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Sugli Statali l’Opposizione chiama il Governo in Parlamento

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Una notizia passata quasi in secondo piano, quella dell’accordo segreto tra governo e sindacati. O almeno, l’intenzione dei firmatari era quella: far finta di non essersi mai incontrati il 5 aprile, il giorno prima della firma apposta a Palazzo Chigi sulle risorse economiche per i contratti pubblici e il Memorandum sul lavoro pubblico. Ma il quotidiano Italia Oggi ha pubblicato un documento riservato firmato dal Ministro Luigi Nicolais, dal sottosegretario Nicola Sartor e dai vertici sindacali di Cgil, Cisl e Uil. E il gioco è venuto alla luce.

“Quanto è accaduto è inaccettabile nel metodo e nel merito – hanno detto i senatori Gaetano Quagliariello e Maurizio Sacconi - Il Governo deve venire a rispondere urgentemente in Parlamento”. Nella missiva pubblicata ieri dal giornale diretto da  Franco Bechis, l’Esecutivo si impegna a riconoscere ai dipendenti dei ministeri in sede di rinnovo dei contratti 2006-2007 un aumento non inferiore a 101 euro medi mensili. Che corrisponde all’incirca a un aumento medio del 5%. Ma la legge finanziaria per il 2007 ha stanziato risorse complessive pari a 3,73 miliardi per i dipendenti dello Stato (corrispondenti a 6,78 miliardi se riferiti a tutto il settore pubblico). Tali risorse sono sufficienti per erogare aumenti pari al 4,46%. Peccato che il riferimento ai 101 euro non è compatibile con un valore percentuale del 4,46, alla lue del quale non sarebbe comunque possibile riconoscere ai “ministeriali” aumenti medi superiori a 90/95 euro.

L’accordo che volevano rimanesse riservato prevede che comunque le risorse complessivamente erogate non saranno superiori a quelle complessivamente stanziate dalla finanziaria e motiva i riconoscimento di aumenti medi non inferiori a 101 euro sulla base delle disponibilità derivanti dalla riduzione del personale in servizio, che consentirebbe a parità di risorse di riconoscere aumenti medi superiori a quelli precedentemente indicati. Sarebbe necessario, allora, dimostrare che nel 2006 si è verificato  un calo sensibile del numero dei dipendenti tale da giustificare quell’aumento.  Inoltre, anche ammesso che le risorse stanziate lo consentano sul piano finanziario, un ritocco del genere rappresenta un modifica sostanziale delle scelte politiche che il Governo e il Parlamento hanno compiuto in sede di manovra di bilancio, privo di qualunque giustificazione alla luce delle regole che dovrebbero governare le relazioni industriali anche nel pubblico impiego (accordi di luglio 1993): alla contrattazione nazionale spetta unicamente il riconoscimento dell’inflazione programmata con recupero dello scarto inflativo del biennio precedente al netto del peggioramento delle ragioni di scambio (ovvero l’inflazione importata). Tasso che per il biennio 2006-2007 è pari al 3,7%. Né l’aumento può essere giustificato in termini di risorse destinate a premiare gli incrementi di produttività visto che gli ultimi rapporti disponibili testimoniano, negli ultimi 5 anni, un incremento del retribuzioni di fatto del settore pubblico (quelle che incorporano gli effetti della contrattazione integrativa) quasi doppio rispetto a quello del settore privato (29% contro 15,1%).

“L’accordo tra il Governo e le Confederazioni sindacali sull'incremento medio di 101 euro per il pubblico impiego rivela il reato di circonvenzione d'incapaci perpetrato da abili burocrazie sindacali – si legge in un comunicato diffuso da Quagliariello e Sacconi -  con danno per il debito pubblico e per le possibilità di spesa alternative in favore di famiglie e imprese. La sua natura segreta è il sintomo che ci si vergogna degli impegni assunti. Gli oneri che conseguono dagli impegni scelleratamente sottoscritti risultano, infatti, ben superiori alla crescita delle retribuzioni del 4,46% fissato dalla Finanziaria e ribadito nell'accordo del venerdì di Pasqua il quale, di per sé, già aveva superato, e di gran lunga, il tasso d'inflazione programmato”. L'accordo riservato, secondo i due senatori di Forza Italia “rivela inoltre come il Governo si stia accingendo a spalmare su tutti in modo proporzionato il valore medio concordato, rinunziando a ogni diversificazione degli aumenti in relazione al merito: circostanza che presupporrebbe la tutela della funzione gerarchica della dirigenza rispetto alla quale il Governo ha invece deciso di subire il veto sindacale”.

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