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La sentenza della Corte Costituzionale

Stalking, la Carfagna alza la voce ma in gioco ci sono le regole del processo

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La voce più grossa l’ha fatta il ministro delle pari opportunità Mara Carfagna. Seguita da altre parlamentari (unica encomiabile eccezione la radicale Rita Bernardini ), enfatizzata da giornali di destra e di sinistra. La protesta riguarda una sentenza della Corte costituzionale, che  abrogando un articolo della norma sullo stalking, ha dichiarato la non obbligatorietà della custodia cautelare in carcere nei reati di violenza sessuale. Apriti cielo: sostanzialisti/e di tutto il mondo unitevi! In realtà quel che stupisce è che il parlamento possa aver approvato una norma del genere, e anche che negli uffici del ministro Carfagna non ci fosse un giurista in grado di darle qualche buon suggerimento. Perché l’Alta Corte ha individuato ben tre violazioni costituzionali, l’articolo 3 che prevede l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, il 13 sulla libertà personale e il 27 sulla funzione della pena.

Non c’è bisogno di essere giuristi per sapere prima di tutto che la Costituzione ( art. 27 ) prevede la presunzione di non colpevolezza prima dei tre gradi di giudizio. E’ quindi un abuso già dire “lo stupratore”, senza aver fatto precedere il sostantivo dall’aggettivo “presunto”. Pretendere poi, per legge, che il magistrato abdichi alla discrezionalità di valutare caso per caso se applicare o meno la custodia cautelare in carcere e, come dicono le parlamentari che hanno criticato la Corte, “sbatta in galera lo stupratore”, vuol dire aver dimenticato ogni criterio di garanzia e diritti della persona. Perché proprio per quel reato dovrebbe essere obbligatoria un’anticipazione di pena? Se non c’è l’obbligo, è probabile che la gran parte dei magistrati disponga comunque la custodia in carcere. Ma lo avrà fatto secondo i criteri del codice di procedura, nel rispetto del dettato costituzionale.

Sarebbe interessante sapere che cosa ne pensa il “moderno”, “europeo” Presidente della Camera sotto la cui direzione d’aula un anno fa è stata approvata la legge, dal momento che in nessun ordinamento anglosassone sarebbe mai pensabile un obbrobrio del genere. L’equivoco è nato dall’equiparazione del reato di violenza sessuale ai reati di mafia, come se –lo fa notare la Corte Costituzionale- un delitto individuale fosse paragonabile a un reato associativo ( ammesso che abbia ancora senso l’esistenza nel nostro ordinamento di questa tipologia di reati ). Grave la mafia, grave lo stupro, è stato il ragionamento. Diamo un segnale, così magari le violenze diminuiranno. Mai l’inasprimento delle pene ha fatto calare i reati, figuriamoci il carcere preventivo.

La verità è che, prima di strillare, occorrerebbe almeno leggerle, le sentenze. La memoria corre   a un analogo trambusto suscitato nel 1999 da una sentenza della Corte di cassazione che cancellava la condanna per stupro nei confronti di un istruttore di guida accusato di aver usato violenza a un’allieva. La sentenza passò alla storia come “il fatto dei blue jeans”, la foto di alcune parlamentari (Mussolini, Prestigiacomo, Matranga) protestatarie fece il giro del mondo. Che scandalo, si disse, i giudici hanno assolto lo stupratore con la motivazione che non si può violentare una ragazza che indossa jeans aderenti.

Ovviamente nessuno, o quasi, si era preso la briga di leggerla, la sentenza. Si sa che i processi per stupro, oltre a essere molto delicati sono anche difficili. La gran parte delle volte c’è una parola contro l’altra. Il fatto che la violenza sulle donne ( o sui minori ) sia una piaga spaventosa e inaccettabile nel nostro paese e nel mondo, non può giustificare l’abbandono delle regole, delle procedure, delle garanzie. E i giudici hanno il compito, quando condannano, di essere certi, al di là di ogni ragionevole dubbio, della colpevolezza dell’imputato.

Nel caso dell’istruttore di guida e della ragazza in bluejeans c’era indubbiamente stata una relazione tra i due e molta ambiguità nello svolgimento dei fatti. I giudici avevano dettagliato molto bene la motivazione di quell’assoluzione. Quello dei jeans (la sentenza sosteneva che la ragazza se li era tolti spontaneamente ) era un particolare insignificante  e non era assolutamente la base della decisione. Pure lo “scandalo” passò di bocca in bocca e alcune parlamentari corsero a casa a cambiarsi, indossarono i jeans e si fecero fotografare davanti a Montecitorio con grandi cartelli di protesta.
Lo “scandalo” di oggi riguarda la detenzione prima del processo.

