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Un anno di Occidentale/"Cultura"

Sulla riforma Gelmini e sulla differenza tra democrazia pluralista e liberale

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I fatti di Londra e di Roma, con la messa a fuoco del centro storico e la violenta protesta di piazza scatenata da gruppi sociali che contestano le leggi discusse in Parlamento, la maggioranza che le approva, la permanenza in carica dei governi rei di calpestare interessi vitali della società civile, inducono a riflessioni amare sul futuro della democrazia in Europa. Un tempo si diceva che il potere legislativo era in grado di far tutto tranne che di trasformare un uomo in una donna, oggi esso appare oggettivamente limitato dalla facoltà di veto di categorie - sindacati operai e industriali, studenti, associazioni professionali, enti locali, strutture amministrative etc. - che fanno valere il primato dei ‘diritti’ sulle leggi.

E’ il ‘Gulliver incatenato’ già altre volte rievocato in queste pagine. Nella political culture egemone, che non è quella condivisa dalla maggioranza degli elettori ma quella che si è ormai affermata nelle università, nei dibattiti televisivi, nei grandi organi di informazione - dalla ‘Repubblica’ di Ezio Mauro a ‘La Stampa’ di Mario Calabresi - il binomio «pluralismo e diritti» sembra voler ridurre drasticamente il potere e la libertà del legislativo, un tempo espressione della ‘volontà generale’: si sostiene che ci sono interessi e valori, dall’istruzione alla sanità, dagli statuti dei lavoratori alla tenuta sotto controllo pubblico dei mercati, che non possono venir messi ai voti. I rappresentanti del popolo, in questo stile di pensiero, hanno un potere limitato e, per ogni riforma che in qualche modo alteri gli equilibri sociali, debbono ottenere il consenso delle parti.  E’ il pluralismo, bellezza!, si dice da parte dei critici dell’«onnipotenza delle maggioranze» (parlamentari). Ed anzi, quanti confondono il liberalismo col pluralismo sono portati a ritenere che i vincoli (spesso corporativi) posti alla libertà dei governi siano iscritti nella filosofia politica che fu di Constant, di Tocqueville, di Einaudi.

In realtà, non c’è nulla di più falso: il liberalismo classico voleva uno Stato ‘magro’ con competenze ben definite e delimitate e, proprio per questo, agile e forte, al servizio dei ‘diritti degli individui’ come singoli; il ‘pluralismo dei contemporanei’, invece, non guarda agli individui ma alle categorie sociali, professionali, etnoculturali etc., che vuol preservare e proteggere contro la dissoluzione che incombe su tutte le cose. E, va detto, legittimamente giacché se la democrazia ha un senso e, nell’accezione tocquevilliana e nordamericana, non significa elevamento culturale e materiale degli individui (realizzato, ovviamente, non dagli individui stessi, ignoranti e indigenti, ma dalle élite politiche e intellettuali che sanno ciò che è meglio per loro), ma registrazione dei loro bisogni ‘soggettivi’, non deve costituire motivo di scandalo che a volte i cittadini chiamati alle urne vogliano andare avanti e altre volte fare un passo indietro: nella polis liberaldemocratica, la conservazione ha gli stessi diritti del progresso, Edmund Burke e John Stuart Mill vi sono entrambi cittadini pleno jure.

A distinguere il liberalismo dal pluralismo non è il concorde riconoscimento degli interessi spesso conflittuali delle varie categorie sociali ma il fatto che il secondo tende a ‘giuridicizzarli’, a conferire alle associazioni che se ne fanno portatrici  un potere di veto laddove il primo conosce solo il Parlamento come locus privilegiato in cui si prendono le decisioni collettivamente vincolanti, ovvero si confezionano le leggi. Alla base di queste diverse Weltanschauungen stanno diverse ‘affinità elettive’: il liberalismo  ha un trasporto antico per la ‘rappresentanza’, ignota alla ‘democrazia degli antichi’ e caratteristica di una società civile in cui i cittadini, impegnati nella rete di relazioni di ogni tipo che si formano dal basso, affidano ai professionisti della politica il compito di regolare il traffico sociale; il pluralismo, diffidente delle mediazioni politiche in nome della concretezza della vita, pone l’accento sulla ‘partecipazione’ dei ’produttori’(in senso lato) ovvero sull’intervento diretto nel processo decisionale dei settori interessati alle riforme che i governi sono costretti a mettere in cantiere, dinanzi alle sfide e alle trasformazioni continue che si registrano all’interno o all’esterno dei sistemi politici.

