Dopo la sentenza della Corte Costituzionale

Sull’eutanasia un epilogo già scritto, ora scongiuriamo la rupe tarpea

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E’ finita com’era prevedibile che finisse fin dal giorno in cui il Parlamento italiano, nell’inconsapevolezza di molti, ha introdotto il principio eutanasico nel nostro ordinamento attraverso la legge sulle Dat (il cosiddetto “testamento biologico”). E’ finita che se io posso chiedere allo Stato di essere ucciso per fame e per sete con l’intervento attivo di una terza persona, per la Corte Costituzionale non vi è motivo per cui non si possa perseguire lo stesso risultato più rapidamente e con minori sofferenze, magari con una sostanza letale. E’ finita che da oggi ufficialmente, in maniera conclamata, per la Repubblica italiana vi sono vite degne di essere vissute e vite che non raggiungono la soglia minima di performanza, e al di sotto di questa soglia si conquista l’accesso al suicidio di Stato.

Nella mia vita precedente ho fatto lo storico, e so che in nome della presunzione di censire la dignità o meno dell’esistenza umana sono state scritte le pagine più buie del Novecento. Non è infatti una questione di libertà, né si tratta di una vittoria dell’autodeterminazione. In gioco non c’è la libertà del singolo di decidere per sé, ma l’idea che per uno Stato la vita e la morte possano diventare opzioni equivalenti. E la concezione della morte come rimedio istituzionalizzato al dolore, erogabile dal servizio sanitario nazionale, è un piano inclinato imboccato il quale è difficilissimo tornare indietro: senza nemmeno rendersene conto si passa dal dj Fabo – situazione limite di fronte alla quale ci vuole un gran fegato a mantenere salde le proprie convinzioni – alla giovane Noa, lasciatasi morire a diciassette anni con assistenza medica per sfuggire alla depressione, fino al disabile Vincent Lambert, ucciso per fame e per sete senza aver mai chiesto di morire, o ai bambini inglesi come Charlie Gard e Alfie Evans, sequestrati in una struttura ospedaliera e sottoposti a un protocollo di morte in nome del loro “miglior interesse” nonostante la disperata determinazione dei genitori a prendersene cura.

Il rammarico più grande è che in fondo era già tutto scritto. Quando il Parlamento festeggiò con il testamento biologico l’avvento di una asserita “norma di civiltà”, quando in molti dei suoi sostenitori si ostinavano ad affermare che quella legge non avesse nulla a che fare con l’eutanasia, era evidente che quel pertugio prima o poi sarebbe divenuto per mano giudiziaria una voragine. E a fronte dell’irrituale ultimatum emesso dalla Corte Costituzionale ormai un anno fa, era chiarissimo che in assenza di un intervento delle Camere saremmo finiti con l’abbattimento di un altro bastione. Tanti, anche nel mondo “pro life”, pensavano che questo momento non sarebbe mai arrivato e per questo hanno preferito evitare di sporcarsi le mani e di turbare equilibri, e oggi gridano allo scandalo senza forse avere troppo titolo per farlo.

E invece la sfida di un confronto parlamentare era un rischio che andava assunto: non tanto e non solo per rivendicare in capo alle Camere la titolarità della funzione legislativa, ma anche perché è il momento che chi si batte sul fronte della vita sostenga le proprie convinzioni a viso aperto, nel clangore della battaglia, assumendosene le conseguenze, senza relegarle nel foro interno in nome di un dilagante conformismo talvolta mascherato da una finta intransigenza e da un’artificiosa indisponibilità alla ricerca di soluzioni. E perché, soprattutto, una legge si cambia mentre una sentenza costituzionale è per sempre.

Proprio per questo motivo, dopo essere stati ciechi di fronte al rischio eutanasico della legge sulle Dat, dopo aver gettato al vento tempo prezioso facendo finta che l’ordinanza della Corte dello scorso anno non esistesse, bisogna evitare di replicare l’errore omettendo di fare i conti con una sentenza che volenti o nolenti – e io certamente sono tra i nolenti – inciderà su uno dei terreni cruciali per la concezione della persona e per la nostra convivenza civile.

E proprio perché una sentenza è per sempre, bisognerà ora sfruttare con astuzia e consapevolezza ogni paletto che la sentenza della Consulta, di cui aspettiamo il testo per una compiuta prognosi, consentirà di frapporre rispetto all’omicidio di Stato, cristallizzandone i limiti come fossero patrimonio intangibile, arginando la corsa verso quel piano inclinato che conduce dritto dritto alla rupe Tarpea del terzo millennio. Per inconsapevolezza sono stati già commessi troppi danni. Sul ciglio del baratro, forse qualcuno finalmente capirà.

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