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Sunniti contro sciiti, è scontro nel mondo islamico

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La fragilità e la poca credibilità della proposta di pace offerta dalla Lega araba a Israele durante l’ultimo vertice di Ryad, non sono solo prodotte dalle condizioni cogenti che difficilmente Israele può accettare, un ritiro dal Golan che può diventare una nuova piattaforma di razzi e missili contro la Galilea (come sono stati il Libano e Gaza) e il ritorno di 6 milioni di figli d profughi del 1948 che soffocherebbero materialmente Israele. Su queste condizioni, per terribili che siano, se c’è la volontà politica, si può trattare, si possono modificare. Il Golan, ad esempio, potrebbe essere assolutamente smilitarizzato, i profughi potrebbero essere solo indennizzati. La fantasia diplomatica, se c’è la volontà politica, non ha confini ed Ehud Olmert dà prova di voler tentare questa strada.

Ma la scarsa credibilità araba, quanto a volontà politica, deriva da altro. Da qualcosa che nulla ha a che fare col conflitto israelo-palestinese: la paura. Paura di uno scisma interno all’Islam che ha prodotto una serie di tali conseguenze da spingere molti stati arabi a cercare la strada di un qualche rapporto con Israele per contrastarlo. Tutto è iniziato nel 1979, quando uno scisma si affermò dentro il grande scisma originario tra sunniti e sciiti che divise in due l’Islam delle origini e Khomeini vinse la sua rivoluzione a Teheran. Il suo scisma, l’ideologia religioso-politica che egli portò al dominio completo della Repubblica iraniana, era basato su due presupposti assolutamente eterodossi per tutte le scuole islamiche esistenti: la gestione assoluta del potere statuale da parte di un Giureconsulto teocratico (lo stesso Khomeini, oggi Khamenei) e la pratica del martirio come obbiettivo concreto, aspirazione massima di vita del musulmano. Forti della straordinaria massa critica del movimento rivoluzionario che aveva abbattuto lo scià, questi due precetti scismatici ebbero un effetto esplosivo su tutta la umma musulmana e innescarono un immediato effetto a catena di instabilità. Rivolte sciite scoppiarono in Bahrein, Kuwait e Arabia saudita e il Libano sciita esplose definitivamente in maniera incontenibile.

La risposta araba - non quella americana, come si ritiene, ma essenzialmente araba - fu quella di spingere il sunnita Saddam Hussein a una guerra di conquista e di contenimento della rivoluzione sciita. Solo Ryad spese 30 miliardi di dollari tra il 1980 e il 1988 per appoggiare Baghdad contro Khomeini. Fu una mossa cieca, che spostò solo nel tempo il problema. Fu una mossa autolesionista, perché Saddam, che non era riuscito a sfondare su Teheran, rivolse subito dopo le sue armi contro i sauditi stessi e nel 1990 invase il Kuwait, pronto, come intuì subito Itshaac Rabin, a marciare su Ryad. Passati poi 17 anni dalla fine della guerra con l’Iraq, l’Iran che aveva pagato qualcosa come 600 miliardi di dollari nella guerra con Saddam, ferito ma per nulla sconfitto, è riuscito a riprendere forze, energie, potenza economica. L’elezione di Mohammed Ahmadinejad alla presidenza della Repubblica nel 2005 segnalò l’avvenuta presa del potere a Teheran di un gruppo dirigente omogeneo, di cui Ahmadinejad stesso è lo speaker, più che il leader. Un gruppo dirigente formato da quella generazione di giovani pasdaran che Khomeini lanciò all’attacco tra il 1982 e il 1988, quando Saddam aveva già perso la sua tentata invasione dell’Iran e chiedeva la pace (con condizioni onorevoli per l’Iran, peraltro) e che il vecchio ayatollah spinse a una serie infinita di attacchi e contrattacchi per “esportare la rivoluzione sciita in Iraq”. Quei pasdaran, quegli ufficiali, quelle “guardie rosse”, consolidata la normalizzazione del paese grazie anche alla breve parentesi riformista dell’ayatollah Khatami, nel 2005 si sono posti alla testa del grande blocco sociale rivoluzionario, consolidato economicamente e socialmente dal populismo del welfare islamico, finanziato dal petrolio a 80 dollari al barile, e hanno ripreso la vocazione originaria: esportare la rivoluzione, lo scisma khomeinista dentro l’Islam. Sono sicuramente minoritari oggi in Iran, come minoritario è il loro blocco sociale, ma costituiscono assolutamente l’unico soggetto politico che opera nel paese. La grande maggioranza di iraniani moderati, gli stessi baazaris che non ne possono più di sommovimenti, i piccoli ambienti legati alla borsa, non riescono ad organizzare una propria rappresentazione politica. Non riescono ovviamente a costruire un cammino che contrasti e abbatta il regime, ma non sono neanche in grado di dare vita ad una fronda interna di un qualche peso, se non affidandosi alla leadership corrotta e sgangherata di Rafsanjani, una delle figure più inaffidabili della leadership iraniana da sempre. Per questo, perché palesemente inseriti in una nuovo volontà di “esportare la rivoluzione sciita”, gli avvenimenti dell’estate del 2006 sono stati subito letti con straordinaria preoccupazione a Ryad, come al Cairo, come ad Amman.

