Il ricordo

Su quel divano di Montecitorio parlando di Moro con Sciascia

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Nella vita vi sono incontri determinati dal caso che tuttavia, nel percorso di un’esistenza, ti appaiono come necessari per acquisire consapevolezza e maturità. Questa è la cifra della mia conoscenza con Leonardo Sciascia.

Si trattò di un incontro che potrebbe definirsi accidentale. Era il 1981 e le ideologie novecentesche egemonizzavano ancora la vita politica. Solo gli spiriti più acuti intravedevano, già da allora, i segni del loro ineluttabile declino.

Avevo 21 anni, da poco avevo terminato gli studi liceali all’Orazio Flacco di Bari e iniziato l’università. A uno sguardo retrospettivo, quel torno di tempo mi appare come la coda di un percorso di formazione politica compiuto nelle fila del Partito Radicale: la scelta liberale possibile per tanti che come me appartenevano alla generazione post-sessantottina.

Quell’anno al congresso nazionale di Firenze, assieme a Francesco Rutelli, Giovanni Negri e Maria Teresa Di Lascia, fui eletto Vice Segretario Nazionale di Marco Pannella in rappresentanza della minoranza “moderata” del partito. Mi trasferii a Roma e, per ragioni d’ufficio, iniziai a frequentare il Parlamento, in particolare Montecitorio. Qui, infatti, dal 1979 agiva una agguerrita e composita pattuglia di parlamentari radicali: ben 18 eletti, una sorta di esercito d’irregolari quasi tutti di grande tempra e dalla forte personalità, tenuti assieme, anche se a stento, dal carisma pannelliano.

Tra questi il nome più illustre era senz’altro quello di Leonardo Sciascia. Il grande scrittore aveva alle spalle un trascorso politico come consigliere comunale di Palermo eletto nelle fila del Partito Comunista. Aveva preso distacco da quell’esperienza non senza polemica contro la volontà di controllo che il partito esercitava e che, ai suoi occhi, appariva come un riflesso di potere in insopportabile contraddizione con il programma di liberare l’uomo dal bisogno e dalle oppressioni.

La sua presenza nelle liste radicali fu una sorpresa per tutti. Assunse il senso di un definitivo allontanamento dal passato rapporto col Pci e, con esso, dall’anima illiberale della sinistra italiana. La ragione principale di quella scelta fu però un’altra. Nel 1978 le Brigate Rosse avevano ammazzato Aldo Moro e Sciascia, a caldo, aveva scritto l’Affaire Moro: libro che si basava sull’analisi strategica, politica e umana delle “lettere dal carcere” che in tanti, codardamente, si erano sforzati di considerare inautentiche o, al più, frutto di una irrazionale paura. Nella legislatura che s’inaugurò nel 1979 avrebbe operato una commissione d’inchiesta sulla morte di Moro e Sciascia, che considerava quella vicenda come una svolta che a lungo avrebbe segnato la storia del Paese, di quella commissione voleva assolutamente far parte: per accedere a fonti e notizie che altrimenti gli sarebbero sfuggite e, così, avere la possibilità di capire meglio.

Negli anni di formazione mi ero abbeverato ai suoi libri. Si può comprendere, dunque, perché la prima volta che lo scorsi, seduto in un divano del Transatlantico nei pressi della bouvette, solitario, in compagnia di un esile bastone, intento a scrutare con occhi socchiusi quella torma vociante e agitata di politici, ebbi un tuffo al cuore. Allora ero assai più timido di oggi. Nonostante ciò mi avvicinai titubante, mi presentai e fui accolto da una gentilezza antica che col passare del tempo si trasformò in disponibilità al dialogo e in curiosa confidenza.

Sciascia voleva sapere da me le ragioni per le quali un giovane si consacrava alla vita politica, quale giudizio si avesse alla mia età sulla storia d’Italia, quale opinione su Moro e sulla sua vicenda. Seppe poi che mio padre Ernesto ne era stato amico personale e mi chiese di poterlo conoscere. Organizzai il pranzo in un ristorante poco distante da Montecitorio, da Fortunato al Pantheon, e ricordo nitidamente come Sciascia nel corso della colazione, con un filo di voce tanto esile quanto penetrante, provò a comprendere in che modo Moro concepisse un rapporto di amicizia e in cosa esso si estrinsecasse.