 Con buona pace dei retori delle dottrine politiche, portati a credere che tutte le ‘cose buone’ si attraggano con la forza irresistibile delle calamite, si tratta di visioni del mondo assai diverse. Negli Stati Uniti, visitati da Tocqueville, rappresentanza e partecipazione, liberalismo e democrazia, potevano conciliarsi solo in virtù di un’ampia gamma di valori comuni ai vari soggetti sociali e politici e suscettibili di contenere il conflitto in argini sicuri.

Come si legge nella prima Democrazia in America, quella del 1835: « Ciò che si intende per repubblica negli Stati Uniti è l'azione lenta  e tranquilla della società su sé stessa. E’ una condizione normale fondata realmente--sulla volontà illuminata del popolo. E’ un governo conciliatore, in cui le risoluzioni maturano lungamente,. si discutono con lentezza e si eseguono con coscienza. I repubblicani negli Stati Uniti apprezzano i costumi, rispettano le credenze religiose, riconoscono i diritti. Essi professano l'opinione che un popolo deve essere morale, religioso e moderato in proporzione alla sua libertà. Ciò che si chiama repubblica negli Stati Uniti  è il regno tranquillo della maggioranza. La maggioranza, dopo che  ha avuto il tempo di riconoscersi e di constatare la propria esistenza, diviene la fonte comune dei poteri. Ma la maggioranza, di per sé  stessa, non è onnipotente. Al di sopra di essa, nel campo morale, si  trovano l'umanità, la giustizia e la ragione; nel campo politico, i  diritti acquisiti. La maggioranza riconosce queste due barriere e, se le capita di superarle, è perché essa ha delle passioni, come ogni  uomo, e perché, come lui, essa può fare il male pur discernendo il  bene».

Quando «costumi»,«credenze religiose»,«diritti» non vincolano più l’agire individuale e collettivo, quando «nel campo morale, l’umanità, la giustizia, la ragione» e,«nel campo politico, i diritti umani» vengono intesi in maniera diversa sicché le loro interpretazioni introducono lacerazioni profonde nella società e nel sistema politico, l’incompatibilità dei modelli di vita fa sì che l’endiadi ‘pluralismo e partecipazione’ da espressione fisiologica della ‘democrazia dei moderni’ ne diventi la più manifesta patologia.

L’irruzione degli interessi organizzati con pretese di rilievo costituzionale si traduce allora in un riconoscimento ufficiale che può assumere tre forme:
1-il mutualismo alla Proudhon ovvero la libera federazione delle categorie dei produttori che, rifiutando l’astratta democrazia in cui si vota ‘al buio,’senza conoscere chi si vota e quali programmi di governo usciranno dalle urne, contrattano, di volta in volta, i termini di scambio di beni e di prestazioni - in Catalogna, nel corso della guerra civile, furono sperimentate comunità ispirate all’anarchismo mutualista;
2-il corporativismo fascista ovvero il disciplinamento e la ‘statalizzazione’ delle categorie dei produttori elevati, sì, a soggetti pubblici, ma ritenuti incapaci di perseguire liberamente e autonomamente (a differenza che nel modello proudhoniano) l’interesse pubblico e quindi bisognosi di una forte volontà ‘esterna’ che ne coordini e sincronizzi i movimenti, convogliandoli verso mete comuni (nazionali);
3- la democrazia all’italiana fondata sulla ‘costituzione materiale’, volta ad assicurare la compresenza di elementi corporativi - ribattezzati come ‘i soggetti del pluralismo’ - e di detentori dei diritti di una cittadinanza, svincolata dai ruoli produttivi e legata a una rappresentanza «senza vincolo di mandato».

