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Visioni oniriche

Storia di una crisi

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Stanotte ho sognato di avere qualche anno in più, di essere tornato in classe dietro una cattedra e di dover spiegare, in un corso di storia contemporanea, la crisi del secondo governo Conte. Vi confesserò. Il sogno era di quelli in grado di annoiarti anche se dormi. Una volta sveglio, però, ho pensato che forse valesse la pena fissarne su un foglio di carta la trama, non foss’altro per il fatto che la politica è diventata così liquida, così legata alle impressioni e spesso ai meri stati d’animo, da essere più evanescente perfino di un sogno.

C’era una volta un sistema bipolare: risultato precario e provvisorio di un secondo tempo della Repubblica inauguratosi all’indomani della crisi del ’92-’93, che a sua volta era conseguenza della fine della guerra fredda e che a sua volta ancora ebbe come conseguenza la fine dei partiti storici della Repubblica. Insomma, una specie di scioglilingua. Quel sistema viene “picconato” dalla inconsapevolezza dei suoi attori principali e da eventi epocali che portano a una crisi nel rapporto tra popolo ed élite. Così già nelle elezioni del 2013 il bipolarismo va in tilt: all’indomani del voto, per la prima volta dal 1994, non c’è un vincitore certo. Si cerca una risposta in extremis prima con un governo di larghe intese, poi col tentativo di un’ampia modifica della Costituzione che possa sancire una nuova ripartenza alla luce di una comune legittimazione. Il tentativo fallisce. Le elezioni successive, nel 2018, confermano la fine dell’equilibrio bipolare e sanciscono la strabiliante vittoria di un movimento nato oltre i due poli che, tra le altre cose, fa strike nel Sud dell’Italia: insomma, una forza anti-sistema esonda in quella parte del Paese che storicamente aveva sempre votato dalla parte del sistema, e anzi addirittura dalla parte del governo in carica.

Inizia così una legislatura nella quale il Movimento 5 Stelle (questo il suo nome) rappresenta il centro di gravità dell’equilibrio parlamentare: senza di esso, impossibile qualsiasi maggioranza. Questa situazione genera prima un’alleanza “populista” con la Lega; poi, quando quel governo va in crisi, la volontà di evitare le elezioni dà vita a un’alleanza di segno opposto, e cioè tra il Movimento 5 Stelle e la sinistra. Il punto di congiunzione tra le due formule è rappresentato dal nome del presidente del Consiglio. Giuseppe Conte è un avvocato e docente universitario, sconosciuto alle cronache politiche, ed è anche il “surrogato” di una classe politica che non c’è: arrivato improvvisamente e senza preparazione al successo, il M5S non ha avuto il tempo di creare una propria proposta di governo e ha dovuto perciò attingere a energie della cosiddetta “società civile”. Giuseppe Conte, accompagnando questo percorso, da garante di un’alleanza “populista” diventa il punto di mediazione di una compagine che piuttosto vira verso l’Europa e verso la configurazione di un inedito centrosinistra.

E’ questa maggioranza che si trova a gestire la pandemia: l’emergenza sanitaria, economica e sociale più grave che il Paese abbia vissuto nel dopoguerra. E’ evidente che la portata della crisi è straordinaria, così come in altri contesti europei. E’ evidente che la squadra non è pronta perché era stata pensata per un altro e più banale compito. Ed è evidente che il ruolo del presidente del Consiglio, dal punto di vista tanto istituzionale quanto mediatico, diventa nel contesto pandemico esorbitante.

