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Le ombre del Libro bianco

Sul welfare Sacconi dice una mezza verità

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In un periodo di crisi come quello attuale e in un contesto di medio-lungo periodo fatto di crescenti bisogni sociali (anzitutto per l’invecchiamento della popolazione e per l’incognita dell’immigrazione), il Libro Bianco sul Welfare ha il merito di riconoscere le grandi sfide che aspettano il futuro del nostro paese e di indicare i sentieri lungo i quali innovare il sistema di protezione sociale italiano.

Su più aspetti, il documento che il ministro Sacconi ha presentato la scorsa settimana pone con coraggio l’accento sulla necessità di aprire al mercato il modello sociale, in una logica pienamente sussidiaria: vale per le pensioni, la sanità, gli ammortizzatori sociali. Non viene elusa la grande questione della frattura tra Nord e Sud del paese e le conseguenze che questa ha sul welfare e sul mercato del lavoro. La proposta di “federalizzare” la contrattazione collettiva, ad esempio, rappresenta un obiettivo di primaria importanza, di portata pari se non superiore al progetto di federalismo fiscale che si va implementando in questi mesi.

Ma se gli obiettivi di medio-lungo periodo sono giusti e apprezzabili, il contrasto tra il “welfare del futuro” e l’analisi che viene fatta dell’esistente lascia l’amaro in bocca. Anzi, induce più di una perplessità. Sugli ammortizzatori sociali (a pagina 35 del documento) il Libro Bianco propone un modello profondamente diverso da quello oggi esistente e a questo alternativo, ma poi elogia la particolare efficacia dello status quo. Sacconi indica per il futuro la via di un sistema di protezione del reddito dei disoccupati di carattere universalistico, esteso a tutti i lavoratori subordinati e parasubordinati, “decrescente nel tempo e modellato sull’attuale indennità di disoccupazione”. Insomma, un meccanismo automatico e unico, rivolto a tutti i lavoratori, indifferente al settore produttivo e alle dimensioni dell’azienda, sottratto alla discrezionalità della politica, interessato alla protezione del reddito del lavoratore disoccupato e alla promozione della sua “occupabilità” futura.

Bene, anzi male, perché accanto a questo il Libro Bianco sottolinea – appena qualche capoverso sopra - come la recessione in corso abbia “evidenziato la necessità di una adeguata pluralità di strumenti di integrazione del reddito, inclusa la conferma di quelli tradizionali ancorati alla sopravvivenza del rapporto di lavoro e concessi sulla base di un negoziato tra le parti sociali.” E’ l’elogio di un sistema diametralmente opposto a quello prima immaginato, consegnato alla discrezionalità della politica e delle parti sociali (quella che oggi concede una robusta e prolungata cassa integrazione straordinaria ai dipendenti Alitalia e non protegge i precari delle piccole aziende), focalizzato sul mantenimento del posto di lavoro e composto da una giungla di strumenti diversi che si rivolgono a categorie diverse.

Grazie a questo schema, dice il Libro Bianco, si è potuta “conservare vitale – seppure in posizione di attesa – la base produttiva e occupazionale”. Al contrario, “se vi fosse stata una prevalenza di ammortizzatori automatici connessi al licenziamento, si sarebbe di fatto incoraggiato il ridimensionamento strutturale degli occupati”. Se questo è il merito degli strumenti attuali, c’è da chiedersi perché Sacconi immagini una riforma per il futuro che sostituisca questa cassetta degli attrezzi tanto portentosa proprio con degli ammortizzatori automatici connessi al licenziamento.

La verità – e il ministro lo sa bene – è che un buon modello di welfare non dovrebbe avere come obiettivo la conservazione statica dei posti di lavoro, anche e soprattutto quando l’azienda è decotta e andrebbe lasciata fallire o ristrutturarsi, ma il sostegno del reddito dei disoccupati e il reinserimento, quanto più rapido possibile, nel mondo del lavoro. Bisogna salvare le persone, non i posti di lavoro. Il modello che ci ritroviamo, invece, osannato nel Libro Bianco e nelle parole di Sacconi e di Brunetta (che ha definito gli ammortizzatori sociali italiani i migliori del mondo), contribuisce ad una profonda distorsione economica, perché sussidia il mantenimento dei posti di lavoro dove questi sono oggi e impedisce all’economia di ristrutturarsi e spostare le risorse verso impieghi più efficienti e produttivi. Così facendo, si permette forse la sopravvivenza di oggi ma s’inibisce la crescita di domani.

Nessuno avrebbe preteso che, in pochi mesi, il Governo rivoltasse come un calzino il sistema degli ammortizzatori sociali e consegnasse al paese il modello che Sacconi propone. E’ già una buona cosa l’aver reperito, con variazioni di bilancio e non con nuove tasse o ricorso al deficit, 8 miliardi di euro per il finanziamento degli ammortizzatori in deroga, ampliando così i beneficiari degli strumenti tradizionali.

Ma sarebbe stata preferibile maggiore onestà intellettuale nel Libro Bianco. Se ci avessero detto “abbiamo fatto quel che potevamo con ciò che avevamo, ma questo ci stimola ad accelerare le riforme”, avremmo senz’altro apprezzato il coraggio di tali affermazioni e scelte. Non è pignoleria. E’ l’auspicio affinché si passi, quanto più rapidamente possibile, dalle parole ai fatti.

 

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