 Si tratta di tre modelli che si formano nel «ventre del pluralismo» anche se poi differiscono l’uno dall’altro: il primo e il terzo presuppongono la libertà politica, rifiutata dal secondo; il primo e il secondo ignorano un cittadino che non sia riducibile all’«uomo concreto» nella ricchezza delle sue determinazioni e ruoli sociali (lavoratore, padre, credente, tifoso etc.);il secondo e il terzo non credono che si possa fare a meno dello Stato (onnipotente nel secondo, limitato nel terzo). Al di là di queste divisioni, tuttavia, ci sono la diffidenza e il rifiuto netto di una concezione (liberale) della democrazia intesa come produzione di leggi ‘generali’ che, come la frittata dell’abusata metafora, non possono venir preparate senza rompere le uova degli interessi ‘particolari’.
 A leggere senza paraocchi ideologici i fatti di Londra e di Roma - e prima ancora di Parigi - si è indotti a prendere atto che, in tutte le sue versioni, il pluralismo antiliberale, finisce per difendere, sotto mentite spoglie progressiste, l’esistente e la riprova sta nel fatto che, nel nostro paese come in Francia e come in Inghilterra, le piazze non si sollevano se «tutto rimane come prima» ma solo se si profila un qualche cambiamento significativo in un qualsiasi ambito della vita pubblica.
 Nella political culture italiana, però, il pluralismo malato è reso ancora più grave da un riflesso condizionato corporativo, che forse è un retaggio malsano della pur grande civiltà comunale. In base ad esso sono i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari che debbono dare il loro consenso alla riforma del sistema ospedaliero, sono i professori e gli studenti a decidere della natura e delle finalità dell’istruzione pubblica. Beninteso, in una democrazia che si rispetti, le varie categorie professionali vanno doverosamente consultate e ogni ministero, ogni ramo del Parlamento, dovrebbe disporre di uno staff di esperti che illustrino i problemi quasi sempre molto complessi dei vari settori in cui si articola la comunità nazionale. Ciò non comporta, tuttavia, che l’interesse collettivo sia definito dal giudizio dei competenti: non sono i medici a dover fare la riforma della sanità, né i professori e gli studenti quella della scuola giacché al sistema sanitario al sistema educativo sono interessati tutti i cittadini ai quali si chiede, attraverso il prelievo fiscale, di mantenere medici e professori e che saranno le prime vittime di ospedali che non funzionano e di scuole degradate. Nella democrazia liberale, le ‘competenze’ vengono ascoltate ma poi decide sovranamente il Parlamento, nella democrazia pluralista il Parlamento diventa il notaio che registra gli accordi raggiunti dai sunnominati ‘soggetti del pluralismo’.
 Al di là delle attuali poste in gioco, temo che lo ‘scontro di civiltà’ in atto sia questo e che, ormai, al di là degli slogan elettorali, delle campagne di moralizzazione, dei passaggi di campo da una coalizione all’altra, dei personalismi e dell’innegabile degrado della classe politica (di destra e di sinistra) si fronteggino due versioni incompatibili della democrazia: quella rappresentativa liberale espressa «oggettivamente» da Berlusconi (dove oggettivamente significa: al di là delle intenzioni e delle formulazioni teoriche) e quella pluralista segnata dal mito della ‘rilevanza costituzionale della piazza’. Un esempio non poco significativo della seconda è l’editoriale apparso sul quotidiano che fa capo al più grosso gruppo industriale del paese. A commento della sommossa romana del 14 dicembre, scrive Calabresi sulla ‘Stampa’: « La politica chiusa nel Palazzo consuma la resa dei conti che aspetta da mesi: grida, si insulta, si conta e poi festeggia. Fuori la città brucia. Le porte del Palazzo vengono sprangate, a separare due mondi che sembrano vivere in galassie lontane anni luce.|….| la politica si blinda, si preoccupa di costruirsi una ‘zona rossa’ per stare al sicuro, per lasciare fuori non solo i facinorosi ma tutti gli italiani, e poi dentro litiga, sbraita, eccita gli animi e non sembra in grado di produrre alcuna soluzione». Il peccato mortale dell’attuale governo, in quest’ottica, sarebbe quello di non stare a sentire ‘la gente’, il ‘paese reale’, di andare avanti imperterrito per la sua strada, di impedire alla protesta di irrompere nell’aula di Montecitorio e di dichiararvi decaduti i ministri in carica, come avrebbe voluto fare il mob parigino nel giugno del 1848 quando ne fu impedito dal bieco generale Cavaignac.