Quando le conseguenze economiche della crisi sanitaria si fanno più evidenti, e si comprende che l’Italia senza il ricorso al programma emergenziale europeo non ce l’avrebbe potuta fare, il governo va in crisi. A spingerlo verso quest’esito è colui che occupa lo spazio più “centrista” nella maggioranza di governo, della quale in qualche modo era stato l’artefice. Di fronte a questa operazione certamente spericolata (l’aggettivo sia inteso in senso a-valutativo), i compagni di cordata provano a ricercare una autonoma autosufficienza ampliando i confini della maggioranza. Invece di sfondare gli argini dello schieramento, però, lo fanno accentuando il carattere “ideologico” della coalizione: l’invito per allargare famiglia è rivolto alle sole forze europeiste e dunque tende piuttosto a rompere il fronte degli avversari. Nell’appello lanciato dal presidente del Consiglio subito dopo le dimissioni ricorre sì la formula “salvezza nazionale”, come con ogni evidenza la realtà suggerirebbe. Subito dopo, però, si mette un paletto: l’appello è riservato alle forze che si considerano “europeiste”. Conte, già alla testa di un governo giallo-verde, poi alla guida di uno giallo-rosso, non se la sente di “sdoganare” in suo nome una terza formula politica come capo di un governo di salute pubblica. In tal modo, dà anche una spinta ulteriore a un itinerario politico e contribuisce a cambiare l’identità del movimento che lo ha lanciato e che continua a ritenere la sua persona imprescindibile: da partito populista collocato oltre la frattura destra-sinistra a movimento post-ideologico ma collocato nel campo del centrosinistra.

Si innesca dunque un riassestamento e una più precisa definizione all’interno delle forze politiche che avevano dato vita all’ultima maggioranza. Tale processo potrà anche risultare importante ma esso interessa unicamente le forze della vecchia compagine. Non per questo va sottovalutato, ma chiunque delle forze fino ad allora collocatesi all’opposizione si fosse fatto attrarre all’interno di questo spazio avrebbe decretato la propria annessione: non importa se volontaria e trasparente, comunque di annessione si sarebbe trattato.

E’ da questo intreccio, e dal fallimento della ricerca spasmodica di soggetti da annettere (le cronache del tempo li appellano “responsabili”, poi “volenterosi”, poi “costruttori”…), che è derivata la scelta del presidente Mattarella di affidare un incarico esplorativo per capire se, oltre le contingenze, i fenomeni di disgregazione che hanno interessato le forze della uscente maggioranza possano essere ricomposti. La finitezza del perimetro entro il quale ci si muove è emblematicamente rappresentata dal fatto che l’esploratore – il presidente della Camera Roberto Fico – nel suo compito ha detto di volersi limitare alle sole forze che sostenevano il governo uscente, escludendo le altre.

Non possiamo ancora sapere quali saranno gli esiti dell’esplorazione. Quel che però sarà importante comprendere, se essa andrà a buon fine, è se ci si limiterà a rivedere obiettivi e rapporti di potere al solo fine di evitare che con nuove elezioni le opposizioni possano prevalere, oppure se la ridefinizione dei rapporti nel campo del centrosinistra si accompagnerà con una proposta di revisione del sistema istituzionale che sia rivolta a tutti e che consenta di immaginare una nuova stabilità. Di quest’ultima, comunque vada a finire la crisi, avrà un incredibile bisogno l’Italia. La crisi economica già morde come raramente era accaduto prima, e ci troviamo ancora sotto un ombrello aperto a livello internazionale per parare i colpi di una situazione senza precedenti.

Prima o poi l’ombrello si chiuderà. Ci scopriremo più deboli, più poveri, più esposti. Se avremo istituzioni almeno un po’ più stabili, sarà più facile rispondere a tanta durezza, indipendentemente da chi avrà l’onere di farlo. Insomma, se il tentativo dell’esploratore dovesse andare in porto, il nuovo governo potrà rivelarsi il semplice esito di un regolamento di conti a sinistra o contenere anche una proposta più ampia, da svilupparsi a livello parlamentare, per arrivare a definire un terzo tempo della Repubblica dopo quello dei partiti e del bipolarismo imperfetto. In tal caso, questa parte della proposta politica dovrebbe essere presa in considerazione da tutte le forze parlamentari, anche da quelle di opposizione. Anche se il governo resta di parte, la tenuta del Paese è interesse di tutti. E nel tempo prossimo venturo all’Italia serve una nuova stabilità, serve uscire da un pantano nel quale ci troviamo da quasi dieci anni.

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