Sulla riforma del lavoro la vera svolta è la caduta di un tabù: la concertazione

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Sulla riforma del lavoro la vera svolta è la caduta di un tabù: la concertazione

26 Marzo 2012

La decisione di attuare la riforma del mercato del lavoro con un disegno di legge, come è stato osservato dal segretario del Pdl Angelino Alfano, comporta un indebolimento del governo Monti come governo tecnico. Infatti esso non fa ricorso all’iter del decreto legge che aveva sin qui utilizzato, anche se in questo caso vi erano, come per gli altri, i requisiti di necessità ed urgenza trattandosi di un provvedimento richiesto dalle autorità europee, già nella scorsa estate. Fa ricorso alla procedura legislativa ordinaria, in cui il ruolo del parlamento si dispiega in tutta la sua pienezza.

Così, assieme ad incertezze, è ritornato, più presto che si pensasse, il tempo della politica in cui ciascun movimento politico deve dispiegarsi con la propria identità. Quella del Pd è molto nebulosa. E questo è il dato che più emerge, a questo punto, dato che è proprio dal Pd che vengono le maggiori difficoltà ad approvare il testo di Monti, sebbene, paradossalmente, esso ricalchi, con modifiche, uno schema nato in seno al Pd. Cioè quello del senatore, professor Ichino, in cui Elsa Fornero, almeno storicamente, crede.

Dico subito che non è la mia impostazione, che è ideologicamente diversa, essendo fondata su criteri di economia sociale di mercato, in cui il contratto di lavoro non nasce al vertice, ma nella comunità dell’impresa ed in cui il lavoratore è perciò parte di una comunità, un soggetto umano, non un mero fattore di produzione. Il che non va confuso con il diritto corporativo, che ingessa il mercato.

Non si può negare che questo disegno di legge faccia dei passi avanti, sia dal punto di vista del metodo, che della sostanza. Per il metodo, esso è positivo, perché nasce da una dichiarazione di autonomia del governo, rispetto alle parti sociali, che esso ha consultato ma al cui consenso, giustamente, non si ritiene vincolato. Non siamo (più) in regime neo-corporativo. Il vero tabù che è caduto in questo lungo confronto, che andrà avanti in Parlamento, è quello della concertazione, su cui hanno sempre giocato sia i sindacati che Confindustria. Questa è la vera svolta di cui tutti dovranno prendere atto.

La concertazione era stata messa in discussione solo da Bettino Craxi a metà degli anni Ottanta e allora fu considerato, soprattutto a sinistra, una sorta di scandalo. E’ stata messa in discussione da Berlusconi e anche questo ha fatto scandalo. Oggi , anche nel Pd, sia pure non tutti, hanno scoperto che quella era la strada giusta, con un po’ di ritardo perché all’inizio della seconda Repubblica fu Carlo Azeglio Ciampi , con il primo governo di marca post comunista, appoggiato dalla Cgil a riprendere la linea della concertazione. E i presidenti di Confindustria, da Luca Cordero di Montezemolo fino a Emma Marcegaglia, hanno sempre battuto quella strada, patteggiando con la Cgil.

Considerando questo governo come un prodotto della sinistra, potrei dire che l’esecutivo, volendo la coesione, in un certo senso ha sconfitto l’ideologia che difende. La concertazione ora è morta: perché anche il governo tecnico sostenuto dalla sinistra, che sino ad ora aveva –a dir poco- trescato con la concertazione, adesso la respinge. Nel disegno di legge Monti sul lavoro c’è qualche passo avanti anche nella sostanza perché in linea di principio il reintegro dei lavoratori nel posto di lavoro vale solo per i motivi discriminatori, come nello spirito originario dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, che riguarda i diritti di libertà. Pertanto si può aggiungere che siamo di fronte a un fatto storico, con la sinistra ex comunista, che oggi, senza dirlo apertamente, riconosce i meriti dello spirito originario di quello Statuto voluto da Giacomo Brodolini e dai socialisti riformisti.

