Storie di boss di Cosa nostra che le sparano grosse

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Storie di boss di Cosa nostra che le sparano grosse

15 Febbraio 2009

Leoluca Bagarella fra i picciotti corleonesi aveva la nomea di killer tra i più spietati. Duecento ammazzatine sul gobbone e forse si tratta di un calcolo per difetto. Eppure, anche il bravo ragazzo della Conca d’Oro ha conosciuto il suo momentaccio.  L’occasione coincide con la tragica dipartita della consorte, amatissima, per suicidio. Per il boss un botta tremenda, che lo getta in una profonda “crisi esistenziale”. Un pentito ricorda che ne “fu molto turbato” tanto da decidere “di sospendere gli omicidi in segno di lutto”. Si tratta tuttavia di astinenza destinata a durare un breve lasso di tempo. Un altro pentito si sofferma sull’episodio del salumiere palermitano “massacrato” senza un apparente perché. La ragione, la spiega Toni Calvaruso, picciotto allora a disposizione. Il corleonese avrebbe, infatti, intimato: “dovete levarmelo di mezzo. Chiedemmo spiegazioni. Ci rispose: ‘mi ha venduto duecento grammi di prosciutto scaduto’”.

Ecco un sulfureo cammeo, griffato Cosa nostra. Uno fra i tanti che si possono leggere, in un aureo volume “Cose loro. Storie di boss che le sparano grosse”, di scarsa circolazione fuori dalla Sicilia, firmato da Enzo Mignosi, cronista de “Il Giornale di Sicilia” e corrispondente da Palermo per il “Corsera”, uscito per i tipi di Novantacento, casa editrice emanazione di “I Love Sicilia”, il mensile più diffuso dell’Isola.

Passando dal recente di ieri al classico, ovvero alla mafia d’antan, in un medaglioncino dedicato a Calogero Vizzini, il super padrino del Dopoguerra e degli anni della ricostruzione, vi si può leggere di don Calò e dei suoi periodici viaggi, per ragioni d’affari, dalla natia Villalba al capoluogo siculo. Si trattava, ricorda Mignosi, di percorsi “avventurosi” su “strade che sembravano trazzere”. Immancabile compagno d’avventura l’ autista, un “giovanotto di nome Peppe”. Quattro ore all’andata, altrettante al ritorno. Niente di strano pertanto “che don Calò arrivasse a Palermo” stremato e soprattutto “con la vescica piena… Così, giunto al Foro Italico, Vizzini scendeva dall’auto, si fermava in un angolo delle antiche mura di cinta e dava sfogo al suo bisogno fisiologico”. Tuttavia un giorno “un vigile urbano notò gli strani movimenti di quell’anziano signore, capì che si trattava di ‘atto illecito’ e si avvicinò con propositi bellicosi. ‘Queste cose si fanno nei bagni pubblici, lei è in contravvenzione. Sono 50 lire’… Don Calò non fece una piega, puntò sprezzante il vigile e tirò fuori una banconota da 100: ‘Non c’è problema, si pagassi’. ‘Cento lire? Ma io il resto non ce l’ho’. ‘Niente, niente, ci penso io’, replicò Vizzini che girò gli occhi verso l’autista: ‘Peppe, figghiu miu, vieni qua. Vieni a pisciare pure tu che oggi è tutto pagato mio’”.

Gradassate, lati marginali, grotteschi quando non addirittura comici. Il volumetto di Mignosi è in proposito una miniera. Gli uomini d’onore, si sa, si prendono assai sul serio, eppure questa loro compostezza è, in certi frangenti, autenticamente esilarante. Ciò, ovviamente, non ne altera il lato terrifico, ma ne scontorna meglio il  profilo e la mentalità. Da “Cose loro”, si potrebbe pescare molto d’altro e, forse sarà il caso di ritornarci in successiva occasione, magari per riportare quel pezzo d’autentica commedia dell’arte o dell’assurdo che il confronto in aula di giustizia fra don Masino e Pippo Calò.