 12 dicembre, insiste perché il dialogo cattolico-musulmano sia primariamente “teologico” e “spirituale” e abbia come oggetto l'unicità di Dio e il duplice comandamento dell'amore di Dio e del prossimo.

Quindi, se da una parte si registra un'apertura considerevole nei rapporti intessuti tra Islam e Cattolicesimo, quello che si ricava dallo scambio di lettere tra il cardinale Bertone e il principe di Giordania è la distanza tra le due parti e un mancato accordo sui temi da mettere al centro del confronto.

Infatti, sull’effettivo rispetto della dignità di ogni persona umana, espressa dai diritti umani, e che presuppone la tutela della libertà di coscienza, l'uguaglianza tra uomo e donna, tra credente e non credente, e la distinzione tra il potere religioso e quello politico, non c’è un accenno chiaro nella Lettera dei 138.

A questo proposito, una assoluta autorità in fatto di rapporti tra Islam e Cristianesimo, padre Samir Khalil Samir, direttore del Centro di Documentazione e Ricerche Arabe Cristiane (CEDRAC) di Beirut, in un articolo pubblicato dall'agenzia “AsiaNews”, il 9 gennaio scorso, ha espresso perplessità sulla reale volontà delle personalità musulmane in contatto con il papa, di affrontare questioni fondamentali e concrete, come i diritti dell’uomo, la reciprocità, la violenza “per arroccarsi su un improbabile dialogo teologico 'sull’anima e Dio'”.

A lui aveva fatto eco l'analisi critica di un altro padre gesuita, Christian W. Troll.  In un articolo apparso alla fine dello scorso anno sulla rivista “La Civiltà Cattolica”, le cui bozze ricevono l'autorizzazione della Segreteria di Stato prima di essere date alle stampe, il sacerdote aveva notato l'assenza di moltissimi rappresentanti di alcune correnti islamiche, tra cui nomi eminenti come Tariq Ramadan e Yusuf al-Qaradawi – che si collocano nell'area dei Fratelli Musulmani –, oppure lo sceicco dell'Università egiziana di Al-Azhar, Muhammad Sayed Tantawi, la più alta autorità teologica dell'Islam sunnita.

Allo stesso tempo padre Troll aveva sottolineato che per gli autori della lettera, “Maometto, la sua vita e la spiegazione che egli ha dato dei precetti di Dio contenuti nel Corano (ahkam) costituiscono ancora il criterio assoluto per interpretare correttamente il comandamento fondamentale dell'amore di Dio e del prossimo”.

Infine, aveva affermato, giustamente, di non capire come l'atteggiamento aperto riflesso nella sura medinese, che dà il titolo alla lettera aperta dei 138 leader musulmani, “si possa conciliare con quello intollerante di altre sure posteriori” e con il diverso modo di tradurre nel tessuto vitale delle società pluraliste il duplice comandamento dell'amore nelle due religioni. Pensiamo solo alla estensione della legge coranica (sharìa) o al dibattitto sui diritti umani e sui rapporti fra Stato e religione.

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