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Storia vera di quel che avvenne a Praga nella primavera del ’68

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Un tempo volto notissimo della tv, esperto veterano dell’ex blocco sovietico, Demetrio Volcic ha scritto molto, spesso con un occhio velatamente umido e con un pizzico di comprensione di troppo verso quei paesi a lungo praticati. Non così in “1968. L’autunno di Praga”. Un libro dove ricostruzione storica e ricordi di prima mano si fondono con notevole efficacia.

Il giornalista arriva nella Repubblica popolare circa un anno prima dell’invasione. È quindi un osservatore privilegiato del crollo della vecchia guardia stalinista e dell’ascesa dei riformatori. Con i nuovi dirigenti ha frequenti contatti e può così raccontare passaggi non scontati. Rievoca l’euforia di un popolo uscito improvvisamente da un interminabile glaciazione, la frenesia della stampa senza censure, dove giornalisti, da sempre “muti come pesci”, improvvisamente sembrano “in gara come per recuperare il tempo”.

Dopo l’arrivo dell’aiuto fraterno sui blindati del Patto di Varsavia, osserva l’ex del Tg1, alcuni di questi redattori recuperano in un batter d’occhio “le sembianze dei pesci muti”, mentre altri finiscono sul lastrico”, ma “per molti di loro fu sufficiente un solo semestre di non conformismo per perdere il gusto all’obbedienza a cui avevano dedicato tanti anni”.

Della gestazione del celebre manifesto delle “Duemila parole” (per i russi una specie di punto di non ritorno sulla via della degenerazione borghese) Volcic racconta una versione quantomeno singolare: “Vaculìk mi disse di averlo scritto in poco tempo di sera”. Lo scrittore si metteva infatti al lavoro “quando i familiari erano già a letto. Il testo sarebbe sbilanciato in certi punti a causa del rumore continuo: in strada, sotto casa sua stavano costruendo i binari del tram. Se avesse chiuso la finestra, a causa del caldo avrebbe respirato male. Vaculìk  non si rendeva assolutamente conto che il suo documento sarebbe stato letto come un atto d’accusa contro il regime sovietico, una dimostrazione che Dubcek non controllava il partito, altrimenti il testo non sarebbe apparso. In sostanza, Vaculìk non si rendeva conto del valore e del peso che aveva il suo documento”. Per Mosca dove i preparativi dell’invasione erano pronti, “mancava il motivo scatenante” ed quel manifesto lo era. Quindi, a voler seguire logica magari un pochetto terra terra, si potrebbe sostenere che a quel tram sotto la casa dello scrittore toccava più di una responsabilità su quanto di terribile in seguito sarebbe successo. In fondo, spiega Volcic, se “Vaculìk avesse avuto un ambiente meno infernale, forse avrebbe controllato il proprio dizionario”. Ma Breznev e soci questo “non potevano saperlo”.

Demetrio Volcic, “1968. L’autunno di Praga”, Sellerio, pagine 190, euro 12,00.

 

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