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Sul fisco Montezemolo c’azzecca solo quando dà ragione a Bossi

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Ad ulteriore dimostrazione che Bossi, come spesso gli capita, avesse torto nella forma ma non nella sostanza, anche Luca Cordero di Montezemolo, Presidente, come noto, della Confindustria, riafferma, nella sostanza che questo Stato non vale quel che costa.

Lo si sapeva abbondantemente, ma fa sempre piacere sentirlo dire. Questa, purtroppo, e benché non espressa esplicitamente, è una delle poche cose condivisibili nel suo intervento sul Corriere. Nel quale, oltretutto, più di ciò che è detto, spicca quello che non viene detto. Ovvero quello che manca. E chi qui è del tutto assente è il comune contribuente. Di esso Montezemolo non si occupa. Quasi a dire, implicitamente, che gli industriali non condividono la politica fiscale del governo ma che, se essa dovesse cambiare nella prospettiva di alleviare il carico fiscale alle imprese, ovviamente per favorire il rilancio della competitività dell'Italia nei confronti degli altri paesi Ue, tale atteggiamento potrebbe anche cambiare.

La linea di politica economica che implicitamente emerge è quindi quella che il carico fiscale può restare inalterato nei confronti dei comuni contribuenti e che il rilancio non necessita tanto di un incremento della domanda favorito dalla diminuzione delle aliquote Irpef, quanto di una politica fiscale più attenta alle esigenze della media e grande imprenditoria. Ma la disattenzione del Presidente della Confindustria nei confronti dei piccoli imprenditori e dei comuni contribuenti si misura anche su un altro degli argomenti trattati. Giustamente Montezemolo richiama l'attenzione sugli sprechi, sulle inefficienze del nostro stato, dei suoi tanti enti, e sul fatto che esistono "17.500 consiglieri di amministrazione di società pubbliche e 180 mila eletti che vivono di politica" i quali sono lì riciclati per sottrarre risorse alla scuola, alla ricerca e alla sicurezza, ma si dimentica di parlare di elusione e dei tanti incentivi che questo stato sprecone generosamente corrisponde al mondo della grande impresa falsando quelle regole della concorrenza che a parole gli stanno tanto a cuore.

Nel denunciare i misfatti di questo stato e la demagogia della lotta all'evasione, nel dire che il suo costo e quello del debito pubblico rende oscuro ed incerto il futuro dei giovani e ardua ogni competizione con un mondo che prende in considerazione sempre più attenta la possibilità di una flat tax, Montezemolo ha ancora una volta ragione. E tuttavia sarebbe il caso che prendesse in considerazione anche un'altra circostanza perniciosa perlomeno quanto l'esistenza dello stato sprecone. Una circostanza abbondantemente nota, che in molti osservatori per nulla avversi al mercato genera preoccupazioni sulla possibilità di tenuta del sistema di mercato nel lungo periodo, e che si associa alla crescente instabilità di quei sofisticati mercati finanziari i cui fallimenti si riversano sulla massa dei risparmiatori meno avvertiti nei quali la sete di guadagno si mescola in maniera indistinguibile con l'ingenuità e con la fiducia nel mercato e nelle banche.

In questi ultimi decenni il divario tra le retribuzioni dei medi e comuni dipendenti e quello dei managers di medio ed alto livello è aumentato a dismisura, e ovviamente a favore di quest'ultima categoria. Una sua riduzione potrebbe, ad esempio, essere utilizzata per investimenti nella ricerca e per dare un sensibile contributo all'auspicato rilancio della medesima affiancando il settore privato a quello pubblico. Ma più che altro Montezemolo dovrebbe tener presente che il parlare degli imprenditori degli sprechi dello stato senza parlare della sproporzione tra i livelli salariali non li mette in buona luce. Le marcate asimmetrie nella distribuzione del reddito, per quanto giustificate dalla necessita di assicurarsi ottimi managers nel mercato estremamente concorrenziale dei medesimi e dall'inefficienza istituzionale, nel medio e lungo periodo hanno effetti negativi sulla tenuta sociale del sistema. Effetti che generano un senso di sfiducia e che non sono meno pericolosi dello stato sprecone. Quando stato ed imprenditori chiedono sacrifici senza che se ne vedono i risultati si finisce per credere che quei sacrifici servano soltanto per mantenere i 180 mila politici trombati citati da Montezemolo e l'acquisto di barche, aerei, ville e Ferrari. Se si associa a questo la dimenticanza dell'esistenza dei piccoli e medi contribuenti, vessati dal fisco quanto gli imprenditori, ed in possesso di strumenti meno sofisticati ma ugualmente cari per difendersi dalla sua inesauribile voracità, apparirà anche chiaro che la giusta ed opportuna lotta degli imprenditori per uno stato più efficiente e meno sprecone, non può essere fatta e portata a termine con successo senza alleati. Diversamente rischia di diventare, o per apparire, una lotta per la petizione di insostenibili privilegi.

È possibile e comprensibile che le conoscenze di Montezemolo sul mercato e sulla concorrenza si siano fermate a Schumpeter e alla sua teoria della funzione creatrice dell'imprenditore. Ma se tutti sappiamo quale sia la creatività degli imprenditori italiani e se tutti siamo a conoscenza di quali ostacoli incontri oggi l'innovazione in Italia, non si può dimenticare la propensione di tanti italici imprenditori a ricercare oasi di monopoli privati; come si usa dire, a privatizzare gli utili e a socializzare le perdite. Schumpeter, per altri versi, non era un buon maestro; e per chi, seguendo Smith, ama il mercato nonostante i macellai e i panettieri (gli attuali imprenditori), le cose sono un po' diverse: la precedenza comunque va riservata ai più modesti consumatori e a quanti devono pagare le tasse senza aver la speranza di servirsi di adeguate competenze per poterle eludere.

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