Sull’immigrazione serve un vero piano d’azione, non una moratoria dei flussi

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Sull’immigrazione serve un vero piano d’azione, non una moratoria dei flussi

18 Novembre 2008

 

Roberto Maroni ha dichiarato ieri che intende inserire nel “pacchetto sicurezza” in discussione in Parlamento, una norma che blocca i flussi di immigrazione. La moratoria secondo Maroni, sarebbe di fatto imposta dalla contingenza economica: “C’è una crisi economica che colpisce i più deboli ed in particolare gli extracomunitari. Non ha senso che debbano tornare a casa loro dopo avere perso il lavoro per aprire le frontiere e farne entrare di nuovi. Ci sembra più utile introdurre delle politiche per il reimpiego di coloro che perdono il lavoro evitando che, nel frattempo, entrino dei nuovi immigrati’”.

In realtà, è inutile e dannoso discutere questa proposta –ma il Parlamento purtroppo la discuterà- isolata in sé stessa. E’ infatti evidente, stridente, il suo carattere tutto e solo politico – da “effetto annuncio”- la sua dimensione parziale, assolutamente omogenea con le altre proposte parziali (come le classi di italiano, il pagamento delle cure mediche ecc…) che la Lega sta avanzando da qualche mese in qua e che il Pdl, purtroppo affronta una per una, senza riuscire a elaborare un disegno complessivo.

In realtà, nessuno sa oggi se Maroni ha torto o ragione e questo è un vero dramma. Nessuno infatti è oggi in grado di stabilire – tralasciando qualsiasi altra considerazione – se l’economica italiana verrebbe favorita da questa moratoria, se è vero che possiamo reimpiegare gli immigrati regolari già regolarizzati. Nel Nord Ovest, ad esempio, molti imprenditori sono alla caccia disperata di operai specializzati, di periti tecnici, che non sono sul mercato del lavoro nazionale e che sicuramente non possono essere sostituiti da immigrati con altre specializzazione, o con altre specializzazioni, da riciclare. La ragione di questa vera e propria ignoranza sulle dinamiche interne al fenomeno è addirittura grottesca: ad oggi non esiste nessuna capacità statistica di controllo specifico e preciso del fenomeno migratorio. Esistono statistiche del Ministero degli Interni, che però sono assolutamente difformi da quelle dell’Istat, che sono a loro volta diversissime da quelle della Charitas (che ha una presenza capillare nell’immigrazione, a loro volta disomogenee con quelle dei sindacati (che hanno più di 800.000 immigrati tra gli iscritti). Non a caso, i flussi di immigrazione regolare vengono stabiliti con una approssimazione estrema su base tri-quadriennale, in una logica ancora e tutta espansiva del mercato del lavoro e del ciclo, senza alcuna preoccupazione recessiva. Si procede così per “grida”.

Maroni propone la moratoria dei flussi, mentre Epifani propone di portare da sei mesi a due anni il periodo che la Bossi Fini concede agli immigrati regolari che abbiano perso il lavoro di trovarne un altro. Si va avanti per approssimazione, giocando tutto e solo – questo ha dell’incredibile – sulle cifre totali di immigrati, senza alcuna conoscenza precisa, statisticamente affidabile, della loro composizione professionale.

Ovviamente, il tema dell’impatto della crisi sull’immigrazione è serissimo ed è assolutamente attendibile la previsione di Epifani (e peraltro anche di Maroni) di una forte incidenza della disoccupazione tra le loro file nei prossimi mesi. Ma in un paese serio non si può procedere a tentoni, senza un disegno complessivo, non si può ragionare solo guardando alle frontiere. Nella Spagna di Zapatero, ad esempio, il problema si è posto in anticipo, perché la crisi dell’edilizia – settore trainante dell’economia iberica – ha spinto il governo di Madrid ad affrontarlo già nelle scorsa primavera. Ma la risposta è stata calibrata: nel giugno 2008, infatti, le Cortes hanno approvato una legge che concede forti incentivi economici (la corresponsione dell’assegno di disoccupazione in patria) a 70.000 immigrati che avessero accettato di lasciare il paese entro 30 giorni e si fossero impegnati per iscritto a non tornare in Spagna per i successivi tre anni. In Germania, da anni, i flussi sono bloccati e possono entrare solo immigrati con istruzione professionale elevata (in pratica, dai laureati in su), ma questa politica è stata possibile solo perché il “sistema paese” tedesco è in grado di conoscere con estrema precisione la collocazione e la qualifica professionale di tutti gli immigrati, divisi per nazionalità e per area di provenienza.

In Italia, invece, il governo Berlusconi stranamente continua a delegare per intero il tema – che pure è centrale nell’orientare l’elettorato – alla Lega, che ne fa un cavallo di battaglia essenzialmente propagandistico (si veda l’ultima polemica di Bossi contro Napolitano: “gli immigrati sono una risorsa negativa”) lucrando straordinari dividendi in termine di consenso, come si è visto nelle elezioni politiche, a Trento, e come ogni giorno spiegano i sondaggi.

Ma trattare con “grida” e col criterio determinante della propoaganda un tema esplosivo come l’immigrazione è un lusso che oggi nessun governo può permettersi, se non altro perché la Cgil di Epifani ha già apertamente fatto capire che lo cavalcherà, che ne farà un elemento di agitazione di piazza e non ci vuole molta fantasia per profetizzare che le manifestazioni di lavoratori e di disoccupati della Cgil dei prossimi mesi, verranno aperte da folte schiere di immigrati disoccupati, con un impatto fortissimo e con una fortissima sponda –fastidiosissima per lo stesso esecutivo – in ampi settori della Chiesa, a partire dai suoi vertici più alti.