Storia di un’università di provincia salvata grazie ai tagli della Gelmini

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Storia di un’università di provincia salvata grazie ai tagli della Gelmini

20 Novembre 2008

 

Perché il caso dell’università di Siena può diventare emblematico dello stato dell’università italiana? E perché potrebbe indicare la strada di come trasformarla, evitando sprechi, rendendola competitiva, mettendo finalmente al centro l’interesse della comunità e degli studenti?

La risposta è semplice. Lo stato comatoso dell’università di Siena rimanda a responsabilità diffuse che si sono stratificate nel tempo. Non consente, dunque, discorsi ideologici né tanto meno la possibilità di scaricare le colpe su Mussi o sulla Gelmini. E neppure, per intero, su questo o su quel rettore. I fatti possono essere ricostruiti come una favola della quale non sappiamo ancora se vi sarà un lieto fine.

C’era una volta una università, antica, nobile e prosperosa: una delle più ricche del reame, invidiata da tutte anche per il contesto di storia e bellezze artistiche che le faceva da cornice.

Un brutto giorno, all’improvviso, la bella università scopre di essere gravemente malata di un male che le era lentamente e silenziosamente penetrato nelle ossa senza che nessuno se ne accorgesse. Cos’era accaduto? Nel corso degli anni vi era stata una sottostima dei residui passivi, che unita alla sovrastima delle entrate realmente esigibili ha determinato un disavanzo insopportabile.

In sintesi: a fronte di entrate sovrastimate e spese sottostimate, per fronteggiare le uscite correnti e i bisogni di cassa, si è scoperto che erano stati ritardati i versamenti all’Inpdap per un importo di 99 milioni di euro nonché un pagamento dovuto all’Irap per un importo di 27 milioni di euro (comprensivi delle relative sanzioni). E’ previsto, inoltre, uno scoperto di conto corrente di 44 milioni di euro al 31 dicembre 2008 e disavanzi di varia natura dovuti alle eccessive spese. Sicché il totale dei debiti ammonta a oltre 170 milioni di euro.

La maggior parte del disavanzo si era consolidato nelle passate gestioni; una parte più contenuta in quella attuale. Ma di fronte a una così invasiva malattia, quel che c’è da chiedersi è: chi sapeva? Perché si è taciuto? Chi ha certificato bilanci falsi? Ed è stato moralmente commendevole che si sia continuato a richiedere sovvenzioni, pubbliche e private, con il fine di coprire e aumentare lo stato di dissesto?

Se a queste domande s’intende fornire risposte serie, senza scaricare la croce sul primo che capita, è necessario attendere tutti gli approfondimenti del caso da parte dell’autorità competente. La parte della storia che, invece, può già essere raccontata è quella che ci dice come ha reagito la bella università una volta che, guardandosi allo specchio, si è vista improvvisamente brutta, piena di rughe, non più appetibile.

Ha ricercato nella lotta agli sperperi, in una ritrovata efficienza, nell’abolizione di inutili privilegi l’elisir dell’eterna giovinezza. In pochi giorni ha trovato il coraggio di fare ciò che altrove, per evitarlo, si convocano assemblee permanenti, si fanno occupazioni, si raccontano bugie agli studenti. La ricetta può essere così sintetizzata:

– Per adeguare l’organico alle effettive esigenze dell’ateneo, nel 2009 niente procedure concorsuali per professori di prima e seconda fascia, collocazione a riposo del personale tecnico-amministrativo al raggiungimento dei 40 anni di contribuzione, e tassativa esclusione della possibilità di mantenere in servizio oltre i limiti di età sia il personale docente che quello tecnico-amministrativo.

– Per concentrare le risorse laddove vi è massa critica didattica e scientifica, delle cinque sedi distaccate resteranno aperte solo Arezzo e Grosseto, mentre verranno chiuse Colle Val d’Elsa, San Giovanni Valdarno e Follonica.

– I corsi di studio passeranno dagli attuali 119 a 88. Molte lauree inutili, anzi dannosi specchietti per le allodole a beneficio di studenti condannati alla disoccupazione, verranno soppresse. In particolare, le lauree triennali passeranno da 62 a 44; le lauree magistrali da 57 a 44. E ciò consentirà un’ottimizzazione di tutti gli spazi attualmente in locazione.

– Per privilegiare la scientificità e la interdisciplinarietà delle aggregazioni di ricerca in luogo dell’esistenza di piccole oasi di potere, i dipartimenti verranno aggregati in modo da non superare il numero massimo di 25, attualmente sono 47.

– Dei master e dei corsi di perfezionamento resteranno in piedi solo quelli in grado di autofinanziarsi e, per questo, appetibili sul mercato anche in relazione ai possibili sbocchi lavorativi.

– Sono stati previsti, infine, nuovi e più agili meccanismi di governance che sfoltiranno comitati e organismi che in questi anni hanno assorbito parte considerevole del tempo dei professori.

Questa cura consentirà di realizzare risparmi pari a 16,5 milioni nel 2009; 26,5 milioni nel 2010; 32,8 milioni nel 2011; 38,7 milioni nel 2012, portando per allora il bilancio in pareggio. Per risolvere il problema del disavanzo pregresso di circa 170 milioni di euro, il consiglio di amministrazione dell’università ha invece conferito l’incarico ad una società immobiliare di procedere alla valorizzazione, e quindi alla possibile vendita, dei beni immobiliari non strumentali e di alcuni strumentali, e inoltre di proporre operazioni straordinarie che consentano la migliore valorizzazione del patrimonio immobiliare stesso.

Ogni favola che si rispetti ha una morale. Quella dell’università di Siena ne ha addirittura due: una di carattere più limitato e congiunturale; l’altra dal significato più generale.

La prima rimanda alla circostanza per la quale, purtroppo, la bella università si è ammalata in un periodo di grave crisi finanziaria, sicché trovare chi anticipi i soldi per la cura è cosa più difficile che in passato. Bisogna, per questo, stare attenti che nessuno ne approfitti cercando di barattare l’aiuto nel momento del bisogno per il potere di controllare permanentemente ciò che non potrà mai fare a meno della libertà. Chi vuole bene all’università di Siena, dunque, deve accertarsi che la cura sia efficace e poi fare tutto il possibile per trovare i modi migliori affinché essa sia posta in atto.

La seconda morale fuoriesce dalle mura della città medievale per investire l’intero Paese. Siena spiega perché tagliare le spese dell’università non solo è possibile ma è doveroso. Solo se si riuscirà a cancellare sperperi, rendite di posizione, privilegi sarà possibile rimettere al centro l’interesse del Paese e delle sue generazioni più giovani. E solo se questo accadrà la nostra università potrà guarire, per tornare bella e ammirata in tutto il mondo com’era un tempo.