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Rischio zero e rischio vero

Stato di emergenza: questione di feeling!

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Ad oggi non sappiamo ancora se lo stato di emergenza sarà prolungato o meno ed eventualmente fino a quando. Conosciamo però le argomentazioni con le quali è stata sostenuta la sua proroga.

Nella settimana appena conclusa, su questo tema si è presentato in Parlamento, inviato dal presidente del Consiglio, il ministro della Salute Roberto Speranza: uno di quelli, fra i membri dell’esecutivo, che in questi mesi, dal punto di vista dello stile e del contegno, si è comportato meglio. Anche lui avrà commesso i suoi errori ma ha mantenuto sempre un profilo sobrio, ha evitato la sovraesposizione, non ha vantato le meraviglie dell’azione di governo e anzi ha ammesso di non essere sicuro che, tornando indietro, rifarebbe tutto tal quale.

Quel che ha colpito tuttavia del suo intervento non è il timore che possa esserci una ricaduta epidemica, quanto l’obiettivo dichiarato di arrivare al “rischio zero” e di condurre la nave Italia in un “porto quiete”. Questo è il problema. Speranza non sa che il rischio zero non esiste: la vita stessa è un rischio e questo rischio spesso coinvolge anche la vita degli altri. Ciò fa dell’esistenza una prova quotidiana, un continuo risolvere problemi e superare ostacoli: altro che porto sicuro.

A tutto ciò si risponde con la responsabilità personale, senza invocare una eccessiva protezione dello Stato, il quale deve intervenire solo quando il mancato esercizio dell’auto-contenimento può provocare danni agli altri o invadere la loro sfera di libertà. Così ragiona un liberale.

Dopo Speranza, per il Movimento 5 Stelle in Senato è intervenuto Danilo Toninelli: uno di quelli che è interessante ascoltare, non per la sofisticatezza del suo argomentare ma perché propone ragionamenti così ingenui da mettere in evidenza senza sovrastrutture l’essenza stessa di quel po’ di pensiero che ha ispirato il M5S. Il suo è stato un peana della fase emergenziale e del controllo sociale che in quel frangente è stato esercitato. E, dalle sue parole, si evinceva quasi l’irrefrenabile voglia di rendere normale quel che è stato eccezionale.

Mettere in correlazione i due interventi – diversissimi per costruzione retorica, profondità e argomenti – aiuta a scoprire l’arcano; a comprendere cosa, in fondo, tiene assieme questa strana maggioranza oltre le convenienze contingenti. Non sono i programmi; non è la concezione di uno stile di governo; non è il senso delle istituzioni. E’ una mentalità. In fondo alla cultura della sinistra e dell’anima più autentica del Movimento 5 Stelle c’è la sfiducia nelle capacità della persona di autoregolarsi; c’è la convinzione che sia preferibile l’esercizio di un potere eccezionale dall’alto, per quanto più tempo possibile; c’è l’idea che l’iniziativa personale, in alcuni momenti, possa essere un rischio.

Noi non sappiamo se questa brutta storia sia finita per sempre, ed è evidente che di fronte a eventuali segnali precisi bisogna sempre essere pronti a intervenire. Sappiamo però che non è il controllo sociale che può tirarci fuori dalle conseguenze che la pandemia ha portato con sé. Per questo serve una visione; serve saper tramutare in opportunità molte delle costrizioni che abbiamo dovuto subire per circa quattro mesi; serve tener sempre presente la sostenibilità economica delle scelte che si compiono.

Per tutto questo c’è bisogno di iniziativa individuale. C’è bisogno di dare fiducia alle persone e alle comunità, puntare sulla auto-responsabilità e, infine, c’è bisogno perfino di correre qualche rischio. Tutti questi elementi non sono compatibili né con un “porto quiete” né tantomeno con la mistica dello stato emergenziale; non sono compatibili con una mentalità che purtroppo, e indipendentemente dalle scelte che infine si faranno, in questo governo sembra essere egemone.

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