La mia vice-segreteria radicale si prolungò per un solo anno e durante quell’anno i colloqui sul divano di Montecitorio s’infittirono, divenendo infine rifugio alle prime delusioni politiche. Alla fine del 1982 lasciai l’incarico e il partito e mi consacrai agli studi. Negli anni della maturità ho poi assunto posizioni a volte antitetiche a quelle che hanno caratterizzato la stagione giovanile, soprattutto in ambito antropologico. Non ho mai dimenticato, però, come questo processo di maturazione si sia potuto realizzare, in fondo, proprio perché avevo alle spalle un non comune apprendistato: quegli anni di formazione hanno rappresentato un riferimento e un termine di confronto anche quando si è trattato di prender distacco o di revisionare precedenti convincimenti.

In questa cornice esistenziale, l’amicizia con Leonardo Sciascia si situa come uno splendido e indimenticabile cammeo. La problematica comune a tanti suoi romanzi – il confronto tra le ragioni dell’uomo in carne e ossa nella sua unicità con un potere indistinto, violento, spietato – riviveva nel dramma di Moro che lui era lì a indagare. E così come Don Gaetano in Todo Modo, in un improvviso rovesciamento dei piani, era divenuto la vittima di un potere che a lungo aveva suscitato, costruito, gestito, la stessa sorte aveva messo a nudo in Aldo Moro i tratti dell’uomo, la sua bontà, la sua forza, le sue paure. Aveva evidenziato, cioè, quelle caratteristiche uniche che l’essere parte di un potere indistinto, agli occhi dei più, e probabilmente anche dei suoi, aveva a lungo celato e confuso.

Era questa problematica che affascinava Leonardo Sciascia e che lui voleva comprendere più a fondo facendosi parlamentare “dalla parte degli infedeli”. D’altro canto, l’immagine che mi è rimasta di lui osservatore silente, debole nel corpo quanto forte nell’intelletto, in fondo estraneo a una politica vociante perché prepotente, è rimasta per me una traccia indelebile e un monito: non scordare mai, anche nei momenti più convulsi, che la politica, come la vita, consiste nel rapporto con persone uniche che vale la pena di comprendere e scoprire oltre i meccanismi omologanti del potere. E’ un’attitudine che ti porta, a volte, a cambiare idea e persino a contraddirti. Ma se si perde questa curiosità si perde anche il gusto del fare politica. Rimane il potere come esercizio obbligatorio e, allora, non ne vale più la pena.