Mentre Massimo D’Alema, dando prova di incredibile incultura politica definiva “sproporzionata” la reazione israeliana ai rapimenti di suoi soldati da Gaza e dal Libano, la Giordania, l’Egitto e l’Arabia Saudita compresero subito che quegli episodi si inserivano in una massiccia strategia di aggressione rivoluzionaria pilotata da Teheran. Una strategia molto meno massimalista ed estremista di quella di Khomeini, più raffinata, supportata dal miraggio della “arma finale” atomica, forte di una rete di alleanze internazionali (Hugo Chavez, Fidel Castro e il Movimento dei Non Allineati). Una strategia in moto da tempo e che era già riuscita a sottrarre ai sauditi il controllo del Libano (Rafik Hariri era uomo di Ryad a Beirut e il suo assassinio fu uno schiaffo terribile per il più ricco paese arabo) e persino il tradizionale padrinato sul movimento palestinese di Hamas. Contando su Moqtada Sadr in Iraq, su Hezbollah in Libano e su Hamas in Palestina, i pasdaran di Ahmadinejad disponevano e dispongono di tre “cavalli di razza” in grado di determinare l’evoluzione della crisi su tre scacchieri strategici, là dove i corrottissimi regimi sunniti, sauditi in testa, possono disporre di alleanze ovunque deboli e minoritarie.

Nell’estate del 2006 Re Abdullah di Giordania denunciò il pericolo del “cuneo sciita in movimento” e la preoccupazione crebbe quando si constatò che alla eccellente capacità d’iniziativa mostrata dagli sciiti, non corrispondeva più la tradizionale capacità militare di Israele di stroncare ogni avversario. I sauditi cessarono di fare finta di volere reazioni di buon vicinato con gli iraniani (dal 1924 si susseguono tensioni, trattati, abbracci e coltellate tra i due paesi, divisi per di più dall’odio del wahabismo nei confronti anche dello sciismo ortodosso) e ripresero le tradizionali minacce verso Teheran. Il culmine si è avuto il 4 marzo scorso, quando Ahmadinejad si è recato a Ryad per un incontro al vertice per essere trattato a pesci in faccia, come riferisce il principe Saud al Faisal, ministro degli esteri saudita. Il monarca saudita, “che parla a tutti francamente”, ha infatti accusato Ahmadinejad di “interferire nelle faccende degli arabi”, facendo riferimento al ruolo di Teheran nelle violenze interconfessionali in Iraq. Ahmadinejad, racconta il ministro degli Esteri di Ryad, ha ascoltato e poi avrebbe negato qualsiasi interferenza. “Ma noi gli abbiamo detto 'sia che tu smentisca o no, questo sta creando ostilità contro l'Iran e pensiamo che tu debba fermarti”. Saud al Faisal ha naturalmente anche definito “una catastrofe” la cattura dei quindici militari britannici da parte dei pasdaran: “Questo non è proprio il momento giusto per avere un problema come questo e glielo abbiamo detto”.

In questo contesto, la disponibilità dell’Iran di aderire ad un’alleanza militare con i sauditi e con gli arabi, pubblicamente avanzata dal ministro degli Esteri iraniano, Manoucher Mottaki, nei giorni scorsi, altri non è che tattica. Il regime di Teheran ha ben chiaro il tentativo di costruire un nuovo “fronte sunnita” che ne contenga l’espansione d’iniziativa e di influenza, vede bene che il governo di unità nazionale palestinese nato a Ryad (grazie ai milioni di dollari versati ad Hamas per recuperarne l’alleanza), così come il piano di pace offerto a Israele, sono mosse innanzitutto mirate a indebolirlo. Risponde però con arguzia, offrendo ramoscelli d’ulivo. E intanto prepara l’atomica, sequestra marinai britannici e sicuramente ha avviato il conto alla rovescia per una qualche clamorosa iniziativa terroristica - contro Israele o contro i moderati libanesi - che farà “saltare il tavolo” per l’ennesima volta in Medio Oriente.

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