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Sulle culture presenti in Costituzione ora tutti i nodi vengono al pettine

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Stiamo assistendo alla fine di un mondo e, soprattutto, di un grande ‘compromesso storico’, l’unico veramente degno di questo nome: il compromesso tra liberali, social-comunisti e cattolico-sociali che portò alla Costituzione italiana, un testo in cui, come nella manzoniana Valle di Giosafat, ci son tutti, a cominciare dai padri del pensiero politico e giuridico moderno: Locke e Stuart Mill, Proudhon e Marx, Mazzini e Cattaneo, Lamennais e Leone XIII. La libertà e l’eguaglianza, l’individualismo e la solidarietà, il capitalismo e il dirigismo, un pizzico di Hayek e un robusto condimento di Keynes, le esigenze della Confindustria e le rivendicazioni sindacali, il mercato e il controllo statale dell’economia riuscirono a convivere, più o meno conflittualmente, almeno fino alla caduta del Muro di Berlino e, in seguito, fino alla globalizzazione.

Paradossalmente a imporsi fu la political culture del partito più esile ed elettoralmente minoritario della storia dell’Italia repubblicana, il Partito d’Azione,un partito che sin dal tempo dei suoi nobilissimi antenati, a cominciare da Carlo Rosselli, aveva coniugato liberalismo e socialismo (il socialismo liberale di GL, il liberalsocialismo di Guido Calogero e di Aldo Capitini etc.), diritti individuali e diritti sociali, democrazia e garantismo. A sconfiggere quella formazione furono, da un lato, una forte caratterizzazione laicista—perdente in un paese in cui le parrocchie, come si disse sia pure con molta esagerazione, controllavano persino il respiro di credenti—e, dall’altro, uno stile da ‘destra storica’, in cui si congiungevano una formazione intellettuale di altissimo livello, soprattutto nel campo delle Humanities, e (mediamente) un’onestà personale e un senso dello Stato che, in considerazione dei costumi disinvolti della nostra ‘società civile’ e dei suoi degni rappresentanti, ne facevano degli ‘anti-italiani’,severi e intransigenti censori  della corruzione a tutti i livelli della vita pubblica – inevitabile in ogni democrazia ma dilagante senza ritegno nella nostra.

L’etica e l’estetica azionista furono cancellate dal teatro parlamentare ma la politica azionista non solo sopravvisse ma diventò, in sostanza, la filosofia del partito cattolico di maggioranza e dei suoi alleati ‘laici’ di centro-sinistra. Si trattava, in parole povere, di una perenne spola tra Confindustria e sindacati, di un ‘bargaining’ permanente che, nel venir incontro a tutte le parti sociali, perpetuava e consolidava quel ‘sezionalismo’ sul quale aveva scritto tante pagine Luigi Einaudi, preoccupato dall’accordo truffaldino tra i reali poteri sociali forti (industriali, agrari, chiesa, classe operaia etc.), realizzato a spese dei diritti individuali e della corretta gestione di un’economia libera.

Finché c’erano un po’ di soldi in cassa e finché il Muro di Berlino rendeva l’amicizia con l’Italia una necessità ineludibile per Washington, la sintesi giellista  del Mister Hyde democristiano - che, col suo abito talare e la sua spregiudicatezza clientelare, sembrava avere orrendamente sfigurato il nobile volto del Dottor Jekyll azionista--poteva tollerare tutto: persino un Presidente della Corte Costituzionale che affermava che’ senza eguaglianza non può esserci democrazia’ (il che comportava una delegittimazione sostanziale di ogni democrazia liberale occidentale) o di un giurista dell’establishment che, parlando di quel ‘terribile diritto’ che è la proprietà privata, affermava che la proprietà privata tutelata dalla nostra magna carta è quella che rimane al cittadino dopo aver pagato le tasse! Era l’epoca in cui certi sindacalisti cattolici non esitavano a parlare del salario come ‘variabile indipendente’ e in cui erano divenute di ‘senso comune’, nella ricostruzione storiografica del nostro passato, le tesi del “Risorgimento incompiuto”, della “Resistenza tradita”, del fascismo come autobiografia della nazione e rivelazione di mali antichi. Espressioni tutte di una concezione della democrazia come elevazione e aspirazione ‘ a più alte dimore’ -- secondo un esprit elitario che ha sempre caratterizzato da noi le classi colte, moderate o progressiste che siano--non come umile registrazione di ciò che la gente vuole, teme, spera - secondo il modello che Tocqueville vedeva realizzato negli Stati Uniti.