Da La Gazzetta del Mezzogiorno

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1 COMMENT

  1. Questo articolo è bellissimo. Nel merito della politica e anche di tutto il resto non dice nulla eppure dice tutto. Il rapporto di Quagliariello con Sciascia e coi radicali hanno aiutato il brillante giovane universitario a diventare un intellettuale e soprattutto un uomo. Prendo l’occasione per sapere da Quagliariello che ne pensa della morte di Moro. Aldo Moro venne sequestrato dalle Brigate Rosse, una organizzazione terrorista comunista, tenuto quasi due mesi prigioniero, processato e infine ammazzato. Sembra una storia inventata eppure è successa veramente. All’epoca avevo quasi 17 anni. La notizia del rapimento la venni a sapere che ero a scuola e notai una certa indifferenza degli studenti i quali erano stati maggiormente scossi dalla sparizione Lin Biao, un importante leader del partito comunista cinese, che dal rapimento Moro. Anni dopo venni a sapere che mio suocero si mise a piangere il giorno della notizia della morte di Moro. Vi erano dunque due mondi. Di questa situazione di frattura tra i giovani, il mondo degli adulti e i partiti politici Moro era consapevole. Lo testimonia il fatto che lui non rinunciò mai ad insegnare all’università, aveva canali aperti di confronto con i giovani di ogni tendenza e nel 1973 partecipò come semplice ascoltatore al primo convegno pubblico organizzato da CL titolato: “Nelle università italiane per la liberazione”. Come si capisce dal titolo era un’epoca dove o si parlava di politica o non si sapeva che altro dire. Tutti credevano di avere idee chiare e indiscutibilmente giuste. Ma come mai il partito che raccoglieva più voti degli altri e senza il quale non si sarebbe mai riusciti a fare un governo era percepito in modo così ostile? Per dare una risposta basta leggere sul sito Wikipedia la citazione di un discorso di Aldo Moro. Moro disse nel 1973 a un congresso della DC: “Per quanto si sia turbati, bisogna guardare al nucleo essenziale di verità, al modo di essere della nostra società, che preannuncia soprattutto una nuova persona più ricca di vita e più consapevole dei propri diritti. Governare significa fare tante singole cose importanti ed attese, ma nel profondo vuol dire promuovere una nuova condizione umana”. Io condivido questa frase, ma non può sfuggire che Moro aveva un atteggiamento sostanzialmente ottimista che dà la misura della impreparazione e del preconcetto di cui la DC, nel suo complesso, era vittima. Dopo la caduta del fascismo, il ritorno alla democrazia, la nuova fase politica del paese, l’entrata decisiva nella vita pubblica dei cattolici, il boom economico, sembrava che non ci fossero più problemi e che il futuro fosse pieno di promesse , anche se vi erano malesseri legati a congiunture, ad alleanze interne e internazionali. Non voglio con questo dire che la DC non avesse personale preparato e capace: era certamente il migliore. Semplicemente non si era resa conto di essersi messa in un vicolo cieco. In Italia si era infatti imposta una nuova religione che avrebbe soppiantato la vecchia dalla quale la DC traeva entusiasmo e capacità operativa. La nuova religione era il consumo, la modernità (di sinistra o di destra non importa), l’essere alla moda. La DC era stata l’artefice principale della trasformazione dell’Italia e l’inconsapevole veicolo di tale nuovo orientamento, ma paradossalmente ne pativa gli effetti sicché inevitabilmente diveniva il bersaglio di chi avesse qualche cosa di cui lamentarsi e soprattutto di chi soffriva lo scandalo della povertà, vista come fonte di tutti i mali. La prima conseguenza di tale male, la peggiore, era l’emarginazione sociale, ma anche l’oscurantista e testarda adesione alla chiesa cattolica, vista come ridicola con le sue cerimonie vecchie di 1000 o anzi 2000 anni. Anche i democristiani erano percepiti come reperti archeologici persino nel loro abbigliamento oppure come artefici della oppressione del proletariato. Per non dire che la parola stessa “democristiano” aveva una chiara accezione negativa come colui che porta a casa risultati senza mai arrivare allo scontro e con mezzi obliqui o discorsi incomprensibili. Per contro l’invettiva era diventata un valore, l’adesione a un gruppo che agisse come massa di manovra, preferibile, la P 38 ancora meglio. Come non vedere in tutto questo i prodromi della situazione attuale dove l’isteria è diventata comune e le vuote rivendicazioni dei “nuovi diritti” addirittura coscienza comune? Si capisce allora che le Brigate Rosse non erano un fenomeno principalmente politico, ma il segno della alienazione di chi non ha più contatto con la povertà, non della classe operaia, ma di sé stessi. Con le sue liturgie (il processo proletario, il mito della resistenza antifascista) intendeva accreditarsi come partito politico. Tanto per rendersi conto di quanto assurdo fosse il progetto politico basterebbe porsi due semplici domande: ma se fosse stato così facile istaurare la dittatura del proletariato ammazzando 10, 100, 1000 democristiani, non lo avrebbe fatto il PCI prima di loro? La seconda domanda: ma perché ammazzare Moro, che era l’artefice della maggiore apertura alla sinistra ed aveva approvato lo Statuto dei Lavoratori? A quella ondata di violenza che si preparava c’erano due risposte possibili, non in contrasto, ma anzi complementari. Una, culturale, etica e politica, era quella di Pier Paolo Pasolini, purtroppo del tutto incompreso sia dai democristiani, sia dai comunisti.

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