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Un convegno sul 150 anni della magistratura

Superare il conflitto tra politica e giudici riaffermando lo Stato di diritto

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Analisi e proposta. Per affrontare e sciogliere il nodo del conflitto tra politica e magistratura, fuori dagli schematismi di una contrapposizione spesso ideologica tra poteri dello Stato. Ruota attorno a questi due cardini l’intervento di Gaetano Quagliariello, vicepresidente dei senatori Pdl in occasione del convegno dedicato ai 150 anni della Magistratura.

Cari amici,

questo convegno si propone di tracciare il bilancio dell'amministrazione della giustizia in Italia dopo centocinquant'anni di storia unitaria, e soprattutto di delineare le prospettive che si profilano per l'ordine giudiziario in un momento nel quale il ruolo della magistratura e la sua incidenza nel tessuto socio-economico e istituzionale del Paese stanno mutando sempre più vistosamente.

Storicamente nel nostro Paese il rapporto tra giustizia e politica non è mai stato un rapporto facile. Si potrebbe rintracciare ad esempio nelle note dei "Quaderni dal carcere", nella teoria dell'egemonia il tentativo di utilizzare la magistratura come uno degli strumenti per conquistare lo Stato, casamatta dopo casamatta. Se si ripercorressero anche le declinazioni di tale teoria, ci si accorgerebbe che per alcuni questa strategia doveva essere guidata e dunque controllata dal partito politico, per altri un momento di autonomia. E l’analisi di questa dinamica interna è anch’essa parte della storia del mutamento degli equilibri istituzionali del Paese prima e dopo il 1992.

Ma è soprattutto sul tema delle prospettive che vorrei incentrare il mio breve intervento. Ma per comprendere dove sta andando la magistratura italiana non si può non partire da ciò che è accaduto negli ultimi vent’anni. E’ accaduto che i contrappesi normativi e culturali che armonizzavano la straordinaria autonomia di cui gode in Italia l’ordine giudiziario con la sovranità degli altri poteri e con la titolarità dei processi decisionali si sono progressivamente sfaldati. Tutto ciò attraverso dinamiche tra loro molto differenti, ma che convergono verso esiti unitari.

Il principio della soggezione esclusiva del magistrato alla legge, scolpito nella Costituzione, è stato svuotato dall'avanzare della giurisprudenza creativa ben al di là delle frontiere dell'interpretazione.

Il perimetro della giurisdizione, da strumento di sanzione dei reati e definizione delle controversie, si è  via via dilatato al punto tale che si è arrivati a pretendere di stabilire con una sentenza la morte di una persona o chi debba condurre il Tg1 delle ore 20.

Infine, il colpevole abbattimento delle colonne d'Ercole dell'articolo 68 poste dai Costituenti a presidio della sovranità popolare, ha inoculato nel nostro Paese il virus dell'uso politico della giustizia, con il risultato di porre la politica e la stessa credibilità della giustizia in balia delle iniziative di una minoritaria ma agguerrita e rumorosa avanguardia militante con la toga addosso e spesso, come vedremo, con la Costituzione e il codice di procedura penale sotto la suola delle scarpe.

Fin qui nulla di nuovo. Tuttavia, faremmo un torto alla franchezza del nostro confronto se non ammettessimo che la deriva conflittuale determinata dalla perdita di equilibrio del sistema sta compiendo in questo frangente un duplice salto di qualità, e purtroppo al ribasso.

Da un lato assistiamo con forte preoccupazione allo sfaldamento esplicito delle garanzie che la legge pone a presidio di quel principio inviolabile e caposaldo della giurisdizione che e' il diritto di difesa. Proprio oggi pomeriggio i gruppi del PdL di Camera e Senato presenteranno una iniziativa parlamentare con la speranza di accentuare la sensibilizzazione su questo tema. Perché se con la scusa che direttamente o indirettamente c'è di mezzo Berlusconi accettiamo che a un detenuto venga sequestrato il cellulare per scovare traccia delle comunicazioni con il suo avvocato; se accettiamo che un difensore venga spogliato del segreto professionale senza che sia verificata la sussistenza delle rigide condizioni alle quali la legge subordina un atto così devastante; se accettiamo che le liste dei testimoni della difesa già ammessi al dibattimento vengano falcidiate per giungere forzatamente a una sentenza di primo grado destinata in ogni caso a cadere in prescrizione dopo pochi giorni; se accettiamo che una persona possa restare in regime di carcerazione preventiva nonostante l'avvenuto rinvio a giudizio, e che un gip non acquisisca neppure la cartella clinica per verificare se le sue condizioni sono compatibili con il carcere, e tutto questo perché magari il detenuto è un deputato del Popolo della Libertà; se accettiamo tutto questo, cari amici, non avremo legittimato soltanto l'uso di armi non convenzionali per liquidare in un dato momento storico una stagione politica: ci assumeremo la grave responsabilità di spogliare dei suoi diritti ogni cittadino, per oggi e soprattutto per l'avvenire.