Le regole per l’applicazione della custodia cautelare in carcere sono molto chiare nell’articolo 275 del codice di procedura penale e prevedono i tre casi di pericolo di fuga, di ripetizione del reato o di inquinamento delle prove. Non si può quindi pretendere che, in nome dell’allarme sociale destato da una violenza che per le donne significa un trauma perenne, si accantonino le regole, si proceda con superficialità “per dare segnali”. E’ demagogico il segnale dato dal ministro Carfagna sullo stupro tanto quanto quello preteso dal presidente Fini sulla legalità. Come se la giustizia e la legalità non stessero a cuore a tutti. Ma anche le regole dovrebbero stare a cuore a tutti.
 

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2 COMMENTS

  1. L’uomo la violenza e lo
    L’uomo la violenza e lo stupro
    La violenza carnale, si diceva, è vecchia quando il mondo, non credo di sbagliare dicendo che per diversi millenni è stato l’unico modo di procreare. Oggi è un atto abominevole, ma non c’è ancora una legge che possa fare da deterrente; nella mia ignoranza, proporrei la castrazione chimica anche se si correrebbe il rischio di finire tutti castrati, credo che molti dotti dovrebbero studiare più a fondo il problema, io, mi sento un “ponzio pilato” avendo rinunciato a studiare. Molti scrivono sul perché e si tira in ballo la psicologia – l’uomo in difficoltà col sesso, vuole vendicarsi, maniaco, ecc.- ma il vero problema è culturale, la confusione- si usa dire “facciamo l’amore” come se fosse tutt’uno. Non sono mai stato con una prostituta e sono convinto che Cristo non la salvò dalla prostituzione ma dalle donne che la volevano lapidare; in tutte le epoche sono state indispensabili, come le madri, oggi più che mai dovrebbero avere un titolo di merito e protette da tutti gli stati con leggi appropriate: il vero bordello è l’abuso abnorme di tutto, la confusione che si è creata tra religioni, laicismo e ateismo, dove ognuno è convinto di avere la “Verità”. Oggi in merito a ciò si dice, della ragazza di Torino che prativa kickboxing, come pronta alla difesa, quindi avrebbe potuto reagire meglio di S. Maria Goretti, credo che sarà sempre più difficile il vero: la verità è che sia l’uomo che la donna, dopo l’orgasmo, vedono da una prospettiva diversa e così diversamente, ognuno a modo proprio, può essere vendicativo: Quindi credo che sia più facile per la donna rendere l’uomo eunuco; questo è anche frutto del femminismo

  2. L’Italia non è più la culla del diritto.
    La signora Carfagna,diligente scolaretta del convitto di Arcore,ha subito inveito contro la Consulta,ignara che la mossa le ha prodotto una grave lesione di immagine,come ministro della Repubblica,e sul piano personale per essersi dimostrata totalmente a digiuno nel campo del diritto penale sostanziale e processuale.
    Non serve aggiungere commenti alle osservazioni puntuali svolte da Tiziana Majolo,e tuttavia giova ricordare che i ministri ed i parlamentari che ci ritroviamo sono quelli catapultati a palazzo Chigi e nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama dalla”porcata”targata Calderoli,che è la legge elettorale confezionata per cancellare la sovranità del popolo.
    Il che vuol dire che unico compito del Parlamento è quello di avallare,quasi sempre con voto di fiducia,
    le decisioni che si assumono ad Arcore o a palazzo Grazioli.Non si producono leggi ad iniziativa parlamentare,mentre quelle che vengono approvate servono a precisi scopi, oppure cavalcano il disagio sociale,come nel caso della immigrazione clandestina o dello stalking,e diventano poi la fucina del consenso.Ma la collettività deve credere che tutto viene fatto nel suo interesse,malgrado l’ingombro che danno le istituzioni,dal Capo dello Stato alla Corte Costituzionale e fino alla magistratura,quando osa mettere le mani sui ladri di Stato.E’ancora vivo il ricordo dell’ira funesta del presidente del Consiglio quando la Consulta bocciò il lodo al quale il ministro della Giustizia aveva dovuto dare il suo nome,come ha dovuto assumersi la paternità della legge sulle intercettazioni,provvedimenti che definire di comodo
    sarebbe un compiacente eufemismo.Manca il rispetto delle regole,dice Tiziana Majolo,ma per fortuna vi è ancora l’argine che pone la Consulta,rispedendo ai mittenti certe leggi che sono la vergogna di uno Stato di diritto.Si metta quindi l’anima in pace il ministro Carfagna e non ci provi ancora per l’avvenire.Frattanto però si scusi con la Corte Costituzionale e trovi pure qualche spazio di tempo da dedicare allo studio del diritto.E’una buona opportunità!

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