A Calabresi fa eco Giuseppe D’Avanzo sulla ‘Repubblica’ del 18 dicembre: il decreto Gelmini, si legge nell’editoriale La speranza e i manganelli, «si è trasformato nella rappresentanza dell’indifferenza dei governanti per i governati, dell’incapacità del potere di ascoltare chi è in difficoltà e impaurito. E’ ormai l’allegoria del disinteresse della politica per la sofferenza del mondo del lavoro, per lo smarrimento di chi, colpito da una catastrofe (un terremoto, la crisi dei rifiuti) è stato abbandonato a se stesso».

A leggere con attenzione i due articoli, se ne conclude che non ci troviamo dinanzi a diverse (e legittime) valutazioni di misure politiche governative ma a un modo di intendere la convivenza civile, il ruolo dello Stato, i diritti dei cittadini con il quale non è possibile intavolare un serio e costruttivo confronto politico.

Si possono avere motivate riserve su determinate leggi , infatti, ma, nella ‘società aperta’ dovrebbe essere pacifico:
1. che le leggi ’cattive’ - quelle che non ci piacciono-- non pertanto sono incostituzionali;
2. che, buone o cattive, le leggi debbono essere approvate dal Parlamento e non col nulla osta della piazza;
3. che la «legittimità», in democrazia, coincide con la «legalità» ovvero col rispetto delle procedure in base al quale prendono le decisioni quanti hanno titolo per farlo, essendo stati eletti liberamente dal popolo sovrano;
4. che ritenere che oltre e al di sopra dei ‘rappresentanti’ vi sia una «volontà génerale» di cui sono espressione quanti riempiono le vie con i loro cortei e le loro bandiere significa avere in mente una democrazia di tipo ‘fascista’ o ‘comunista’;
5. che auspicare - come fanno i Calabresi, di D’Avanzo, i Mario Deaglio - il ‘venirsi incontro’ della rappresentanza nazionale e dei gruppi antagonisti - portatori di ‘sofferenza’ - e anzi farne quasi un dovere morale vuol dire azzerare un diritto politico fondamentale: quello del sostenitore di una qualsiasi riforma che non pretende di imporla in nome della sua ‘bontà’ ma esige di metterla ai voti, rifiutando ogni accordo che ne stravolga la ratio;

In realtà, sia Calabresi che D’Avanzo, al di là del loro disinteressato (!) invito a costruire ponti tra rive incompatibili, finiscono per sostenere, come scrive Piero Ostellino nell’articolo I diritti e la legge - v. il ‘Corriere della Sera’ del 18 dicembre--«la rivendicazione, da parte di gruppi di ogni categoria sociale, dei propri diritti corporativi, ogni volta che siano toccati dalla politica» nonché «la pretesa che il Parlamento ridiscuta con loro le scelte fatte ad ogni stormire di manifestazione, pena la ‘separazione’ del Paese reale dal Paese legale e il rischio di violenze».

«Se questa è democrazia!» Anzi, no: questa è democrazia ma è la democrazia pluralista non quella liberale.


 
 


 

 

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