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L'analisi

Stiamo costruendo l’ennesima sconfitta della politica

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In tempo di emergenza sanitaria – è nei fatti -, la palla passa agli esecutivi e i Parlamenti non possono svolgere ruoli di primo piano. In nessuna democrazia matura, però, è accaduto quel che è successo in Italia: in Francia, Spagna, Germania – per restare nei confini dell’Europa -, i governi non si sono limitati a “rendere edotte” le assemblee rappresentative. Ne hanno ricercato il coinvolgimento e, nel limite del possibile, il consenso. E poi le istituzioni sono anche passione, nonché meccanismi di garanzia che valgono per l’oggi e per il domani. Guai a maltrattarle o a prenderle sottogamba. Prima o poi ti presentano il conto.

Nella fase dell’emergenza non è stata scelta felice quella del governo d’intervenire attraverso i famigerati decreti del presidente del Consiglio (dpcm) e dei ministri. E’ stata stravolta la gerarchia delle fonti normative. Lo si sarebbe potuto evitare. E’ vero: la nostra Costituzione – a differenza di quella ungherese, ad esempio – non prevede strumenti per affrontare le fasi emergenziali. A disposizione avevamo tuttavia il decreto legge, se solo lo si fosse voluto utilizzare in senso proprio: legato cioè alla necessità e all’urgenza, piuttosto che come strumento ordinario degli esecutivi di ogni razza e colore per superare lungaggini parlamentari non compatibili con i tempi della decisione politica che la modernità impone.

Non si è voluto prendere quella strada. Il Parlamento è stato messo in quarantena fin quando, passata la pandemia, quasi a mo’ di risarcimento, si è stabilito che il presidente del Consiglio o un ministro da lui delegato illustrasse preventivamente alle Camere il contenuto dei provvedimenti da adottare ai fini di tenere conto di eventuali indicazioni.

Non c’è che dire: un bel passo in avanti sulla via del ripristino della fisiologia istituzionale. E così, qualche giorno fa, il ministro della Salute si è presentato di fronte alle Camere per esporre le linee di un provvedimento in materia sanitaria di imminente fattura. In questa stessa settimana, però, sono anche avvenuti almeno altri due fatti istituzionalmente rilevanti, che vale la pena mettere in correlazione con il primo.

Lunedì è stato presentato il rapporto della task-force guidata da Vittorio Colao: la madre di tutte le task-force che a un certo punto della pandemia, come cavallette, hanno invaso la vita istituzionale della Repubblica.

In altri tempi mi è capitato di presiedere una struttura di questo tipo. Ero ministro delle Riforme, il governo aveva proposto una procedura straordinaria per la revisione di parti sostanziali della Carta costituzionale, e si decise di impiegare il tempo necessario per questo percorso facendo lavorare una commissione di studio.

D’accordo con il presidente del Consiglio dell’epoca, ne parlai informalmente con tutti i responsabili dei partiti, poi andai formalmente a riferire a Camera e Senato, ebbi un’interlocuzione con i presidenti delle Commissioni Affari Costituzionali e solo all’esito di questi passaggi un provvedimento ad hoc insediò quella Commissione, premurandosi di stabilire che le sue risultanze sarebbero state consegnate al Parlamento che le avrebbe liberamente valutate e, se del caso, utilizzate.

Si fissò così una connessione non occasionale tra la Commissione (istituzione temporanea e di fatto) e il Parlamento (istituzione di diritto) che evitasse equivoci e fraintendimenti. Non successe, allora, quel che è capitato al povero e incolpevole Colao: presentato dal governo alla stregua di un salvatore della Patria, reso invisibile agli occhi del mondo istituzionale ufficiale, costretto a far conoscere i risultati della sua commissione a mezzo stampa, scaricato senza troppi complimenti dallo stesso esecutivo che lo aveva incoronato al punto che il lavoro dei suoi esperti sembra scaduto al rango delle “varie ed eventuali”.