Ebbene, io credo che una reazione su questo fronte sia urgente e necessaria non solo da parte di chi ha responsabilità politiche e istituzionali, non solo da parte degli avvocati che meritoriamente, attraverso l'Unione delle Camere Penali, stanno lanciando un grido d'allarme ultimativo; credo che un sussulto di legalità sia interesse anche della stessa magistratura, di quella maggioranza silenziosa di magistrati che ogni giorno nel far rispettare la legge la rispetta a sua volta, e che troppo spesso da parte degli organismi associativi e istituzionali della categoria ci appare sottorappresentata. Ecco, se gli stessi che ogni giorno richiamano noi politici al rispetto della magistratura, invece di difendere sempre e comunque chi fa più rumore e notizia, avessero il coraggio di farsi interpreti delle istanze di quei magistrati che prima di arrestare una persona si accertano di averne la competenza, che quando ascoltano un indagato parlare con il suo difensore si tolgono la cuffia e fermano le bobine, e che considerano le intercettazioni un mezzo di ricerca della prova disciplinato dal codice e non un'arma di gossip e politica, ne guadagnerebbe in primo luogo la credibilità della giustizia.

Il secondo salto di qualità, anche questa volta in negativo, è strettamente connesso al primo. Lunga la linea di frattura che si sta producendo nel nostro Stato di diritto, infatti, il virus del conflitto si è inoculato fin dentro lo stesso ordine giudiziario. Non che in passato ciò non fosse mai accaduto - pensiamo ad esempio alla stagione dei corvi -, ma indubbiamente oggi il fenomeno sta assumendo una dimensione più profonda.

Assistiamo attoniti, come cittadini e come uomini delle istituzioni, a guerre senza esclusione di colpi interne alla magistratura e con lo schieramento fattivo e massiccio della stampa quotidiana. E ancora più attoniti ci rendiamo conto che il conflitto interno riverbera e se possibile amplifica quel conflitto trasversale, culturale ma intimamente politico nel senso più alto del termine, che in gioco non vede il destino di un leader o di un partito ma una concezione di giustizia e lo stesso Stato di diritto.

Sul banco degli accusati vediamo magistrati sottoposti ad attacco concentrico solo perché alla legge della giustizia come arma impropria hanno anteposto le norme del codice di procedura penale, e lo hanno fatto per tutti, senza riguardi per una parte o per l'altra. Magistrati mascariati dal sospetto e dall'insinuazione per aver usato le intercettazioni come strumento di indagine e per averle trattate sulla base della loro rilevanza penale e non del loro potenziale mediatico. Magistrati che hanno visto le proprie testimonianze raccolte in verbalizzazioni sommarie e deformate da un sapiente taglia e cuci da parte degli organi di stampa, e che invano hanno protestato pubblicamente per questo trattamento.

Noi abbiamo sempre pensato che i magistrati politicizzati fossero una minoranza rumorosa, agguerrita, ma pur sempre una minoranza rispetto alla quale un sistema giudiziario sano avrebbe sviluppato gli anticorpi necessari per difendersi. E invece il meccanismo si sta pericolosamente incistando, mettendo a rischio lo stesso potere giudiziario. Il problema va ben oltre una stagione politica e il pervicace tentativo di liquidarla per via giudiziaria. Perché se il virus del conflitto si cronicizza e questa logica si impone definitivamente, spaccando e corrodendo dall'interno la magistratura italiana, l'Italia si è giocata per i decenni futuri, o forse per sempre, la magistratura come organo dello Stato.