È un po’ nebuloso l’aspetto dei licenziamenti disciplinari, per i quali in linea di principio, nei casi gravi, è valido il licenziamento. Ma nei casi lievi vi è il reintegro. E la decisione spetterà al magistrato, con un iter processuale da definire. Occorrerà quindi aspettare il testo definitivo della riforma per avere un giudizio più chiaro.

Per quanto riguarda i licenziamenti per motivi economici si poteva scegliere una formulazione differente, che, per le modalità, facesse riferimento ai contratti aziendali, nell’ambito del criterio nazionale per cui per essi vale l’indennizzo. Per altro, c’è un atteggiamento restrittivo, quasi punitivo, su tutta la materia dei contratti di lavoro atipici , del cosi detto precariato. Ciò sia per quanto riguarda i contratti a termine, che quelli a tempo determinato, che quelli con soggetti dotati di partite Iva. E’ paradossale che per liberalizzare si stabiliscano nuovi vincoli e controlli e nuovi tributi In questo caso si è fatto un passo indietro.

Ma qui salta fuori l’impostazione di fondo, l’ideologia di Elsa Fornero e di Pietro Ichino, che è legata a un contratto nazionale di diritto pubblico. In questo caso, anche se Mario Monti dice di essere un fautore all’economia sociale di mercato, non ne viene rispettata la premessa: in una società privata, il principio di sussidiarietà viene prima dello Stato e delle istituzioni di vertice. Per fare un contratto aziendale di part time, un contratto a termine, non si dovrebbe ricorrere al diritto pubblico, che lo guarda con sospetto, perché ambisce a un contratto unico tipizzato valido erga omnes. Si dovrebbero poter fare contratti di lavoro autonomo secondo il diritto del codice civile.

In particolare mi pareva errata l’impostazione con riguardo alle partite Iva. Infatti la distinzione fra contratti di soggetti con partite Iva vere e con partite Iva fittizie, che nascondono un rapporto di lavoro dipendente, non può riguardare il numero dei clienti del soggetto Iva, ma il fatto se il prestatore di servizi opera o meno all’interno di una organizzazione, se ha o meno un rapporto gerarchico con chi gli richiede il servizio, ossia se è o meno un subordinato.

Comunque l’idea di “punire” i contratti del cosiddetto precariato per accrescere l’occupazione a tempo indeterminato, mi pare errata e pericolosa, soprattutto in un periodo di recessione.

A parte le decisioni che vorrà prendere il parlamento, tornando a fare politica, ho la sensazione che tutto questa impostazione verticista sui contratti di lavoro, non reggerà nella società, ora che è caduta la concertazione. Anche l’aumento del contributo del datore di lavoro nel contratto a termine e nelle altre forme contrattuali alla fine penso che non reggerà. Adesso, il prossimo traguardo è quello della prevalenza del contratto aziendale. E lì c’è già l’articolo 8 del decreto estivo dello scorso anno, voluto dall’allora ministro Sacconi, che traccia la strada. Questa dei contratti aziendali, è sopratutto una sfida per la Confindustria di Squinzi. La facoltà di farli, con modalità ad hoc, è essenziale per attrarre gli investimenti esteri.

E’ però, una condizione permissiva, ma non sufficiente. Ci sono ancora tanti di quei vincoli da eliminare. Si sta varando una riforma di un sistema fiscale nel quale le imprese dovranno ancora pagare l’Irap, imposta sconosciuta all’estero. Occorre dividerla in due, una parte sui redditi di impresa, un’altra sui costi del lavoro. La prima sarà detraibile nel paese d’origine dell’impresa estera, in base ai trattati sulla doppia imposizione internazionale. Poi ci sono vincoli di ogni tipo e la lunghezza dei processi civili, con una magistratura arbitraria.

La legislatura sta per finire. Concludo sottolineando che è tornato il tempo della politica, in parte con le decisioni in parlamento, da prendere con prudenza, tenendo conto del fatto che siamo ancora in emergenza. Ma soprattutto con una linea propositiva per il futuro.