La crisi terribile che stiamo attraversando oggi, però,  segna  la fine del ‘grande equivoco’: ormai non si può più far finta di niente ed è vano illudersi di poter salvare la capra del mercato e i cavoli del Welfare State. Bisogna adottare strategie politiche drastiche (‘lacrime e sangue’), in un senso o nell’altro, rinunciando al ‘buonismo dell’intelligenza’ per il quale  libertà ed eguaglianza sono due termini dello stesso binomio. Fu tale immaginario binomio, anche se,a sinistra, c’è qualche ritegno a riconoscerlo, a dettare quella legge sul finanziamento pubblico dei partiti che costituisce, in questi giorni, il bersaglio preferito dell’antipolitica. Non dimentichiamo, infatti, qual’era la sua ratio: per essere realmente liberi di competere sul piano elettorale e di far valere i propri interessi e ideali, bisogna avere mezzi economici adeguati ma se siamo diseguali, se solo alcuni possono permettersi ludi cartacei costosi ( perché hanno i soldi di Silvio Berlusconi o di Carlo De Benedetti) mentre altri non riescono a pagarsi neppure un volantino, a poco serve sapere che “la legge è eguale per tutti” e che nello zaino di ogni cittadino c’è il laticlavio senatoriale.

Il rimedio che i custodi del sacro fuoco di Vesta dell’eguaglianza hanno trovato è il ‘rimborso delle spese elettorali’, una manna che cade dal cielo e che, in non pochi casi, può diventare un nuovo, insperto, investimento. (Nella mia città, ho chiesto a un amico, professionista della politica, come mai si vedono in giro i cartelloni di tanti aspiranti sindaco che non hanno alcuna chance di essere eletti. Mi ha risposto che quei candidati sanno benissimo di non avere nessuna chance ma puntano al raggiungimento di una soglia minima, per poter usufruire dei compensi elettorali! Se ho capito bene, invece di giocare in Borsa, c’è chi preferisce puntare sulla roulette politica…). Sennonché anche questa ‘trippa per i gatti’ sta per finire :quando le cose buone non possono più essere tenute insieme, è inevitabile che  si scelga la politica meno cattiva ovvero il programma riformatore o restauratore che divide meno.  A decidere, piaccia o meno ai nostalgici del platonico governo dei filosofi così numerosi a sinistra, sarà il popolo sovrano giacché, almeno in Occidente, non si conosce altra fonte di legittimità del potere politico. A scanso di equivoci, il mio discorso, per così dire, è ‘metapolitico’, non è un’arringa a favore di una parte politica contro un’altra (anche se, ovviamente, ho le mie idee che mi portano a preferire i pronipoti di Benjamin Constant a quelli di Jean Jacques Rousseau).

L’esito delle urne potrebbe anche dare la maggioranza a formazioni politiche seriamente intenzionate a tornare alle nazionalizzazioni (per quella delle Ferrovie non mi metterei a lutto!) e al controllo della mano pubblica sull’economia, modello IRI o ENI; quello che non si può più coltivare, invece, è l’autoinganno della botte piena e della moglie ubriaca. La pasticciata riforma dell’art.18, per tornare all’attualità, accontenta Quirinale, Governo e Sindacati ma per molti piccoli e medi industriali - senza santi in Paradiso - è un altro boccone amaro difficile da digerire: se chiudono i battenti e si ritirano dal mercato, come ne usciremo: trasformando gli operai licenziati in dipendenti (diretti o indiretti) dello Stato? E’ una via non so quanto praticabile come, del resto, non so quanto sia praticabile un qualche ritorno al mercato vero e non taroccato, destinato a riempire le piazze di studenti e lavoratori in lotta. E’ innegabile, però, che  il commento di Piero Calamandrei alla Costituzione Italiana non ci fornirebbe il filo d’Arianna per uscire dal labirinto in cui, dopo la morte di Alcide De Gasperi, ci hanno cacciato, e continuano a cacciarci, tutti i governi della Repubblica. Tutti, nessuno escluso.

 

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1 COMMENT

  1. Compromesso catto-marxista
    Ritrarre la Costituzione del 1948 come una sorta di sintesi multiculturale e’ errato. La Costituzione del 1948 e’ in primis ed innanzitutto un compromesso tra cattolici e marxisti, in larga misura uniti contro i valori liberali e dall’intento, perfettamente realizzato, di creare lo Stato ed il Governo piu’ debole d’Occidente.

    E’ un documento politico assolutamente datato e da riformare integralmente. Chiunque si opponga alla riforma e’ senza alcun dubbio un inveterato conservatore.

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