Insomma, cari amici, siamo a un bivio. Direi, dopo centocinquant'anni, che siamo a uno snodo cruciale della storia. E allora, per imboccare una strada o l’altra, dobbiamo decidere che magistratura immaginiamo per il futuro del nostro Paese. Se vogliamo un pm che commisura le sue azioni ai codici o al numero di colonne che esse possono fruttare sulle pagine dei giornali. Se vogliamo un sistema penale fondato sulla condanna mediatica preventiva e sulla spettacolarizzazione delle indagini preliminari, o sulla centralità del processo come sede di formazione del giudizio attraverso il contraddittorio fra le parti. Più al fondo, se vogliamo recuperare la concezione di una magistratura dotata di ampia autonomia e indipendenza ma rispettosa delle proprie attribuzioni e del proprio ambito di competenza, o se invece preferiamo una magistratura sempre più partecipe dei processi decisionali, che si inserisce in ogni aspetto della vita civile e di fatto arriva a legiferare.

Si può anche pensare che la complessità del nostro tempo imponga di fatto quest'ultimo modello, e che sia una battaglia di retroguardia restare ancorati alla vecchia e un pò polverosa concezione dello Stato di diritto. Ma allora bisogna assumerne le conseguenze, tutte e fino in fondo, perché se si chiede al potere giudiziario di determinare la natura dei rapporti civili fino a incidere sui connotati della nostra democrazia, non si può consentire che una così grande responsabilità sia attribuita a un potere tecnicamente irresponsabile. In questo caso andrebbe pensata una nuova figura di magistrato, andrebbe integrato il meccanismo di selezione, e si potrebbe arrivare persino a immaginare un collegamento con quella fonte primaria di legittimazione democratica che resta la sovranità del popolo. Questa strada a noi sembra lunga e tortuosa, ma ancor peggio sarebbe restare in mezzo al guado. Grazie.

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4 COMMENTS

  1. ancora queste cazzate? si pensi a tagliare la spesa pubblica
    Che la giustizia sia un problema in Italia è noto.
    Lo è a livello economico perchè rende incerto il diritto e il rispetto dei contratti.
    Altrattanto problematico in Italia è uno stato socialista che assorbe e spreca risorse.
    Peccato che invece di risolvere questi problemi il PdL socialista faccia tutt’altro.
    Dopo aver aumentato le tasse sul risparmio degli italiani, Berlusconi pensa a nominare Amato al posto più alto in Banca d’Italia.
    Veramente Berlusconi ormai sembra fare solo gli interessi della sinistra e sembra votato soltanto a come tradire i suoi elettori.
    Anche la riforma della giustizia a questo punto sembra fatta per beneficiare e stendere un velo sui tangentari della sinistra piuttosto che a risolvere i problemi giudiziari di Berlusconi ormai sotto gli occhi di tutti.
    E’ forte il sospetto che Berlusconi stia tradendo il suo elettorato per garantirsi una sinistra al governo a lui benigna.

  2. Giustizia “giusta”
    Ma che bravo Quagliariello,critica puntuale!.Che aspettate allora a riformare la giustizia?Non saremmo a questo punto e tutti voi,deputati e senatori dovete sentirvi responsabili di questa situazione cosi’ pesante.Non vi rendete conto della china pericolosa in cui stiamo sprofondando?

  3. La soluzione sarebbe
    La soluzione sarebbe semplice, come accade negli altri paesi: 1) condannati ed indagati non possono fare politica 2) fine della prescrizione per i reati 3)due soli gradi di giudizio e non di più. 4) Intercettaz.obbligatorie e pubblicabili per tutti i personaggi politici, perché in una democrazia rappresentativa un cittadino deve sapere se voler votare per un maniaco sessuale, un omosessuale, un orgiastico, un drogato, un corrotto o corruttore ecc.

  4. No alla elezione dei
    No alla elezione dei magistrati mediante consultazione popolare. Il popolo esprima un voto in ragione della valutazione dei programmi elettorali ma non in merito alla preparazione di figure cardine della magistratura, sarebbe un grande errore. Si alla riforma della magistratura in materia di responsabilità dei magistrati e separazione carriere. Ma si avvii un dibattito in parlamento tra forze riformiste e moderate, magari dopo la tornata elettorale, visto che questo Parlamento ormai è illegittimo in quanto non gode più del consenso popolare.

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