Sul clima vince la linea americana
08 Giugno 2007
Gli Stati Uniti si erano presentati all’appuntamento mettendo sul piatto varie concessioni, inclusa la disponibilità – certo non facile da digerire per George W. Bush – ad accettare le Nazioni Unite come luogo negoziale e “cabina di regia” degli eventuali nuovi trattati. Più in là non potevano spingersi: neppure un presidente democratico l’avrebbe fatto. In particolare, per gli americani di entrambi i partiti è inaccettabile la logica degli obiettivi vincolanti, stabiliti internazionalmente e carati sul breve termine. Ciò si spiega in parte con le peculiarità del sistema legale americano, dove i trattati internazionali, una volta ratificati, assumono lo stesso valore delle legge nazionali, quindi vengono presi sul serio (non sempre questo accade in Europa, e il modo in cui Kyoto è gestito ne è la prova provata). E in parte la posizione americana è dovuta al desiderio di mantenere le mani politicamente libere, considerato che alcuni economisti cominciano a parlare di possibile rallentamento o recessione dell’economia.
Gli europei, invece, sono arrivati a Heiligendamm irrigiditi sulla loro pretesa di imporre a tutto il mondo, o almeno gli Usa, obiettivi vincolanti decisi da loro. In un certo senso questo era un atteggiamento obbligato: non farlo avrebbe significato ammettere l’inefficacia di Kyoto, la bandiera della politica ambientale ed energetica europea. E a un certo punto pareva che lo stallo non sarebbe mai stato superato.
Fortunatamente, alla fine il buonsenso ha prevalso e l’accordo raggiunto è l’ideale continuazione di quello siglato a Gleneagles nel 2005. Cioè la sostanziale affermazione delle tesi americane: la necessità di coinvolgere le economie emergenti (il cui peso sulle emissioni globali è importante e crescente, e presto sarà maggioritaria), l’adozione di un orizzonte di medio o lungo periodo, l’enfasi sull’innovazione e il trasferimento tecnologico, la convinzione che alla riduzione delle emissioni non si può sacrificare l’espansione della disponibilità di energia, vero driver dello sviluppo nel mondo.
Ancora una volta, insomma, quello che è emerso è l’isolamento e il carattere unilaterale delle politiche europee. L’America si è invece dimostrata, anche per una serie di mutamenti interni, determinata a giocare il suo ruolo anche nella lotta ai mutamenti climatici. Ma lo farà solo se la battaglia sarà condotta razionalmente, in maniera economicamente sensata e con un approccio inclusivo. Gli Usa non sono disposti a partecipare a sforzi isolati e, alla lunga, inutili: Kyoto è oggi il vezzo di un club di paesi industrializzati, senza alcuna speranza di successo o di sopravvivere alla naturale scadenza del 2012. L’accanimento terapeutico sul protocollo è un mero esercizio di tafazzismo europeo.