Benevolmente, si sarebbe potuto ritenere che tutta questa confusione sia dipesa dalla concitazione della fase d’emergenza. Che la ripartenza avrebbe offerto l’occasione per emendarsi. E che il presidente del Consiglio si sarebbe finalmente sforzato di trovare un luogo, il più idoneo, per sancire un momento di vera coesione nazionale: ingrediente che la storia d’Italia ci indica come indispensabile quando si vuole ripartire davvero.

Quale occasione migliore della “fase 3” per “triangolare” tra governo, categorie economiche e Parlamento? Ad esempio, attraverso un programma di interventi e audizioni da far confluire in una sessione parlamentare interamente dedicata al tema, con tutta la solennità del caso? Niente da fare. Sbagliare è umano ma perseverare è diabolico e Conte, evidentemente, è diabolico.

Evitando qualsiasi raccordo con l’opposizione ha scelto di convocare dei non ben precisati “Stati Generali dell’Economia” in una villa della capitale al di fuori di ogni riferimento istituzionale e, sia detto per inciso, di ogni chiarezza. Per sua stessa ammissione, fino all’ultimo il piano della ripartenza deve rimanere un oscuro oggetto del desiderio per invitati e giornalisti (neanche troppo, visto che i lavori sono a porte chiuse…). Se sei diabolico, però, non puoi lamentarti se poi l’opposizione ti manda al diavolo!

Un grande storico americano, Charles Maier, nel suo La rifondazione dell’Europa borghese spiega come nelle fasi di crisi e di difficile ripartenza possa essere di giovamento svuotare la funzione dei Parlamenti a favore di nuovi rapporti tra istituzioni e gruppi d’interesse, tra decisioni politiche e indirizzi economici, tanto sul piano interno che su quello internazionale. Quella soluzione, che Maier definì “corporatista”, secondo la sua analisi permise la stabilizzazione degli anni Venti al termine del primo conflitto mondiale e tornò utile negli anni Quaranta, col secondo dopo-guerra.

L’eclissi della rappresentanza alla quale stiamo assistendo segna un ritorno verso quegli esiti? Verrebbe da rispondere: magari! Quella scelta sarebbe almeno la conseguenza di una volontà consapevole.  Qui, invece, tutto è irriflessivo, frutto di approssimazione, ignoranza, vanità. Le istituzioni ufficiali sono state neutralizzate ma non è stato creato alcun ammortizzatore al fine di assorbire le spinte e le tensioni di una fase così difficile.

La mattina, sfogliando i giornali, mi capita sempre più spesso di leggere di iniziative giudiziarie contro questo o quel politico per la gestione della pandemia. Sia detto per inciso, quelle inchieste in molti casi sono obbligate da esposti o altre segnalazioni, ma non è un bello spettacolo vedere governo e regioni scaricarsi a vicenda la patata bollente, piuttosto che immaginare una iniziativa per distinguere il giudizio politico dal giudizio penale.

Poi, per recarmi in Senato debbo attraversare Piazza del Popolo le cui dimensioni consentono un distanziamento sociale naturale e dove ogni mattina gruppi di cittadini esasperati manifestano disperdendosi in quegli spazi così ampi: un giorno i gilet arancioni, un altro gli operatori turistici, un altro ancora “quelli del gioco legale”.

Non posso fare a meno di pensare che il risicato compromesso tra la libertà di manifestare e le esigenze di sicurezza della “fase 2” sia, in realtà, una metafora.

Dopo l’estate, quando i guasti economici diverranno più evidenti e le ultime illusioni saranno sfumate, l’argine della protesta potrebbe cedere, la rivolta fuoriuscire dalle piazze e le istituzioni ufficiali apparire irraggiungibili perché, nel frattempo, colpevolmente depotenziate. Come valvola di sfogo istituzionale resterà allora la sola magistratura. La politica apparirà meno che mai una risorsa e, in tal modo, sancirà la sua ulteriore sconfitta.

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1 COMMENT

  1. Articolo con molte considerazioni giuste
    Occorre però considerare che in questa XVIII legislatura la maggioranza relativa la hanno i 5stelle cioé un partito antisistema
    Peraltro un partito antisistema, la Lega, è il partito dominante nel centro destra
    Insomma siamo messi male

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